Cinema sotto la pelle: Lynne Ramsay
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Cinema sotto la pelle: Lynne Ramsay

Vedendo i suoi film si ha l’impressione di leggersi dentro e di trovare parole, lettere e punteggiatura per qualcosa che avremmo voluto rimanesse solo un’idea. Le ragazze tradiscono, fuggono e…

Sulle sottili orme di Camus si adagia lo sguardo della regista scozzese Lynne Ramsay, protettrice di un cinema indigesto dove i bambini si comportano in maniera orribile, le ragazze tradiscono, fuggono e osservano l’orizzonte. E non sempre c’è un motivo.

Small Deaths, cortometraggio presentato dalla Ramsay a Cannes 1996, è il sorprendente debutto di questa regista appena uscita dalla scuola nazionale di cinema. La pellicola descrive tre momenti apparentemente casuali della vita di Anne Marie che dapprima bambina, poi ragazza ed infine giovane adulta assiste e testimonia ad un mondo che le scorre davanti senza troppe spiegazioni.

Il padre si prepara per uscire la sera e lei lo spia curiosa. Uno spaventoso incidente stradale la sconvolge. Al suo primo appuntamento il ragazzo l’abbandona. Tre quadri cupi ed intimi che ritraggono tutto quello che è e sarà il suo cinema. Small Deaths vince il premio della giuria e permetterà a Lynne di tornare al Festival nella sezione Un Certain Regard con Ratcatcher (1999), il suo primo lungometraggio; successivamente gira Morvern Callar e We Need To Talk About Kevintornando con la terza opera a calcare la croisette, questa volta all’interno del concorso ufficiale.

Un percorso segnato da una poetica precisa e cosciente, in cui il lavoro come direttrice della fotografia nei suoi primi lavori, le permette un utilizzo efficace di piani e colori (è simbolico un letterale stravolgimento dell’inquadratura quando ci si avvicina e si studiano i cambi di umore dei personaggi) e dove l’accompagnamento musicale (con l’utilizzo di brani di Aphex Twin, Boards Of Canada, Can, The Velvet Underground) è sempre misurato e mai ridondante. Una cornice ben studiata dove inserire la sua analisi atipica della natura umana.
Nella sequenza iniziale di Ratcatcheril piccolo James volteggia davanti ad una finestra oscurata dalla condensa attorcigliandosi dentro una sottile tenda, un ritratto in dominante grigia reso poetico da un leggero rallentatore. Improvvisamente la madre lo strattona, lo riprende e comincia a liberarlo. Dall’esterno i rumori asciutti dei quartieri di Glasgow proseguono severi mentre i due scompaiono dall’inquadratura, la tenda torna lentamente a posto in una danza strana. James è un ragazzino bastardo che vede morire il suo migliore amico e scappa via senza preoccuparsi di avvertire nessuno. Scappa dal fiume dove è annegato e intanto dà la caccia ai topi nel quartiere putrido dove è costretto a vivere. Passa le giornate cercando di capire perché il padre è così distante da lui, perché non se ne vanno via da quella casa, chi sono i suoi veri amici e perché quell’altra casa, abbandonata e in attesa di qualcuno che la occupi, è così migliore della loro. Ma soprattutto perché quel dannato fiume continua a fargli così tanta paura.

Morvern Callarn ci viene presentata sotto una luce delicata, appoggiata sulla testa di un uomo mentre lo accarezza dolcemente. La sua mano esplora il corpo del ragazzo mentre l’illuminazione intermittente, di tanto in tanto, ci ruba l’immagine. Le dita arrivano al polso e si macchiano di sangue. Sono sdraiati per terra e lui è morto, un albero di natale e le sue luci proiettano un atmosfera lugubre sui due corpi. Morvern Callarè una ragazza senza scrupoli che davanti al suicidio del ragazzo non esita a svuotargli le tasche e ad usare i soldi del suo funerale per pagarsi una bella vacanza con l’amica. Balla sorridendo e ogni sera torna in una casa abitata da un cadavere putrescente, un giorno decide di partire, poi di pubblicare il libro del ragazzo con il suo nome. Cammina esitando perché è ubriaca e quando arriva al cimitero è solo perché ha sbagliato strada.

La prima immagine di Eva in We Need To Talk About Kevinè quella di una donna immersa in un liquido vischioso, rosso, durante quella che sembra la lotta di una persona che fa fatica persino a muoversi. Sembra stia cercando di divincolarsi nel sangue. È solo pomodoro pero’, la donna è in Spagna e sta partecipando alla festa tradizionale di Buñol, la Tomatina. Da questo spunto surreale Eva comincia a parlare del figlio Kevin e del suo essere madre; Kevin è un bambino diverso da tutti gli altri e Eva si interroga sulle sue responsabilità senza trovare una risposta soddisfacente. Il ragazzino festeggierà i suoi 16 anni ammazzando quanti piu’ compagni di scuola gli sarà possibile, in una strage annunciata e mai accettata.

Il cinema di Lynne Ramsay è fatto di tutto questo, olio su tela, ritratti realistici che fanno percepire la loro granunolosità a chi li osserva. I colori sono il punto di partenza, mai bianco o nero, sempre sfumature, i personaggi ci ricordano il Kes di Loach, ci riportano nei corridoi degli Elephant di Gus Van Sant o dalle donne di Lars Von Trier e non sono mai buoni o cattivi. L’unico colore netto, primario, è il bianco pallore del volto scozzese che contrasta con gli sfondi in continuo mutamento cromatico e descrive un tratto indaco circolare, una linea, in questi viaggi che ci sembrano senza meta.

Osserviamo i suoi personaggi proseguire su questo tratto e percepiamo in loro l’impressione che faccia tutto veramente schifo, ci ritroviamo vicino ai protagonisti come se stessimo vivendo quel momento assieme a loro, ci facciamo delle domande. Corriamo, respiriamo, balliamo, beviamo, ci graffiamo le scarpe nuove, scopiamo degli sconosciuti e ancora litighiamo, partiamo, ci perdiamo, dimentichiamo, soffriamo e non capiamo il motivo ma ci sembrano le uniche cose reali, che meritano di essere raccontate in quel preciso luogo e in quel preciso momento. Ratcatcher, Morvern Callar e We Need To Talk About Kevin possono essere descritti solo attraverso queste sensazioni, perché è di questo che si nutrono. Il fiume di Ratcatcher è forse l’immagine piu’ forte ed esplicativa di tutta l’opera di Lynne Ramsay, dispensatore di morte e vita, è li che ci osserva, così strano, minaccioso, inarrivabile. Ma come il cadavere lasciato in casa da Morvern Callar, è immobile. E la vita attorno a lui invece continua a muoversi, assieme ai nostri protagonisti. James, Morvern ed Eva proseguono un’orbita senza destinazione e Lynne Ramsay li studia, li bracca e cerca in loro le piccole mutazioni invisibili, come in un documentario. Il percorso piuttosto che la meta. Perché forse, in fondo, James non potrà mai capire il padre, ma dovrà comunque viverci assieme e volergli bene. La rosa di sentimenti che portano ad elaborare e ad accettare non ha nulla di nobile e puo’ apparire priva di significato.

“Tutte le persone normali hanno una volta o l’altra desiderato la morte di coloro che amano.”

Nei pensieri de “Lo straniero” di Camus l’assurdo e la complessità dell’animo umano affondano nella mente del lettore lasciando una sensazione strana ed impalpabile. Si ha l’impressione di leggersi dentro e di trovare parole, lettere e punteggiatura per qualcosa che avremmo voluto rimanesse solo un’idea. Il sentimento acquista un valore scientifico e viene sezionato, lasciato nudo. Il solo contemplarlo puo’ risultare illuminante.

Sergio Proto
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