Cinema, Tv e teatro: Cioran ha plagiato l’Ecclesiaste
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Cioran ha plagiato l’Ecclesiaste

Per esserci plagio deve esserci un originale. Lo so, a questo punto siamo costretti a chiederci cosa vuol dire “originale”, cadendo in un vortice di battibecchi filosofici del quale faremmo volentieri a meno.

21 Ago
2014
Cinema, Tv e teatro

Per esserci plagio deve esserci un originale. Lo so, a questo punto siamo costretti a chiederci cosa vuol dire “originale”, cadendo in un vortice di battibecchi filosofici del quale faremmo volentieri a meno. Allora proviamo a procedere per esempi. Se domani scrivo una serie tv che parla di un bambino che ha visto i propri genitori uccisi da un criminale e decide di diventare un vigilante mascherato da pipistrello, si tratterebbe di plagio? Non esiteremmo a rispondere di sì.

Ma se scrivo che questo bambino, dopo aver visto i genitori uccisi dal criminale, decide di diventare avvocato? O medico? O presidente degli Stati Uniti? Sarebbe plagio? Penso proprio di no.

Per Batman il costume da pipistrello è contemporaneamente un elemento più caratterizzante e meno fondamentale. La maggior parte delle sue storie potrebbero svolgersi anche se lui fosse vestito da coccodrillo, ma non se i genitori fossero ancora vivi. Eppure, benché più fondamentale, è un dato meno esclusivo, condiviso da tutta una serie di opere che usano la morte dei genitori del protagonista come motore narrativo: un topos che si chiama Death by Origin Story.

Ora pensate a qualcosa di ancora meno specifico della morte dei genitori, pensate a un’idea filosofica, a quella posizione così rara e particolare circa l’esistenza umana che sostiene che essa non abbia senso. Ripresi dallo shock? Sì, pare che qualcuno nella storia del pensiero abbia argomentato tale follia.

Nel 1910, all’età di 23 anni, Carlo Michelstaedter scrive una tesi di laurea intitolata La Persuasione e la Rettorica. Poi si spara. Ecco come la introduce:

«Eppure quanto io dico è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole.

Lo dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, ma Aristotele li trattò da naturalisti inesperti; lo disse Socrate, ma ci fabbricarono su 4 sistemi. Lo disse l’Ecclesiaste ma lo trattarono e lo spiegarono come libro sacro che non poteva quindi dir niente che fosse in contraddizione coll’ottimismo della Bibbia; lo disse Cristo, e ci fabbricarono su la Chiesa; lo dissero Eschilo e Sofocle e Simonide, e agli Italiani lo proclamò Petrarca trionfalmente, lo ripeté con dolore Leopardi – ma gli uomini furono loro grati dei bei versi, e se ne fecero generi letterari. Se ai nostri tempi le creature di Ibsen lo fanno vivere su tutte le scene, gli uomini “si divertono” a sentir fra le altre anche quelle storie “eccezionali” e i critici parlano di “simbolismo”; e se Beethoven lo canta così da muovere il cuore d’ognuno, ognuno adopera poi la commozione per i suoi scopi – e in fondo… è questione di contrappunto.

Se io ora lo ripeto per quanto so e posso, poiché lo faccio così che non può divertir nessuno, né con dignità filosofica né con concretezza artistica, ma da povero pedone che misura coi suoi passi il terreno, non pago l’entrata in nessuna delle categorie stabilite – né faccio precedente a nessuna nuova categoria e nel migliore dei casi avrò fatto… una tesi di laurea».

Poi lo ha detto Thomas Ligotti e quelli di Lovecraft e-zine lo hanno capito.

Succede che Nic Pizzolatto scrive una serie di grande successo, True Detective, che ha come protagonisti una coppia di investigatori: uno pratico e conformista, l’altro riflessivo e nichilista. Succede che a quest’ultimo personaggio capiti di fare riflessioni nichiliste, discorsi pieni di pessimismo e disperazione circa la natura umana. Succede che Mike Davis di Lovecraft e-zine e  Jon Padgett di Thomas Ligotti Online, invece di pensare all’Ecclesiaste, a Schopenauer e a Leopardi, corrono con la mente ad un libro del duemiladieci, The Conspiracy against the Human Race, di Thomas Ligotti.

Accusano Nic Pizzolatto di plagio, la scena incriminata è una sola, una sola su otto episodi di show, ed è il famosissimo dialogo in macchina tra i due protagonisti.

Qui potete leggere il loro confronto tra le due opere, nel quale ricorrono spesso a parafrasi e sinonimi per far combaciare i testi (!).

Thomas Ligotti è un romanziere horror che si è concesso una non-fiction filosofica sull’insensatezza dell’esistenza umana. Devo confessarvi una cosa: avevo iniziato a scrivere questo pezzo senza averla letta. Non pensavo di averne bisogno per sostenere quello che volevo sostenere e recentemente ho provato parecchio fastidio nel riprendere in mano Cioran che, a metà del secolo scorso, scopriva l’acqua calda con tutta la sua presunzione aforistica. Non volevo acque caldissime direttamente dal duemiladieci.  Poi mi è presa una fitta deontologica e mi sono messo a leggere un PDF su internet. Ve l’ho confessato per rendervi partecipi del mio stupore quando a pagina 22 ho trovato tradotto in inglese un paragrafo che avevo appena scritto:

«In his 1910 doctoral dissertation, published in English as Persuasion and Rhetoric (2004), the twenty-three-year-old Italian philosopher Carlo Michelstaedter vehemently critiqued, very much in same terms as Zapffe, the maneuvers by which we falsify the realities of human existence in exchange for a speciously comforting view of our lives». 

Nel saggio Thomas Ligotti non gioca all’aforista presuntuoso che arriva per primo, ma si propone come paziente riepilogatore di verità già dette e mai accettate, una Cassandra stanca simile al Michelstaedter da lui stesso evocato. Lo vediamo portare in scena Schopenhauer, Nietzsche, il Buddhismo e lo stesso Cioran. Che, guarda caso, sono gli stessi autori citati da Nic Pizzolato mentre si prende la briga di rispondere alle accuse di plagio:

«Nothing in the television show True Detective was plagiarized. The philosophical thoughts expressed by Rust Cohle do not represent any thought or idea unique to any one author; rather these are the philosophical tenets of a pessimistic, anti-natalist philosophy with an historic tradition including Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, E.M. Cioran, and various other philosophers, all of whom express these ideas. As an autodidact pessimist, Cohle speaks toward that philosophy with erudition and in his own words. The ideas within this philosophy are certainly not exclusive to any writer».

È doveroso notare che per ora le accuse arrivano da due fan, non dal presunto plagiato. Ligotti ha letto Michealsteadter e ha letto anche tutti gli altri. Sa che non c’è paternità possibile per quelle verità. Mike Davis e Jon Padgett, che invece sono tanto incarogniti da voler portare l’autore in tribunale, non ci stanno, ci vedono una vittima e un carnefice e, come due veri detective, individuano una prova schiacciante nel fatto che Pizzolatto abbia dapprima riconosciuto l’influenza di Ligotti e poi pare l’abbia negata in quest’ultima dichiarazione che ho riportato. Dico “pare” perché a ben guardare non c’è nessuna negazione. C’è solo il riconoscimento di una tradizione filosofica più antica e autorevole alla base dei pensieri del suo personaggio. Queste idee filosofiche non sono esclusiva di nessuno, lo pensava Michealstedter, lo pensa Ligotti e lo pensa Pizzolatto. È ben possibile, d’altro canto, che volendo scrivere un giallo esistenzialista a tinte horror, Pizzolatto abbia letto il saggio esistenzialista di uno scrittore horror e che in qualche dialogo si senta l’eco di Ligotti,  del suo modo di declinare queste idee. Ma anche qui, vi invito a guardare il confronto costruito dall’accusa: nella ridicola foga paranoica da fandom, vengono portate delle prove che negano la tesi che dovrebbero corroborare. Praticamente non c’è una corrispondenza precisa che sia una: è una continua parafrasi in cui una frase di Cohle si moltiplica in cinque riferimenti al testo di Ligotti dove da una parte si dice CARNE, dall’altra NON-ESISTENZA e dall’altra ancora TREBBIATRICE.

Ma perché ci interessano due schizzati di internet che vedono il loro idolo ovunque?

Intanto perché i due schizzati hanno un certo seguito, contagiando anche persone intelligenti, come questo blogger italiano che scrive cose molto acute sulla sintassi dell’horror ma, senza sentire nessuna fitta deontologica, pur non avendo visto la serie, lancia il suo sostegno alla tesi del plagio.

E poi perché mi sembra che da tutta questa polemica ne esca gravemente fraintesa la natura di quella scena e forse della serie nel suo complesso. Ci mostra in controluce il modo in cui certe persone hanno guardato True Detective

Abbiamo detto che l’accusa si concentra quasi esclusivamente su una scena che è un po’ pochino per un’opera lunga circa otto ore. Vediamo come viene difesa la posizione. Traduco dal link di sopra:

«il viaggio in macchina del primo episodio, nel quale Rust Cohle espone la sua visione del mondo pessimista e antinatalista in modo chiaro e potente. È un fatto che (in quella scena cruciale che definisce il personaggio) quasi tutte le famigerate frasi di Cohle provengono da The Conspiracy Against the Human Race di Thomas Ligotti, talvolta riportate parola per parola, talvolta come parafrasi delle sue idee e della sua prosa caratteristica.

Tenete a mente che quella scena è la chiave di volta per il personaggio di Cohle. Ed è LA scena in cui True Detective smette di essere uno dei tanti polizieschi con la coppia di investigatori e diventa qualcosa di diverso, qualcosa di estremo interesse per il pubblico di HBO e un riconoscimento per lo scrittore che ha creato Rustin Cohle.

Levate a True Detective la visione del mondo Ligottiana di Rust Cohle e le citazioni dalle Weird Fiction e avrete perso quello che rendeva speciale la serie».

La loro giustificazione risiede nella convinzione che quella scena sia fondamentale e che sia il primo momento che fa fare alla serie il salto di qualità, definendone l’estetica. Ebbene, penso che abbiano ragione, ma per i motivi sbagliati. Alla base del loro accanimento c’è un’incomprensione, una sopravvalutazione del ruolo di Cohle all’interno della drammaturgia. Poiché in quel personaggio rivedono il loro beniamino letterario (e abbiamo già spiegato quanto si sbaglino), lo mettono in cattedra e prendono le sue parole come oro colato, come il bello della serie in sé e per sé. Cosa si perdono? Prima di tutto credo che non colgano la comicità di quella scena. Si saranno resi conto che il ventriloquo del caro Thomas Ligotti ci fa la figura del coglione? 

Immaginate di essere un poliziotto diretto verso la centrale in compagnia di un collega taciturno. Di punto in bianco, sul sedile del passeggerosi anima il Sommario di decomposizione che attacca a spiegarvi che le persone là fuori sono tutte uguali, tutte spazzatura perché blablabla. Al che gli domandate se per caso è cristiano, dato che avete visto un crocifisso nella sula stanza.Vi risponde che non lo è, ma che vede il crocifisso come una forma di meditazione. Come una cosa? «Sì, contemplo il momento nel giardino dei Getsemani, l’idea di permettere la propria crocifissione». Vi prego di osservare la faccia che fa Hart dopo aver sentito questa cosa, al minuto 1,10. Il dialogo prosegue su questi toni, con Rust Cohle che continua a straparlare e Marty Hart che fa le facce disgustate e sbigottite. Cohle contemporaneamente prova a fare il sostenuto, a rientrare nei ranghi del maledetto silenzioso, cercando di far ricadere la colpa di aver iniziato la discussione su Hart, cosa assolutamente falsa e Hart, sempre più sconvolto da questa secchiata di negatività del tutto inaspettata, tenta di  azzittirlo e gli ordina di non tirare fuori stronzate del genere quando sarà a cena con sua moglie. È la dinamica che regolerà tutte le loro discussioni estemporanee, come quando Cohle non potrà fare a meno di interrogarsi sul quoziente intellettivo di una folla di campagnoli durante una messa evangelica. Anche lì Hart azzecca la risposta: gli domanda se dall’altro del suo piedistallo gli pare di trovarsi nel suo paese d’origine perché di quella gente loro non ne sanno nulla. Ce la sentiamo di dargli torto? Da un lato, in quanto pubblico di HBO, soprattutto in quanto pubblico italiano di HBO che cerca i prodotti culturali validi su internet e se li guarda in originale, ci sentiamo più simili al raffinato Cohle. Dall’altro, Hart ci fa vedere continuamente la weirdness di una postura del genere. 

Non è raro trovarsi dalla sua parte nel corso della serie, dalla parte dell’americano medio, ubriacone, adultero e violento, e contro questo fascinoso angelo oscuro pieno di erudizione filosofica.

Questo è il quid di True Detective, non l’erudizione filosofica in sé.

Saccenza, presunzione, tendenza allo sproloquio, sono le caratteristiche che la vicinanza di un uomo della strada come Hart fa emergere in Cohle. «Listen Nietzsche, shut the fuck up!» è il rimbecco arguto che Cohle rivolge a Reggie Ledoux che parafrasa lo Zaratustra ed è impossibile non pensare che sia in atto qualche proiezione e che quelle parole andrebbero dirette proprio a lui praticamente ogni volta che apre bocca.

Non sto negando che Cohle abbia fascino. C’è sicuramente tanto fascino in quel personaggio, grazie anche all’interpretazione magnetica di Matthew McConaughey, ma il suo carisma viene continuamente messo in discussione dai personaggi che gli sono affiancati, da Hart in primo luogo ma anche dai due poliziotti che lo interrogano nella linea temporale presente. Anche in quella scena, «la peculiare visione del mondo di Ligotti» non è esaltata direttamente, ma è oggetto di teatro, di una recita che lo stesso Cohle usa per confondere il resoconto, alterare certi particolari. E chi lo osserva, noi come gli agenti dell’FBI, si rende conto di avere di fronte proprio un personaggio, di assistere ad una recita, piuttosto che ad una sincera esposizione di tesi filosofiche. La filosofia è meno importante di chi la dice, di come la dice e del perché la dice. 

L’intenzione di Pizzolatto era far lavorare un personaggio siffatto, in coppia con il suo rovescio, all’interno di un giallo; non di aggiungere una nuova interessante voce al dibattito filosofico, ma di trasformare quella filosofia in un detective depresso.

Come in ogni narrazione interessante, il protagonista non ci viene offerto come un idolo, come un dio dal quale pendere dalle labbra, che sembra il modo in cui si rapportano i fan di Ligotti al loro autore preferito e, per estensione, a chiunque ne ricalchi le parole, fosse anche un personaggio di finzione. Il protagonista prova a porsi come centro del mondo, come termine ultimo della riflessione umana, ma è il dispositivo narrativo, quando ben studiato come in questo caso, che ce lo relativizza.

Non è una cosa scontata, capita che lo scrittore si innamori del suo alter ego e gli faccia fare il bello e il cattivo tempo. Un esempio recente è La grande bellezza: Sorrentino/Gambardella non incontra nessuna resistenza nella bella società romana che sfida col suo spleen napoletano. Chiunque abbia davanti, che sia una giornalista di partito, un alto prelato o Marina Abramovich, sono tutti cretini, tutte macchiette disegnate storte di modo che Gep Gambardella possa prenderle a schiaffi col minimo sforzo. Non c’è niente di credibile in quella rappresentazione degli intellettuali, c’è solo la fantasia bagnata di chi voleva ridicolizzarli e li ha fatti stupidi di proposito. Tutto un altro discorso con True Detective dove le colte rasoiate che Cohle sferra al volto del mondo vengono ridicolizzate, smascherate o per lo meno deviate da un uomo ordinario pieno di ordinari difetti.

Cohle non ha vita facile, l’occhio del narratore gli gira attorno, ci mostra tutti i suoi lati, depotenzia le sue affermazione, lo mette in contraddizione, compromette la sua attendibilità. Il fine è renderlo qualcuno interessante da vedere agire, non da sentir parlare. Per quello c’è la saggistica che si differenzia dalla narrativa perché a metà del libro il parlante non viene interrotto da un satanista deforme intenzionato a spaccargli la testa. Purtroppo.

Alessandro Lolli
Alessandro Lolli
Alessandro Lolli nasce a Roma nel 1989. Ha collaborato con Nuovi Argomenti, Polinice, Soft Revolution Zine, Crampi Sportivi e DUDE MAG. È laureato in filosofia. A tempo perso lavora in un centro scommesse sportive.
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