Siamo molto adirati. Il mondo si divide e si scervella per capire se il siparietto iniziale della minaccia di suicidio sia effettivamente una parentesi di Paese Reale entrata all’Ariston oppure una messa in scena mal recitata per risolvere da subito la questione auditel. Ma non è questo il dubbio più pressante. Quello che non ci ha fatto dormire, alla fine della fiera (alla fine? Cioè, ma MAGARI! Era solo l’inizio!), è stato il pensiero che, se quel tipo fosse davvero caduto dalle impalcature, le trasmissioni sarebbero state interrotte e noi ci saremmo risparmiati un sacco di lavoro sporco.
Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma non fino a questo punto. Ora, uscendo per un attimo dalle vesti cinico-ironiche di questa rubrica, vogliamo tendere una mano verso la fonte maggiore del nostro disagio: l’accoppiata Fazio-Litizzetto. Ok, è vero, lo ammettiamo, c’è stato un breve periodo in cui forse sono stati divertenti e apparivano come una coppia nuova della televisione italiana. Lo stiamo ammettendo, ci leggete? Non siamo prevenuti, ok? Il problema è che quella mezz’ora di innovazione è andata in onda quando le scarpe del momento erano le Perry Ellis. Ora basta, non fa più ridere! Sono centomila anni che la Litizzetto gioca sul fatto che è una racchia, nanerottola e acida che si fa beffe del povero sfigato Fazio, che con un brivido che ci percorre la schiena, proviamo a definire intellettual… No, non ce la facciamo!
Ci stiamo mettendo così tanto ad arrivare al sodo per coerenza, visto che la prima canzone in concorso è andata in scena quando sulle altre televisioni c’era la rassegna stampa della notturna e le hot line.
Fino a questo punto, l’unica certezza messa in cassaforte è che gli autori della Litizzetto sono anche quelli che scrivono i dialoghi tra il Leone e l’Elefante sul biscotto del Cucciolone («Come si mimetizza un elefante in un campo di fragole?». «Si mette lo smalto rosso.». Cazzo, ma fa persino più ridere della Lucianina vestita da Bagaglino coi fiori a riempire il reggiseno!). Una volta messe a tacere le aspettative comiche allora abbiamo pensato che forse al Festivàl della Canzone Italiana a salvarci sarebbero arrivate proprio loro: le canzoni italiane. Ma nulla. Il bel pop italiano, anche solo delle nostre infanzie, insieme ai suoi casi umani divertenti e scandalosi tipo Anna Oxa col perizoma e l’olio addosso, si sono fatti una dignità e si sono tenuti lontani dalla fatiscenza non solo metaforica dell’Ariston così-come-ci-è-apparso-iersera.
Ciascun cantante in gara tra i primi 7 Big ha portato due canzoni e per rendere frizzante e interattiva la cosa hanno inserito la questione del televoto, ma anche per omaggiare questa nuova invenzione a opera di Meucci Antonio, il cosiddetto Telefono, che a quanto pare sostituirà le vecchie chat, twitter e i social network. Ne sentirete parlare ancora molto spesso.
La prima a immolarsi è Arisa. Come accadrà per la maggior parte dei concorrenti, il secondo brano sarà quello che passerà in gara. L’algoritmo è quello di stroncare i televotanti con un primo brano disarmante (già storditi per l’ebbrezza del rapporto tutto nuovo di interattività col televisore) e poi sparare una cartuccia decente che in confronto sembrerà sublime. Ad Arisa non riesce neanche questa tecnica. Se avesse avuto gli occhiali a fondo di bottiglia non saremmo stati cattivi, ma ieri sera aveva le lentine e allora se l’è cercata: abbiamo l’impressione che l’ex fidanzato autore dei suoi testi questa volta si sia vendicato forte, o abbia trovato un’altra fidanzata e sapete come sono le donne con le ex del proprio uomo.
Poi così, a braccio, ci ricordiamo di un Frankie Hi NRG con la maglietta rubata a Jovanotti, che parlando di biciclette e lanciando il tormentone #Pedala si è assicurato il classico ultimo-posto-che-però-avrà-un-successo-commerciale-che-manco-laura-non-c’è-brutte-carogne (e-poi-si-sa-che-chi-vince-non-vende-un-disco). Non c’è spazio neanche per la suspense, che palle.
Nello stordimento generale dovuto alla morfina e all’alcol che abbiamo mandato giù per tenere a bada il nostro rancore, al bicarbonato ingerito causa acidità di uno stomaco che non la smetteva di ritorcersi, ecco quello che ricordiamo ancora:
1. Una Laetitia Casta bellissima, elegante, sensuale, morbida, chiaramente calata in Italia per cercare un nuovo uomo mediterraneo, dopo la rottura con Accorsi;
2. Fazio vestito da intellettuale francese (lo stesso travestimento di Carnevale che usava alle feste quando aveva otto anni);
3. sportivi a caso che si succedevano tra uno stacchetto e l’altro, per annunciare quale delle due pessime canzoni in gara avrebbe dovuto concorrere definitivamente. Ci siamo chiesti: ma da quando gli sportivi sono diventati interessanti? C’è qualcuno davvero desideroso di vederli puliti, goffi a maneggiare la socialità del mondo reale piuttosto che una pagaia o un pallone da basket? È per cose di questo tipo che dovrebbe esistere una Protezione Sportivi.
Dopo tutti questi flop, per una mera questione di statistica basilare, in un programma durato all’incirca sette ore, qualcosa di buono doveva pur esserci e risponde al nome di Raffaellona Nazionale, acchittata come se il tempo non fosse mai passato, il solo caschetto platinato che-non-conosce-doppie-punte ha ballato sfidando le coronarie accompagnata da un collettivo di commessi di Zara e da un messaggio lampeggiante in sovraimpressione per le nonne: DON’T TRY THIS AT HOME. I vostri femori sono stati avvisati. Il primo pensiero che ci viene è: chissà se la Carrà e Javier Zanetti facessero un figlio assieme che razza di bambino bionico verrebbe fuori! Ma al di là di questo, lei è stata fantastica e avremmo voluto non finisse mai. Abbiamo desiderato ardentemente che entrassero in scena i tavolini del privé del Piper pieni di cocaina e che diventasse uno speciale sui favolosi anni ’80, ma non si può avere tutto. Di sicuro il commento finale è: Lady Gaga chi?
A salvarsi – con una piccola riserva sull’orario, un po’ troppo inoltrato e a forte rischio abbiocco – è Cat Stevens, deus ex machina che a un certo punto ci ricorda che un tempo avevamo anche le orecchie per ascoltare quella cosa che si chiama musica. Purtroppo non ce lo siamo goduto tutto, perché per buona metà dell’esibizione eravamo convinti si trattasse di Bin Laden che da un momento all’altro si sarebbe fatto saltare in aria. Ma no, è Fidel Castro vestito da Ray Charles che canta i Beatles! In ogni caso, pollice su anche per lui.
Neanche fosse Capodanno, quando la puntata è giunta al termine verso l’alba, siamo andati direttamente a fare colazione al bar in hang over. Siamo spaventati, perché non abbiamo più l’età per arrivare fino a sabato in queste condizioni, se continua così. Non escluso che gli autori abbiano previsto di ospitare un medico esperto in qualcosa che possa suggerirci qualcos’altro.
In conclusione: una prima serata un po’ troppo dispersiva in cui ha prevalso l’ossessione di rendere Sanremo un prodotto fruibile per tutti proprio tutti, trascurando quello che dovrebbe essere in realtà: un festival di musica. Non vogliamo i siparietti di mezz’ora dopo ogni esibizione, anche perché non fanno altro che ricordare che la nostra musica fa cagare e che Dalla, Battisti, Tenco, Gaetano proprio non torneranno più. Non cadremo nella trappola di commentare Ligabue che canta De André, perché sappiamo benissimo che si tratta di un disegno studiato per farci sfociare nella più cruda blasfemia e farci chiudere i battenti.
Ma al di là di questo: chi cazzo è Raphael Gualazzi?
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