Cinema, Tv e teatro: Contro “Dogman”
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Contro “Dogman”

Negli ultimi giorni mi sento come Will Smith in Io sono leggenda, quando vaga sperduto per un mondo nel quale sembra che lui sia rimasto l’ultimo membro della sua specie. Il fatto è che Dogman di Matteo Garrone è ufficialmente il film che rappresenterà l’Italia alla corsa per gli Oscar 2019; a questo riguardo, ovunque […]

2 Ott
2018
Cinema, Tv e teatro

Negli ultimi giorni mi sento come Will Smith in Io sono leggenda, quando vaga sperduto per un mondo nel quale sembra che lui sia rimasto l’ultimo membro della sua specie. Il fatto è che Dogman di Matteo Garrone è ufficialmente il film che rappresenterà l’Italia alla corsa per gli Oscar 2019; a questo riguardo, ovunque mi volto vedo una distesa uniforme di entusiasmo acritico a perdita d’occhio. Non solo manca la fisiologica percentuale di stroncature: non c’è traccia nemmeno di perplessità, di giudizi sfumati, di «bello, ma». Il problema è che a me, e a quanto pare solo a me, Dogman è sembrato un film così così.

Va da sé che “così così” è diverso da “pessimo”. La suggestiva fotografia livida di Nicolai Brüel; la faccia straordinaria di Marcello Fonte, sorta di ibrido tragicomico tra Antonio Rezza e Mr. Bean; l’idea di ambientare la vicenda fuori dal tempo e dallo spazio, su un generico litorale italiano che sembra il porto di Mos Eisley, dove tecnologie contemporanee convivono con un’atmosfera sospesa tra gli anni Cinquanta e un futuro postapocalittico; chi porta questi elementi in difesa del film mi trova d’accordo al cento per cento. Ma un edificio non è fatto solo di belle finestre, e la mia impressione è che qui manchino un paio di ingredienti nell’impasto della malta.

Occhio che oltre questo punto vagano spoiler senza museruola.

Riassumendo. Il mite Marcello, proprietario di un negozio di toelettatura per cani, arrotonda con lo spaccio di droga; del resto il film si intitola Dogman e il minimo è che il protagonista abbia un’identità segreta. Cliente fisso di Marcello — il Marcello spacciatore, non il canaro — è Simone, nerboruto e nevrotico bullo di periferia. Tra i due c’è qualcosa di simile a un’amicizia, senonché un giorno Simone svaligia un negozio e fa ricadere la colpa su Marcello. Le autorità capiscono al volo che Marcello è stato incastrato e gli propongono di collaborare, garantendogli che ne uscirà pulito e riceverà tutta la protezione necessaria; ma lui rifiuta di denunciare Simone e di conseguenza finisce ar gabbio al posto suo. Perché?

Sulla base di quanto vediamo e sentiamo all’interno del film, l’unica risposta possibile a questa domanda è boh.

Un passo indietro. La sceneggiatura di Dogman non ci dà alcun motivo per ritenere che Marcello, malgrado il contesto di degrado suburbano nel quale si muove, sia un uomo infelice o insoddisfatto. Ha un lavoro che ama, un’ex moglie con la quale sembra in buoni rapporti, una figlia che lo adora ed è benvoluto dal vicinato. Certo, non nuota nell’oro, gli duole non poter offrire una vacanza ai Caraibi alla sua bambina; ma nel complesso è ben lungi dall’essere un individuo disperato, solitario o senza niente da perdere.

Se su un piatto della bilancia c’è tutto questo, sull’altro c’è la relazione con Simone. Non è chiaro perché Marcello sia così legato a questo hooligan borgataro, che gronda psicopatia ed è comprensibilmente odiato dall’intero quartiere; tanto più che la sequenza del furto in appartamento, dove Simone non si perita di chiudere il cagnolino di casa nel freezer e Marcello rischia in prima persona per liberarlo, è lì a dimostrare come i due vivano in universi molto lontani.

È credibile che Marcello butti via tutto quello che ha — che, si diceva, non è poco — per coprire un pazzo violento, che peraltro cinque minuti prima ha cercato di fregarlo? Perché Batman che risparmia Superman dopo aver scoperto che hanno le mamme omonime è un errore da matita rossa, mentre Dogman che accetta di finire in galera innocente senza alcuna motivazione razionale va bene?

La famosa sospensione dell’incredulità nasce in primo luogo dal fatto che ciò che avviene sullo schermo risponde al principio di causa ed effetto. Nel momento in cui le cose cominciano a succedere perché sì, non sei più immerso in una realtà parallela creata dalla fantasia di un cineasta; sei solo seduto sulla poltroncina di un cinema a visionare le performance di alcuni attori.

E poi c’è la questione dell’omicidio. Marcello, uscito dal carcere, attira in trappola Simone e lo rinchiude in una gabbia per cani. Dovrebbe essere soltanto una vendetta simbolica, ma la situazione degenera e Simone rimane ucciso.

Ok, Dogman non è e non vuole essere un film su Pietro De Negri, il Canaro della Magliana, che nel 1988 balzò agli onori delle cronache per aver rapito e torturato a morte il piccolo criminale che lo vessava da settimane. L’opera di Garrone si ispira alla storia di De Negri solo alla lontana, e comunque un regista ha il sacrosanto diritto di bypassare la realtà, se la finzione risulta più efficace sul piano cinematografico. Appunto: se.

La vicenda reale di De Negri — che forse non è poi tanto reale, nel corso degli anni sono sorti diversi dubbi sull’effettivo svolgimento dei fatti, ma ormai è entrata nella mitologia popolare così com’è — è già un soggetto cinematografico bell’e pronto, Un giorno di ordinaria follia ante litteram all’amatriciana: la storia di uno qualunque – non un santo, ma neanche un serial killer — che si trasforma in un mostro per esasperazione.

Nella versione garroniana, viceversa, Marcello è un uno qualunque che resta uno qualunque. L’ABC dello sceneggiatore dice che, tolti i film comici, gli horror e i porno, l’efficacia di un racconto è direttamente proporzionale all’arco di trasformazione attraversato dal protagonista. L’arco di trasformazione dell’eroe di Dogman è minimo: alla fine Marcello è lo stesso bonaccione che era all’inizio, tanto che l’unica ritorsione che riesce a concepire nei confronti dell’uomo che gli ha rovinato la vita è uno scherzetto, e se ammazza qualcuno è solo per caso. Ma allora a cosa è servito raccontare questa storia?

Il cinema non dovrebbe trasmettere un senso?

Daniele Gabrieli
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