Cinema, Tv e teatro: Cosa ci è rimasto di “Game of Thrones”
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Cosa ci è rimasto di “Game of Thrones”

Drogon è il nuovo Babbo Natale, empatizzare con GoT e perdere tutto, l’odio di Arya. Ma anche chi di Game of Throne non ha mai visto una puntata e proprio ha intenzione di farlo.

22 Mag
2019
Cinema, Tv e teatro

Perché per me Drogon è il nuovo Babbo Natale
di Leonardo Mazzeo

Sono sempre stato fissato con i draghi. Per intenderci, sono una di quelle persone che va su YouTube a guardarsi video fake su presunti avvistamenti di draghi solo per fomentarsi.

In pratica io ho cominciato a vedere Game of Thrones perché sapevo che c’erano i draghi. Infatti la prima stagione è stata un po’ deludente, per me. Aspettavo sempre che qualche drago spuntasse da un momento all’altro e cominciasse a sputare fuoco, invece niente. Spade, neve, deserto, ma che razza di serie è? Ma i draghi dove stanno? Poi sono nati. Così, dal nulla. Quando ormai quasi neanche ci speravo più.

Per questo devo ringraziare Daenerys. Le sarò sempre grato per aver portato le uova con sé in mezzo alle fiamme. Cioè, non avrei mai pensato che nel corso della mia vita sarei stato grato ad un personaggio inventato per aver fatto una cosa scritta in un libro e poi trasposta in tv tramite un’attrice e un computer, ma tant’è.

Drogon, Rhaegal, Viserion — È stato bellissimo vederli così piccoli ma già così fieri. La prima stagione si è chiusa con la loro nascita, e io finalmente avevo dato un senso a tutte quelle ore precedenti passate a vedere cose da esseri umani.

Nel corso delle stagioni, i draghi hanno seguito sempre la loro madre e l’hanno difesa finché ne hanno avuto le forze: hanno imparato a rispondere al “dracarys” (solo cuori), sono stati indisciplinati, sono cresciuti insieme a Daenerys, hanno commesso errori (ma servono anche quelli per diventare grandi, no?), sono finiti in punizione (tutti tranne Drogon) (ma quanto è bello Drogon?), hanno sterminato truppe su truppe, hanno dato fuoco più o meno a tutto ciò che hanno incontrato. Hanno fatto i draghi, insomma, e io ogni volta che li vedevo sullo schermo tornavo bambino.

Mi è dispiaciuto parecchio quando il Re della Notte ha ucciso Viserion, poi però mi ha fomentato parecchio vedere il drago tornare “in vita”, i suoi occhi accendersi di nuovo e diventare blu notte. Poi vabbè, ha cominciato tipo a sparare ghiaccio e ha buttato giù una barriera immensa, quindi oh, dai, come fai a non fomentarti?

Rhaegal forse meritava qualcosa in più, cioè, almeno Viserion ha avuto anche il suo lato villain per mettersi in mostra, mentre suo fratello è sempre rimasto all’ombra di Drogon (più grande degli altri) (e neanche poco). Punto a favore: è stato cavalcato da Jon Snow e vedere lui e Daenerys volare assieme in guerra è stato incredibile.

Drogon invece è semplicemente Drogon. Non è caduto quasi mai, e quando lo ha fatto si è sempre rialzato (pure se addosso è ricoperto di non-morti). Ha distrutto tutto ciò che ha incontrato, è stato indisciplinato ma allo stesso tempo si è dimostrato pieno d’amore per sua madre. Lo Scorpione non l’ha ucciso, in nessun modo i suoi avversari sono riusciti ad abbatterlo. E nell’ultima puntata della stagione è semplicemente superbo. Il re dei draghi, il più grande di tutti. Maestoso e imponente, nero e grande come la notte. Sicuramente uno dei motivi che mi hanno fatto amare la serie. Di più: forse il motivo principale.

Costante — I draghi in GoT sono una linea costante, che vive di alti e bassi (come ogni cosa che vola) ma che continua sempre ad andare avanti, stagione dopo stagione. Simbolo di casa Targaryen, sono tornati da un passato glorioso quando tutti li credevano ormai estinti. Anche gli scettici hanno dovuto ricredersi, puntata dopo puntata: i draghi esistono veramente, in barba a tutti quelli che hanno riso quando ho detto di aver cercato quei video su YouTube.

Daenerys ha fatto quello che ha fatto grazie a loro, anche il Re della Notte è riuscito ad arrivare dove è arrivato grazie all’aiuto di un drago: la storia, in sostanza, si è sviluppata sulle loro ali e io ho adorato questo aspetto. Dall’altra parte, ho detestato Daenerys per aver incatenato Viserion e Rahegal per mezza stagione, e ogni volta che un drago è morto ci sono rimasto male.

Probabilmente il mio apprezzamento della serie è andato di pari passo con l’evoluzione dei draghi, e forse anche per questo ho adorato il finale, al contrario di tante persone. Dei tre ne è rimasto soltanto uno, Drogon. Ha visto sua madre morire, poi ha distrutto il simbolo del potere in una scena di una potenza inaudita.

 

 

I draghi di Game of Thrones sopravvivono tutti nel fuoco di Drogon, che alla fine invece di uccidere l’assassino di Daenerys decide di sciogliere il Trono di Spade, forse perché ritenuto vero colpevole della morte di sua madre.

Alla fine l’ultimo dei draghi vola via, e sono convinto che da qualche parte sia ancora vivo. Qualcuno dice di averlo visto volare ad Est, io voglio crederci. Perché i draghi sono tipo Babbo Natale, esistono finché ci credi. E io ci credo eccome.

 

Ho empatizzato di brutto con “Game of Thrones” e ho perso tutto
di Luca Capriotti

Tutto, ho perso tutto. Nelle prime stagioni ho empatizzato da morire, mi sono interrogato, scosso da quel diluvio sono stato sballottolato da tette ballonzolanti e sederi e sorelle concupite da fratelli e poi possedute da fascinosi principi mediorientali con un gusto insaziabile per le mandrie e certe posizioni di letto.

Ho empatizzato da morire e sono stato storpiato perché ho visto troppo, ho storpiato chi guardava troppo i miei oscuri recessi che per me significano solo amore, così allucinante e puro da sfondare i legami naturali, così allucinante e puro da condannarmi. Tutti gli innamorati veri di Game of Thrones finiscono malissimo, mi sento di dire. Succede pure ai buoni delle prime stagioni, ai sottoni dell’ultima e tendenzialmente a chi trucida per il puro gusto di trucidare, credendo di avere ragione. Anche ai metalupi, che costano troppo. Ho empatizzato con Game of Thrones perché prima si spogliavano subito, poi quasi sembrano aver recuperato il pudore. Sarà la pancetta dei 30, che mi fa stare con loro.

 



Una parte di me vorrebbe empatizzare con quelli che dicono che l’ultima stagione fa schifo, ma allora fa schifo come la vita, mi dico tra me e me, mentre riparto a guardarla di nuovo, da capo, senza interruzioni, l’ultima stagione. Tutti quelli con cui ho empatizzato hanno spade fiammeggianti, sembrano vincenti salvo poi spegnersi uno dopo l’altro. Oberyn, why always me? Ragazzi, è la vita senza Oberyn che fa schifo.

Ho empatizzato da morire perfino con chi mi ha tradito, venduto, poi mi hanno fatto cose indicibili in parti intime e per cercare di redimersi sono morto. Anche chi cerca redenzione o muore, o finisce per andare al di là della Barriera al freddo e al gelo. Anche chi non si sente di aver avuto ragione, in Game of Thrones perde sempre tutto.

 

 

Ho empatizzato da morire con i gregari, i soldati semplici che muoiono gridando il giuramento dei Guardiani della Notte e partecipano a crociate sfortunate di principi e re troppo coerenti e incorrotti per essere veri — Stannis, dove sei? Ho empatizzato con chi guardava male una vecchia strega rossa che forse bisognava guardare meglio e mi sono arrabbiato con chi non ha considerato l’effetto del Signore della Luce sulla vita della gente e di Westeros. Poi è sparito, come Drogon con artigliata Dany, verso Est. Come quasi tutta la magia, che rischia di nuovo di essere ridotta ad un vecchio altare, con un testolone-teschio di drago in un cripta. E i morti che sembrano così ineluttabili, così ansiogeni, così lunedì dopo un weekend stancante, io li vedo ogni giorno, ciao cari, chi offre il caffè?

I parvenu di Westeros che decidono collegialmente di premiare Bran che ha sorpassato la Barriera — uh, che bravo, sono morti tutti per aiutarlo e nel frattempo direi che la questione Barriera potevamo dirla derubricata a mero fatterello, dopo tutti gli ultimi sconvolgenti avvenimenti — alla fine sono le facce buone e ribalde in cui non mi sono mai immedesimato davvero. Quelli con cui ho empatizzato sono morti tutti — sarò io — quelli con cui ho fraternizzato almeno hanno perso 15 parenti in maniera atroce — dovrò stare attento a cosa votare, temo. Quelli che meno mi interessavano ci sono tutti, vivi, vegeti e federalisti.

Ho empatizzato male perfino con quelli che sono spariti, da Daario, a tutti quei personaggi minori che devono essere finiti nel buco nero di recente selfie o in un altro anfratto atemporale in cui finiscono tutti quelli che vengono tagliati per ragioni di spazio, ma per le tazze di Starbuck’s come la trovate eh un’inquadratura, vi odio tutti. Vi amo, cosa dico!?

Jon, guarda che hai fatto, JON GUARDA CHE HAI FATTO! Davvero l’unica vita che ci è possibile, a noi ansiosi, sottoni, che non sappiamo mai cosa sia giusto, è fuori dalla civiltà, nell’unico mondo possibile, selvaggio e brutale dove possiamo essere accettati tutti noi, bastardi e traditori dell’unico amore? Questo siamo diventati, solo un Kingslayer dopo l’ennesimo «Burn them all»? Davvero chi pratica la giustizia deve sentirsi alla fine l’unico ingiusto? Guarda che ci hai fatto Jon, mentre ci lanci l’ultimo sguardo pensa a quanto deve far freddo ora qui da noi. E non solo perché siamo a Roma di maggio. Mamma, perdoname por mi vida loca: ho empatizzato con Jon Snow, il traditore di parenti, bone, conquistatrici, mother of dragons. Mamma perdonami: ho empatizzato pure col drago, e l’ho pensato anche io, sotto sotto, per tutte queste lunghe ed estenuanti stagioni: «Quel trono di Spade non si può guardà». Detto, cotto.

 


 

Ho empatizzato tantissimo soprattutto con quel mondo selvaggio, indefinito, indecente, contorto, pieno di tette, sparite col passare delle stagioni, sangue — rimasto, ma solo per chi se lo merita o non è importante — politica — rimasta, ma solo per chi non ha un drago — e morti improvvise — di solito dei buoni, ma qualche cattivo se lo semo levato con gioia. Ho gridato d’orrore vero alle Nozze di sangue e di soddisfazione alla morte del Re della Notte, e in vari altri momenti che non starò a dire per non svelare ulteriormente i miei sodali, metti caso vanno a fare a sorpresa un’altra puntata e me li seccano. Alla fine, cosa ci è rimasto? Come quando finisce un buon libro: dopo aver passato anni ad empatizzare di brutto, ho dentro questo senso di abbandono amaro. Finale potente, che scuote, l’amore che perde, chi ha perso l’amore che perde la libertà e poi forse la riacquista ma solo al freddo e al gelo. «Ok, tutto ok», mi dico, «puoi vivere senza Game of Thrones, sciocco!» Ma poi mi riguardo «QUEEEEN OF THE NORTH», «I Lannister pagano sempre i loro debiti», «The North Remember», e mi sale l’angoscia, l’abbandono, sono le quattro del mattino, e non ho neanche un prete a cui confessare che a me, l’ultima stagione di Game of Thrones, mi ha lasciato da solo.

 

Arya e l’odio
di Massimo Castiglioni


Game of Thrones si è concluso e viene quasi un senso di vertigine se si pensa alla quantità spropositata di eventi, più o meno emozionanti, più o meno significativi, e di personaggi che si sono succeduti nell’epica narrazione di Westeros tra l’alticcio Robert Baratheon e quella sagoma di Bran the broken Stark.

Cosa abbiamo imparato o guadagnato in questi anni? Abbiamo assistito a un’opera colossale e memorabile; abbiamo continuato a coltivare il desiderio di farci raccontare delle storie (e la parola è alla base di tutto, Tyrion docet nell’ultima puntata) senza dimenticare che serve qualcosa in più di un intreccio seducente per raggiungere la grandezza; abbiamo scoperto che in una narrazione fondamentalmente fantasy questo “qualcosa in più” si può trovare non solo nella meraviglia delle esplosioni immaginative ma anche nella durezza del vivere civile, negli inquietanti ribaltamenti dei rapporti di forza, nel brevissimo passaggio tra successo e decadenza, nella fragilità dei rapporti umani e nell’odio.

 

 

Proprio l’odio è forse il sentimento dominante di questa lunga storia dark dove l’inverno è sempre lì lì per arrivare. L’odio tra personaggi, certo (la capacità di perdonare è appannaggio di pochi), l’odio che nasce dalla sofferenza e porta ad altra sofferenza e al pianificare vendette atroci, l’odio che attraverso lo schermo passa direttamente al pubblico. Chi non ha odiato come non mai vedendo GoT? E, di conseguenza, chi non ha goduto vedendo Joffrey rantolare avvelenato fino alla morte, o Ramsay urlare dilaniato dai cani mentre un sorrisetto sadico (il nostro sorrisetto) si disegna sulle labbra di Sansa, o Daenerys morire pugnalata tra le braccia di Jon Snow.

L’odio come motore degli eventi (non l’unico), l’odio come sentimento normalmente negativo che si colora di sfumature imprevedibili, dato che proprio in forza di esso alcuni personaggi traggono le motivazioni per andare avanti ed evolvere. E nessuno più di Arya Stark racchiude in sé questi aspetti.

Se dovessi scegliere un personaggio di cui conservare il ricordo, tra i tanti che ho apprezzato stagione dopo stagione, sicuramente sceglierei Arya. A guardarla bene non ha niente di così eccezionale. È il classico maschiaccio di casa, vivace e poco ubbidiente, che fin da bambina non vuole vivere come una lady e preferisce combattere. Anche la sua anima avventurosa in fin dei conti non è propriamente originale: è uno dei tanti motivi da romanzo di formazione che si trovano in GoT, dove la crescita dei più o meno giovani, in aperto dialogo coi genitori, è uno degli aspetti più affascinanti. Questi elementi tradizionali, da romanzo di formazione appunto, sono particolarmente presenti in Arya, nel cui percorso, tuttavia, si inserisce una sfumatura notturna e inquietante, in cui la ricerca ossessionata della vendetta va di pari passo con la determinazione di sé. Se tutti i protagonisti più giovani si impegnano per imporre loro stessi sulla scena degli eventi, Arya è costretta a uno sforzo doppio o triplo, sia in quanto donna (in un mondo dove lei o Brienne sono pesanti eccezioni allo stereotipo della lady di corte) sia perché costretta a nascondere e inseguire la sua identità.

Per lunghi tratti della vicenda Arya è costretta a non essere Arya. Deve fingere di essere qualcun altro – un maschio, una serva (all’epoca dei memorabili dialoghi con Tywin Lannister) – e si avvicina addirittura ad annullare se stessa presso il Dio dai mille volti. Non potendo camminare come Arya Stark per proteggere la sua stessa vita, proprio nell’anonimato, nell’ombra, cerca la strada che possa portarla a raggiungere la sua vendetta e a definirsi completamente. La sua formazione passa per questa durissima dialettica tra odio e ricerca di sé, tra il combattere per i suoi scopi e il fascino dell’invisibilità, tra il senso del dovere e il desiderio di scoprire il mondo. L’odio diventa un sentimento dai connotati positivi, una riserva quasi infinita di carburante vitale da cui è comunque necessario stare attenti, se non si vuole che diventi l’unica, disperata ragione di vita; qui interviene, giusto nella penultima puntata, la lezione del nemico-amico Clegane, che invita la ragazza a salvarsi durante la rovina di King’s Landing invece di seguire ostinatamente il desiderio di uccidere Cersei (ormai spacciata per conto suo), col rischio di diventare come lui, un mastino tormentato dall’accecante desiderio di chiudere i conti col fratello.

Lì si conclude la crescita di Arya, ormai in grado di controllare la sua forza e il suo carattere infuocato, almeno per quanto ci è dato vedere. Di lei resta solo lo spirito libero, il desiderio di avventura e di scoperta, che se, come detto, non è esattamente una cosa nuova, è comunque un toccasana per chi con quegli elementi nutre da sempre il proprio immaginario.

 

Non ho visto nemmeno una puntata di GoT in vita mia e non credo che lo farò
di Valeria Marzano

Confesso: noi pochi, pochissimi, che non ci siamo mai interessati alla successione al Trono di Spade in questi giorni ci siamo un po’ sentiti tagliati fuori. Abbiamo skippato mille instastories ed ignorato altrettanti status di Facebook e Tweet con l’animo a metà tra l’annoiato e l’invidioso: ha senso parlare così tanto di un prodotto d’intrattenimento che sembra a tratti insipido, a tratti insulso e poco originale o siamo stati solo degli snob ingenui che a furia di film polacchi sottotitolati in francese si sono persi il più interessante fenomeno pop di questi anni?

Sono sicura che quella famosa citazione biblica dicesse che non si vive di soli abbonamenti su Mubi e puntate di FuoriOrario: a GoT si deve riconoscere a mani basse che piace davvero a tutti, dalla madre del vostro fidanzato all’amico d’infanzia, dall’influencer che seguite sui social al politico che fa campagna elettorale per le europee. Curioso ed affascinante come ci si senta tutti parte di un’unica grande narrazione, come abbia visto le mie migliori amiche passare notti insonni per non perdersi le puntate in uscita a tarda ora. Nulla di straordinario se si pensa che il bingewatching è ormai una pratica trasversale, e che tutti abbiamo fatto fatica ad andare al lavoro, a scuola o all’università almeno una volta nella vita perché avevamo passato la notte precedente in preda ad una bulimia video.

Oggi il rapporto tra produttori ed autori di film e serie tv e pubblico è più che mai interattivo: si pensi alla serie Netflix Sense8, che doveva restare incompiuta perché troppo costosa, ma a seguito di insistenti e numerosissime richieste dei fan ha visto la sua conclusione in un lungo episodio girato a Napoli ed uscito online il Giugno scorso. Anche la conclusione di Game of Thrones sembra aver lasciato l’amaro in bocca ad alcuni, che hanno prontamente chiesto che ne venisse scritto un altro tra il risentimento generale di chi invece tuona che sia inconcepibile, e che il pubblico (non) pagante debba tenerselo così com’è.

Abbiamo un nuovo, immenso potere di influenzare l’intrattenimento che non ci viene più solo propinato come confezionato a tavolino sulla base delle nostre esigenze, ma anzi in base a queste viene continuamente rimodellato e persino radicalmente stravolto pur di compiacerci. Per quanto possa sembrare straordinario e farci sentire i veri protagonisti e autori di ciò che guardiamo, dall’altro lato non si può ignorare la sensazione di sentirci ancor di più capitale umano di un mercato che sforna continuamente prodotti tutti uguali, che mancano di verve e originalità, o anche semplicemente di quel coraggio di osare scandalizzare o turbare lo spettatore. Posto che, come diceva Alvaro Siza, «cominciare [un disegno] con l’ossessione dell’originalità corrisponde a un atteggiamento incolto e superficiale» e che fare della provocazione un presupposto creativo non sempre porta ad ottenere grandi risultati, la palese smania di compiacere chi guarda ci viene spesso impunemente spiattellata sullo schermo senza alcuna vergogna, con buona pace di qualsiasi intento artistico ed espressivo.

Sorge il dubbio che arrivare ad un pubblico così ampio non sia così spesso un merito ma piuttosto un bel colpo di fortuna, una coincidenza di circostanze astrali, il frutto di un approfondito calcolo prodotti e consumi, insomma: nulla che possa spingerci in virtù dell’essere aggiornati a sorbirci qualsiasi mediocre fiction reperibile sul nostro pc.

E se pure si avrà da replicare che incesti e lotte per ottenere la supremazia del regno, intrighi amorosi, draghi e battaglie sollecitano quel senso profondo di fascinazione popolare come solo l’elemento magico sa fare, continuo a credere che un mix (per quanto acuto) di Beautiful e Tolkien non stimolerebbe un novello Ernesto De Martino a scrivere un approfondito volume che ne indaghi la fenomenologia antropologica.

Durante queste otto lunghe stagioni, quindi, abbiamo vissuto tranquillamente anche noi: sarà stato il piglio critico, la ferma convinzione o la semplice inedia? Non ci è dato sapere, ma vi assicuro che siamo ancora in piedi e questa sera ci vediamo qualcosina su Netflix.

Dude Mag
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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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