Diario di bordo: Leaves of the Horn
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Diario di bordo: Leaves of the Horn

Primi passi per il documentario Leaves of the Horn. L’Inghilterra è l’ultimo paese ad importare legalmente il qat, la pianta narcotica che regola la vita del corno d’Africa.

Primi passi per il documentario Leaves of the Horn. Matteo, Davide e David sbarcano a Londra. L’Inghilterra è l’ultimo paese ad importare legalmente il qat, la pianta narcotica che regola la vita sociale ed economica del corno d’Africa. Le prime foto, impressioni, l’eccitazione, i cafè yemeniti, l’ostilità per i media. Inizia il diario di bordo in esclusiva per Dude.

Di M. Keffer, D. Morandini, D. Chierchini a cura di Marco Fagnocchi

Giorno 1: Balotelli è bravo a freccette

Il nostro è solo uno dei tanti sbarchi londinesi, visti e rivisti in tutte le salse. La nostra base è a Lower Clapton, una volta conosciuto ai più come Murder Mile. Oggi è un quartierino niente male, popolato di studenti e artisti hipsterici, e puntellato di corner shops etnici e macrobiotici decisamente fuori dalla nostra portata. A casa ci aspetta Paul, un ex coinquilino di Davide e David, inglesotto di Southampton dall’occhietto vispo che nella sua altalenante ma felice carriera di giovane documentarista bazzica tra gli uffici di Channel4 e i Job center di quartiere, dove riscuote spesso profumati assegni di disoccupazione di sua maestà la Regina. ?Alcuni volti noti ci aspettano in salotto, caldi nei loro cappotti di birra (come dicono qui) indossati in attesa di Italia-Inghilterra. Noi scappiamo a Dalston per un primo sopralluogo, o almeno è quello che diciamo a tutti, in realtà siamo alla ricerca di un posto tranquillo per il pre-partita. Sapevamo che vicino al Vortex avremmo trovato un marfish, una delle bettole somale che vendono qat.

Tre pound per un mazzetto di Lare Keniano avvolto in foglie di banano, sei per il Giza, di qualità superiore. ?Ci prendiamo tre Lare, mastichiamo di fretta chiacchierando con Osman, un somalo seduto al nostro tavolo che guarda caso parla italiano. Torniamo a casa. 120 minuti nella tana del leone, dove riecheggia senza sosta il coro sarcastico dei nostri ospiti:

# Oooooo Balotelli, he’s our striker, he’s good at darts / ?An allergy to grass but when he plays he’s fuckin’ class! /? He drives around moss side with a wallet full of cash! ?Oooooo Balotelli, he’s our striker, he’s good at darts… #

Fino al silenzio imposto dal rigore di Pirlo. Si direbbe che ora possiamo cominciare.

Giorno 2: Somali tv e Chris, l’uomo che vuole farci ricchi

Oggi iniziamo ufficialmente, non prima della rituale English breakfast del working class cafè all’angolo. Smarcando la piccola folla di operai in pausa, un gruppetto di matrone caraibiche dalle unghie fluorescenti e tre simpatici bobbies in sovrappeso, il cameriere armeno ci serve tre piatti adorni ciascuno di due salsicce, quattro fette di bacon, quattro toast imburrati, due uova al tegamino, fagioli al pomodoro, funghi e patatine fritte a go-go. Olè.

Rotoliamo verso un appuntamento importante: Abukar Awale è nato a Mogadisho, vive a Londra ed è un potenziale personaggio del film. Dopo sette anni di dipendenza dal qat è stato accoltellato in un marfish da un suo compagno di masticate durante una lite. Da quel momento ha trasformato la propria vita in una crociata contro la pianta e il suo consumo, diventandone il suo più grande oppositore sulla scena britannica.

Prima però dobbiamo incontrare Rosa, la nostra producer londinese, che poi è napoletana. Ci aspetta nel suo studio a Richmond per prestarci cavalletto e microfoni. Rosa ha organizzato una skypata con Chris, un sales agent di Los Angeles che nonostante abbia visto solo il trailer, millanta di poter ottenere dalla vendita di Merqana, fra università americane e canali via cavo, una cifra che non riportiamo per scaramanzia. Insomma, pare proprio che ci compreremo casa, è solo una questione di tempo.

Abukar tiene una trasmissione sul qat per la National Somali TV, on air dagli studi del Crown House Business Center, un grigio palazzone lungo l’anonima e fino ad oggi a noi sconosciuta North Circular Road di Wembley. Il Crown House è pieno di somali, tutti dipendenti di diverse emittenti televisive, sedicenti compagnie aeree e numerose altre società di dubbia natura ospitate nell’edificio.?
È un one man show. Abukar tiene i talloni puntati sulla moquette viola e pelosa dello studio mentre risponde con convinzione e nonchalance a telefonate di casalinghe somale delle Voghera di tutto il mondo, rassicurandole sulla sorte dei loro mariti, ormai persi nel vortice del merqana. Allo stesso tempo, noi giriamo indisturbati le prime immagini del film dopo l’Etiopia.

Giorno 3: Soundcheck: «Give me a word please». «Mark Lancaster». «Thanks».

Primo vero intoppo della spedizione Londinese. Matteo si sveglia con un bulbo oculare in salsa rosa. Non può mettersi le lenti e senza di noi non è nemmeno in grado di prendere l’autobus, figuriamoci di girare. Tentiamo l’effetto placebo con un collirio da £2 recuperato al Boots di King’s Cross, mentre corriamo al Parliament per l’appuntamento forse più formale della settimana.

Siamo in ritardo e non abbiamo un permesso per entrare alla House of Commons. Siamo convinti di tornare a casa con un pugno di mosche, ma tentiamo un approccio all’italiana e chiamiamo il nostro uomo. Basta una sua telefonata e i bobbies ci indicano la strada per il security check, scrutando con attenzione il nostro porta cavalletto / porta kalashnikov. ??Mark è un deputato conservatore. Dopo ventitré anni di carriera militare tra Kosovo, Bosnia, Afghanistan e Iraq, oggi rappresenta una ridente cittadina conosciuta col nome di Milton Keynes, e da tre anni porta avanti una campagna in Parlamento contro il qat. Non batte ciglio durante tutti e 25 i minuti serrati che ci concede, nonostante i nostri goffi tentativi di metterlo in difficoltà. In realtà, mentre ci illustra la sua campagna, preferiamo fantasticare sulle decine di talebani che deve aver scannato a mani nude.

Lasciamo il Parlamento e corriamo alla stazione, dobbiamo andare a Luton per intervistare Neil Carrier, un antropologo che da decenni studia il qat in Kenya. È un tipo buffo ma molto preparato, forse il migliore incontro della nostra trasferta. Ci delizia con racconti sui quartieri somali di Nairobi cresciuti con il traffico di qat e ci passa decine di contatti utili. Non vediamo l’ora di partire per il Kenya.

Giorno 4: British Broadcasting Corporation

Il quarto giorno è quello della speranza. Diamo ascolto ai nostri fegati sofferenti e per colazione ci limitiamo ad un classicissimo toast imburrato e PG tips, prima di un appuntamento con un producer di BBC Arabic, cui tentiamo ormai da più di un anno di vendere i nostri prodotti, Bulaq in primis. Oxford Circus, il main building della British Broadcasting Corporation, otto piani pieni di computer (6000 giornalisti solo nella main room), sale montaggio e angoli ristoro. Ci tratta bene, è molto interessato, c’è da ben sperare.

Delle tre interviste di oggi una ci lascia per strada. Jessica era la nostra esperta sui cosiddetti terroristi somali e i loro legami con il qat, ma dovremo fare a meno di lei almeno per stavolta.

Così ci dirottiamo verso il Mile End Hospital, dove incontriamo Eleni Palazidou, psichiatra che si occupa da oltre vent’anni di masticatori che hanno oltrepassato il limite. Impara più lei dai nostri racconti su Merqana, che noi da lei probabilmente, ma va bene così. Le piace come lavoriamo, e ci vuole portare a girare il primo documentario sui malati di mente in Somalia. «Chissà perché non ne hanno ancora fatto uno?», pensiamo dopo aver accettato la proposta.

Abbiamo appuntamento alle 6 con Abukar Awale. Proviamo ad intervistarlo in un giardinetto, fra i tricicli trascinati sulla ghiaia e le urla dei ragazzini. Non gli importa se un divieto sul qat può distruggere le economie Etiope e Somala. «Durante la guerra civile Somala, mentre la gente moriva di fame, gli unici aerei che arrivavano dai due paesi erano quelli stracolmi di armi e qat. Non un sacco di farina, o barile d’acqua». ?Poi spostiamo l’intervista nel cortile delle case popolari dove Abukar abita con sua moglie e otto figli. Un gruppetto di quattro pesti si ostina a non far silenzio per sabotarci, finché non si lasciano abbindolare dalla nostra promessa di includerli in Leaves of the Horn. Regazzini.

Ultimo giorno: taxi azzurro

Ultimo giorno a Londra. L’imbarco per Fiumicino è alle 15:30, calcolato al millesimo per permetterci di vedere comodi da casa la semifinale dell’Europeo, dove i nostri cercheranno di ripetere la tradizione positiva contro i panzer teutonici, bastonati ripetutamente da quarant’anni a questa parte. Prima però dobbiamo portare a casa l’ultima intervista: Michael Markham è il sindaco di Uxbridge, un sobborgo a pochi chilometri dall’aeroporto di Heathrow, principale hub per lo smercio del qat nel mondo Occidentale.

Sorriso simpatico e portamento squisitamente Britannico, Mr. Markham è a capo di una commissione che ha recentemente stilato un report sull’impatto del qat tra le comunità somale dell’hinterland Londinese. Fra tutte le persone che abbiamo incontrato finora sembra l’unico ad avere un approccio anti-proibizionista. Al contrario di Abukar e di Mark Lancaster vede nella regolamentazione la migliore soluzione ai problemi sociali legati al qat ed al suo consumo: ad oggi infatti il controllo governativo si limita ad una blanda tassazione della pianta alla dogana. Nonostante la cordialità del nostro ospite (sembra quasi contrariato che l’intervista non si protragga per l’intero pomeriggio) ci congediamo velocemente per correre all’aeroporto. Lasciamo Londra in piena fibrillazione olimpionica tirando le somme di questa nostra prima spedizione. Abbiamo cinque interviste, un potenziale personaggio, un sopralluogo nel marfish di Dalston e molti contatti per il Kenya.

Arrivati a Roma aspettiamo più di un’ora per ritirare i bagagli e Il fischio d’inizio si avvicina pericolosamente. Decidiamo di dividere un taxi con delle giovani americane appena diplomate. Appena fuori dall’aeroporto rimaniamo inchiodati in una coda di 5km. Panico. Furore. Orrore. Impotenza. Tutto inutile. L’inno di Mameli gracchia dalle casse dell’auto. Segue una radiocronaca al cardiopalma che seguiamo ad orecchie tese e madidi di sudore; arriviamo sotto casa quando la strada esplode al goal di Balotelli, 1-0.

Nelle foto, in ordine di comparizione: Neil Carrier, Mark Lancaster, Michael Markham.

 

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