«Quando fate un film dovete parlà dei cazzi vostri!» – Intervista a Gabriele Mainetti
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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«Quando fate un film dovete parlà dei cazzi vostri!» – Intervista a Gabriele Mainetti

Se penso a dei piccoli criminali che vivono a Tor Bella Monaca e ottengono dei poteri sovrumani, mangiano budini e ascoltano Anna Oxa, collezionano film porno e hanno partecipato a Buona Domenica, con attrici ex-concorrenti del Grande Fratello, una gara alle visualizzazioni su YouTube, Supereroi che proteggono la città scrutandola da in cima al Colosseo […]

Se penso a dei piccoli criminali che vivono a Tor Bella Monaca e ottengono dei poteri sovrumani, mangiano budini e ascoltano Anna Oxa, collezionano film porno e hanno partecipato a Buona Domenica, con attrici ex-concorrenti del Grande Fratello, una gara alle visualizzazioni su YouTube, Supereroi che proteggono la città scrutandola da in cima al Colosseo e il derby tra Roma e Lazio che diventa teatro di una strage, allora penso che ho fumato troppa erba e che probabilmente si è fatta l’alba e sto fantasticando a ruota libera assieme a qualche amico, chiusi in macchina in mezzo a un parcheggio vuoto con la condensa sui finestrini, a immaginare un improbabile film che non verrebbe mai prodotto da nessuno perché nessuno andrebbe a vederlo perché sembra un’accozzaglia di roba che non sarebbe credibile neppure un minuto.

E invece si tratta di uno dei film più belli e sensati che abbiano visto la sala negli ultimi tempi e che, cosa meno scontata, sta ottenendo questo riconoscimento unanime sia al botteghino che dalla critica.

La (“falsa”) opera prima di Gabriele Mainetti (regista ben navigato e con un’esperienza ventennale) è un film di genere che in quanto tale ha il pregio di mantenere un equilibrio perfetto tra tutti i canoni standard che questo comporta e i riferimenti alla cultura “trash” o pop italiana e a temi di pubblico dominio su cui non c’è un giudizio ma solo un’interpretazione antropologica – a partire dalle stravaganze anni Ottanta passando per la generazione Grande Fratello fino a quella ancor più contemporanea delle visualizzazioni su YouTube – e l’ambiente della periferia romana con le sue vicende di microcriminalità e quell’esistenzialismo coatto che se trattato nel modo sbagliato diventa più che altro macchiettistico. In altre parole tre temi che messi assieme, per vari motivi, rischiavano di diventare una schifezza mai vista in un batter d’occhio e invece contribuiscono l’un l’altro a valorizzare il risultato finale e a renderlo credibile. Questo non solo grazie alla sceneggiatura avvincente e compatta, ma anche per merito delle interpretazioni fuori dal comune degli attori protagonisti (Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli), la fotografia su cui non c’è nulla da recriminare e anzi anche in questo caso ha il pregio di non eccedere in strane iniziative fuori luogo (niente “americanate”, per intenderci), così come gli effetti speciali, la colonna sonora ottima composta dallo stesso Mainetti assieme a Michele Braga, arricchita da due perle – rispettivamente l’interpretazione di Marinelli di Un’emozione da poco e della sigla di Jeeg robot, l’uomo d’acciaio rifatta con Santamaria alla voce. Infine ci sono i dialoghi praticamente perfetti, che non vanno sottovalutati quando i personaggi recitano in dialetto romano, che non essendo un dialetto vero e proprio, spesso crea una terra di mezzo fatta di articoli determinativi, doppie erre e gerundi tutti pronunciati correttamente ma con una vaga cadenza romana, che lo rendono poco credibile almeno alle orecchie di chi vive a Roma.

Ma tornando all’esistenzialismo coatto – epopea che si può circoscrivere all’ingrosso a tutti i film ambientati a Roma usciti tra Romanzo Criminale e Non essere cattivo, in cui i personaggi vivono o hanno sullo sfondo un disagio esistenziale più o meno sofisticato, più o meno malavitoso o tossico in cui i quartieri della Capitale non si limitano a essere l’ambientazione ma sono anche responsabili  del disagio in questione – il pregio di Lo chiamavano Jeeg Robot, sta proprio nel cavalcare un contesto ormai sdoganato, che viene alleggerito dalla responsabilità di dover reggere da solo la trama, e che tra le righe dei superpoteri viene raccontato in maniera insolita ed efficace. Detta come va detta: è sperimentazione. La periferia, che di solito dà rifugio a incompresi stravaganti ed emarginati ed è al tempo stesso così omologatrice, con le sue leggi ferree non scritte del branco nel quale “quello strano” è semplicemente quello che esce dagli schemi con l’iniziativa personale e ha l’ambizione “di svoltà”, sebbene con metodi non propriamente nobili.

In questo contesto Lo Zingaro, Enzo e Alessia sono carichi di un’emotività profonda e profondamente diversa l’una dall’altra, e sembrano ciascuno portavoce di una scelta di vita kierkegaardiana. C’è l’esteta che vive nell’istante godereccio, terrorizzato dall’idea che la propria esistenza non lasci alcuna traccia e che per questo corre sul filo della disperazione, c’è la vita etica, quella che intraprende Enzo nel momento in cui accetta le responsabilità che gli conferiscono i suoi poteri e diventa perciò Hiroshi Shima sullo scooter rubato, e infine la scelta religiosa che è quella di Alessia che vive una dimensione spirituale, da sola, nel suo mondo popolato da personaggi dei cartoni animati ai quali è fermamente devota.

Forse quando si dice che questo film “è una speranza per il cinema italiano”, probabilmente si intende che una volta tanto mette d’accordo tutti, anziché scatenare polemiche sterili sulla qualità del cinema o del pubblico italiano. Anche perché, altrimenti, è un’espressione pretestuosa e del tutto priva di senso. Sta di fatto che Lo chiamavano Jeeg Robot merita tutto il successo che sta ottenendo, così come il suo regista, con il quale ci siamo fatti una lunga e interessante chiacchierata. [E. V.]

•••

Quando ripenso a Lo chiamavano Jeeg Robot penso allo Zingaro. Nel tuo film c’è uno dei cattivi del cinema italiano più belli degli ultimi anni, com’è nato?

Noi volevamo creare un cattivo che non fosse solo cattivo. Volevamo dargli una tridimensionalità, complicarlo e renderlo affascinante ed originale. Secondo me lo Zingaro è un personaggio molto riuscito e molto amato da tutti per un motivo preciso: perché lo sentono vicino. Lui è vittima di quella che è un po’ una nevrosi contemporanea, cioè il bisogno di mettersi in vetrina. Noi ormai siamo vittime di quanti like prendiamo sui social network e di quante visualizzazioni fa il video che postiamo su YouTube, e lui è interessante perché quand’era ragazzino si era esibito in un’interpretazione canora a Buona Domenica e poi ha vissuto quello che hanno vissuto tantissime persone: è diventato una meteora. Questa cosa qua però è come se lui non l’avesse accettata e si è portato dietro questo atteggiamento narcisistico, e vuole diventare un criminale rispettato e quasi famoso, ma non ha senso, perché i criminali quando diventano così importanti devono vivere dentro agli scantinati, non è che ti puoi esibire, quindi è un po’ una sorta di controsenso, ed è tutta lì la follia dello Zingaro.

Era interessante, perché io quando incontravo le persone per fare i provini venivano tutti con – come si dice a Roma – ‘le froce der naso allargate come tori’, pe fa’ i cattivi che te menano. Ma lo Zingaro è un personaggio intelligente, sofisticato, con un talento, che sa cantare, elegante, che ha una sua idea estetica, è bello, e quindi avevo bisogno di qualcuno che mi portasse l’intelligenza del personaggio, e Marinelli sebbene all’inizio fosse distantissimo da quello che poi avete visto sullo schermo, mi aveva fatto intravedere questa caratteristica necessaria.

La posta in gioco era alta. Era difficile dopo aver visto Luca Marinelli nei panni di Cesare in Non essere cattivo di Claudio Caligari pensare che nel giro di pochi mesi sarebbe tornato con un altro personaggio così forte.

Io ho girato un anno prima di Non essere cattivo e questa cosa l’ha aiutato tanto, lo riconosce sempre quando può. Luca era lontano dall’elemento periferico, è un ragazzo sì cresciuto in una famiglia modesta, pe’ strada cogli amici, ma comunque stava pe’ strada a Prati, non stava a San Basilio, a Tor Bella Monaca, a Corviale. Non ha mai vissuto una di queste realtà, e questo personaggio doveva avere nel sangue questa realtà qui, e il bisogno di riscattarsi socialmente e trovare la famosa ‘svolta’ del criminale. Io l’ho preso, l’ho portato a Tor Bella Monaca, abbiamo fatto un sacco di prove, è stato un lavoro molto intenso. All’inizio c’è stato un momento di gelosia, non perché l’avesse preso il Maestro, ma perché usciva prima lui, però è stato giusto così. A un certo punto ho detto: «Ma che me frega!», Caligari m’ha insegnato talmente tanto con du’ film – se dice che Caligari ha fatto poco cinema, è la stronzata più grossa che si possa dire, perché nel cinema di Caligari c’è tanto di quel cinema che in cento film di tanti coglioni non c’è. Il fatto che lui abbia visto questa luce dentro Luca e il fatto che l’abbia vista anch’io dentro di lui, vuol dire che qualcosa funziona. Io adoro Caligari, lo adoro come ho adorato Non essere cattivo.

Ammetto di essere quasi rimasta male quando alla conferenza stampa al Quattro Fontane, qui a Roma, Marinelli è arrivato in borghese, non vestito da Zingaro…

Lui è molto timido, molto riservato, è esattamente l’opposto del suo personaggio. Paradossalmente nella vita Santamaria è lo Zingaro, e Enzo è Luca Marinelli…

La cosa bella dello Zingaro è che scopriamo il suo carattere e il suo passato a poco a poco, quando pensiamo che il personaggio sia stato definito e invece ancora no. Ho adorato la sua inaspettata fissa per le cantanti italiane, quattro regine degli anni Ottanta: Loredana Bertè, Gianna Nannini, Nada, Anna Oxa…

Noi, in realtà, avevamo in mente un cantante italiano che però non siamo riusciti a coinvolgere, abbiamo pensato di sostituirlo con un altro cantante ma continuavamo a trovare soltanto donne e ci dicevamo «però non ha la potenza di questo qui», e alla fine l’idea: «ma perché non ne prendiamo diverse, come se fosse proprio un cultore?», e questa cosa è nata molto con Luca, soprattutto la scelta musicale, ci siamo messi lì, le abbiamo valutate, scoprivamo quelle che potevamo utilizzare – perché sai la musica ha sempre un costo… Io sono un amante di tutte e quattro le cantanti messe nel film, TOTALE, il che dovrebbe probabilmente spingermi ad interrogarmi sul mio orientamento sessuale, ora come ora continuo ad eterosessualizzare tutto, però le adoro, da morire, e Anna Oxa quand’ero piccolo la adoravo, la Berté nonostante sembri Mickey Rourke adesso è sempre una super, è sempre una grande, ha sempre una voce pazzesca.

Da quando abbiamo conosciuto lo Zingaro con alcuni miei amici ci salutiamo con: «C’è una ragione che cresce in me».

Pensa che uno mi ha postato su Internet: «Se io mi so’ messo a cantare una canzone così demmerda, vuol dì che il film è proprio bello!», io gli ho scritto: «Ma come te permetti di dire che Un’emozione da poco è ‘na canzone demmerda, ammerda te!».

Com’è stato girare la scena in cui Luca Marinelli, in un locale losco, canta e balla con la giacca di paillettes a torso nudo, con un guanto e un altro no, coi capelli all’indietro, gli stivaletti coi tacchi e i pantaloni attillati, la canzone di Anna Oxa?

Luca l’ha fatta credo 15 volte. Alla fine la voce l’ha retta, Luca c’ha una voce molto forte, è molto resistente, non perde mai il controllo. Gliel’ho fatta fare un sacco di volte, perché lui voleva farla perfetta e io lo continuavo a seguire. L’ho raccontata attraverso tanti campi. Ci abbiamo ragionato tanto.

Guarda, lo Zingaro è stato un personaggio molto difficile. Il look, come buttare i capelli, come vestirlo, come doveva cantare, come si doveva esibire, quali tatuaggi… è il personaggio sul quale abbiamo riflettuto di più. Poi se ci fai caso lui è chiaramente una citazione dello Ziggy Stardust di David Bowie, soprattutto nella parte finale.

Un’altra cosa che mi è piaciuta tanto del tuo film è che non ci sono buoni e cattivi. I cattivi non sono mai solo cattivi. E sono proprio le debolezze dei personaggi a renderceli vicini, lo Zingaro che canta a squarciagola Non sono una signora in macchina con gli amici come se fosse allo stadio, Enzo che mangia il solito budino alla crema in un’atmosfera di desolazione estrema davanti alla tv, Alessia in fissa con un unico dvd, un cartone per bambini. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film che parla di supereroi che sono persone vere, che sono talmente reali che in momenti diversi del film ci siamo immedesimati in un protagonista diverso dei tre.

Ti ringrazio tanto perché non è facile questa cosa che tu dici. Di solito il veicolo emotivo è sempre a uno o a due, in tre è tosta. Dipende tutto da come viene impostata la scrittura. Il personaggio è la cosa più importante che c’è nel film, perché è il veicolo emotivo dello spettatore. In America già ci avevano provato in alcuni film. Super non aveva i super poteri ma era una sorta di vigilante che si travestiva e andava a fare del bene, era uno sfigato in una cittadina americana che si scontra con questo boss, microboss della malavita, e deve uccidere il Male. Mi fa ancora molto ridere la visione manichea tra Bene e Male, che è molto americana.

Questo tentativo di commistionare quello che chiamo l’elemento pasoliniano con l’elemento fantastico, l’avevo già provato nei miei cortometraggi Tiger Boy e Basette, mi viene spontaneo. Sai, io c’ho avuto la fortuna di aver fatto la scuola americana, ho fatto parte dell’Università a New York, mia nonna ha vissuto i primi anni della sua vita nel New Jersey, ho parenti nel New Jersey, mia sorella vive in America, ho un rapporto molto “felice” con l’America, il sistema americano è folle totale, però capisco il loro cinema, e capisco le loro finzioni, e capisco perché noi alcune cose le digeriamo e alcune cose non le digeriamo, so come funzioniamo. Per me l’unico modo per arrivare alla sospensione dell’incredulità era quello di raccontare personaggi più veri possibili, quindi agganciarsi a un vissuto anche molto forte. Perché se tu ti appassioni così tanto a lui, non puoi non credergli quando ha il super potere, ma lui deve reagire al super potere come reagirebbe chiunque. Sono scritti veramente bene.

A me fa ridere questa cosa qua… Nessuno s’è mai soffermato su questa cosa. Questo casca dall’ultimo piano e scappa! Scappa! Ma che cazzo scappi? Non ti sei fatto un cazzo ma lui scappa, lui deve scappà perché ha paura, torna a casa e se deve magnà il Danone, e non sta ancora a riflettere, non ce vole pensà, ma è tipico di uno che non vuole avere responsabilità. Poi quando si incazza che dà er cazzotto ar muro, ancora fa fatica, e quando prende coscienza del fatto che ha il super potere, siccome lui è un delinquente, che fa? Rapina er bancomat, per comprasse più yogurt. È lì che la roba funziona. Se invece facevi che lui cascava dall’ultimo piano e poi dice: «Ammazza che forze che c’ho!», rifaceva un salto, risaliva su, spaccava la capoccia, sventrava, gli prendeva la cocaina, sembrava proprio, capito… ma di che stamo a parlà.

Le canzoni anni Ottanta, Buona Domenica, YouTube, i supereroi, la periferia romana, lo stadio Olimpico… il mix di elementi che fanno parte della storia di Lo chiamavano Jeeg Robot poteva essere rischiosissimo, ma il modo in cui è narrata rende questa combinazione vincente. Racconti cose che conosci senza per questo giudicarle.

Esatto. Molti pischelli mi chiamano e mi dicono: «Ah, ma come hai fatto, ma come hai fatto», «Ma come se deve fa» io gli ho risposto: «A rigà, voi dovete parlà dei cazzi vostri!». Dovete parlare delle cose che vi appartengono, e cercare di inserirle in quello che è il genere cinematografico, quel genere ha dei suoi codici, se vuoi fare un’operazione ancora più estrema, ma non lo consiglio, li devi sovvertire completamente, però lo fai funzionare all’interno di quella cosa là. Io sono un estimatore per esempio di Dorme di Puglielli, è un film MERAVIGLIOSO; lui ha raccontato la frustrazione della sua altezza, che in realtà è una bassezza. Bisogna partire dalle cose che conosciamo, dalle nostre fragilità. Invece i supereroi americani purtroppo, soprattutto quelli marvelliani, ultimamente, sono tutti di plastica. Io mi chiedo sempre, ma questi, una domanda che sorge sempre spontanea, ma come cazzo fanno a mettersi tutta quella roba di spandex? Come ci entrano? Si oleano tutti quanti, prima? Sembra una muta… la trovo veramente ridicola. Infatti, non è che io non ami i film sui supereroi, mi piace Batman, perché comunque ha un grande conflitto interno e tutto, però ecco ho bisogno di personaggi con grandi fragilità. Il film di supereroi che preferisco è i Guardiani della Galassia, perché so’ cinque sgangherati che c’hanno la responsabilità di salvare il mondo. E lo riescono a fare come? Perché stabiliscono tra di loro un rapporto vero, che è quello dell’amicizia, e accorgendosi di volersi bene capiscono di poter voler bene anche agli altri e si dicono «E vabbè dai, salviamo sti stronzi», è fantastico, è fantastico, è bellissimo. Io con loro posso immedesimarmi. Di certo con Superman non ci riesco, non ce posso riuscì.

Nei giorni in cui ho visto Lo chiamavano Jeeg Robot ero arrivata alla terza puntata di Jessica Jones, la serie Netflix nella quale la protagonista compie il percorso opposto di Enzo, da superoina a persona ‘normale’, investigatrice con poteri un po’ particolari. Cosa pensi delle serie o dei film recenti che hanno al centro un supereroe?

Ho visto le prime due puntate ma mi ha un po’ annoiato. Deadpool è proprio la risposta a questo cinema tutto pulito, con lui che fa le scoregge, si fa sodomizzare dalla compagna ed è simpatico, però non m’ha convinto neanche tanto, perché è in reazione alla plastica di questi qua, e quindi lui sbeffeggia tutti quanti. Ma a me non me ne frega niente neanche di quello. Io voglio la storia di una persona, io voglio la storia di un personaggio, quella è la cosa che a me m’emoziona. Daredevil l’ho visto e non mi è dispiaciuto, non era male.

Lo sfondo di Roma in Lo chiamavano Jeeg Robot è una componente importante. Ci sono dei film italiani ambientati negli ultimi anni nella Capitale che hai più a cuore? Penso a Romanzo Criminale, La grande bellezza, Non essere cattivo, Suburra.

Sono film molto diversi. Sorrentino ha uno sguardo talmente unico che non glielo si può non riconoscere. Formalmente è indiscutibile. A volte, dal punto di vista contenutistico, ci sono delle cose che non riesco ad afferrare probabilmente, e non so se è un limite mio; a me piace emozionarmi, mi emoziona la messa in scena, ma non lo so, io adoro La dolce vita, io adoro Fellini, adoro Otto e mezzo, quella visione distorta e grottesca che c’aveva lui… ma non si può fare un paragone, sarebbe una stupidaggine.

Non essere cattivo è sicuramente quello che m’ha emozionato di più. Chi vuole fare un certo tipo di cinema, cinema sociale, cinema impegnato, dovrebbe studiare questa capacità di Caligari (ma quanto è stato criticato? Perché sì, «Capolavoro» e quello e quell’altro, ma tanto alle spalle tutti ne criticano un sacco di aspetti, perché sono dei rosiconi infami). Quello che insegna Caligari, è che ti mette accanto ad un personaggio con delle problematiche estreme ma te lo fa sentire amico, ti fa capire che è come te e ti consente l’immedesimazione. Lui ha un’amicizia profonda che è quella fra Cesare e Vittorio, lui ha una storia d’amore, il personaggio di Cesare, così come ce l’ha quello di Vittorio, anche la droga stessa è vissuta come divertimento all’inizio, come una sorta di patto d’amore tra loro due, allora capisci tante cose, quella è una cosa che è una  grande lezione di cinema, è una lezione di cinema profonda, del cinema che interessa a me, il cinema che t’emoziona.

Romanzo Criminale è un’operazione di genere molto riuscita, che ha rimesso un po’ in luce la possibilità di affrontare il genere quando lo si pensava bandito; io quando avevo questo soggetto nel 2010 giravo come un coglione per tutte le produzioni e me dicevano che: «Non s’ha da fa’ sta cosa, perché non ha senso, il cinema di genere non piace in Italia, non funziona, è un buco nell’acqua, tra l’altro non c’abbiamo le competenze per poterlo organizzare», e invece Romanzo criminale, poi la serie, poi Gomorra la serie, Suburra, adesso fanno Suburra la serie, sta raccontando il contrario. Per fortuna c’è Romanzo criminale, per fortuna c’è La grande bellezza che vince l’Oscar, per fortuna c’è Non essere cattivo. [N.L.T.]

 

In copertina foto di Emanuele Scarpa

Natalia La Terza + Edoardo Vitale
Natalia La Terza è nata a Orbetello otto anni dopo la canzone di Flavio Giurato. Vive a Roma dove dirige la fanzine di enigmistica pop Atlas Magazine, collabora con Nuovi Argomenti, Rockit e IL – Idee e Lifestyle del Sole 24 Ore. Ogni lunedì dalle 19 alle 20 conduce I Gettoni su www.radioluiss.it. ••• Edoardo Vitale: scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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