Cinema, Tv e teatro: È finito “Game of Thrones” e «nessuno è davvero felice»
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

È finito “Game of Thrones” e «nessuno è davvero felice»

ATTENZIONE: CONTIENE UN SACCO DI SPOILER   Poche cose, credo, possono essere paragonate all’attesa di fronte all’ottava stagione di Game of Thrones (da qui in avanti GoT) e alla complementare delusione (dibattuta fino allo sfinimento) per queste nuove puntate; probabilmente, per trovare un caso simile dobbiamo arretrare al finale di Lost, a un periodo tuttavia […]

21 Mag
2019
Cinema, Tv e teatro

ATTENZIONE: CONTIENE UN SACCO DI SPOILER

 

Poche cose, credo, possono essere paragonate all’attesa di fronte all’ottava stagione di Game of Thrones (da qui in avanti GoT) e alla complementare delusione (dibattuta fino allo sfinimento) per queste nuove puntate; probabilmente, per trovare un caso simile dobbiamo arretrare al finale di Lost, a un periodo tuttavia diverso, con la serialità che si stava avviando a raggiungere quei livelli di qualità e diffusione cui siamo ormai abituati (e di cui GoT è un ottimo esempio).

Ora che tutto è finito, ora che ogni episodio ha trascinato con sé critiche di ogni sorta e qualche entusiasmo, possiamo tranquillamente sederci e constatare con calma che questa ottava è stata certamente la stagione peggiore, non degna di quanto visto finora e in grado di offrire solo pochi momenti felici che, per quanto interessanti, non bastano a zittire il disappunto.

Vediamo cosa è successo passo passo e facciamo una breve premessa che solo parzialmente giustifica l’operato degli sceneggiatori (appena usciti dalle otto settimane più tese della loro vita): qualsiasi scelta era destinata a scontentare moltissime persone, un po’ per il dispiacere di dover dire definitivamente addio a questa storia, un po’ perché i troppi elementi con cui si è arrivati allo scorcio finale di serie difficilmente avrebbero potuto preparare il terreno a una conclusione accettabile, se non da tutti, almeno da una gran maggioranza di spettatori (e loro stessi erano ben consapevoli di questo; del resto per bocca di Tyrion, come vedremo, pronunciano un commento ironicamente decisivo e rassegnato).

Il lavoro degli autori, da tempo costretti a non poter fare più affidamento su Martin e i suoi libri, è stato segnato da un iniziale marchio di sconfitta, che forse sarebbe stato possibile evitare intervenendo su due fattori: una gestione diversa degli eventi precedenti e la possibilità di trascinare la storia per una nona stagione. Se per il primo era ormai troppo tardi, il secondo non era certamente dipendente dalla loro volontà. Ma veniamo ai fatti.

Una delle problematiche più vistose di questa ottava stagione riguarda la gestione del tempo. Paradossalmente, si assiste alla convivenza di una dilatazione esasperata dei tempi di alcuni grandi momenti con la rapidissima liquidazione di personaggi e altre situazioni che avrebbero meritato un trattamento ben diverso: la battaglia con l’esercito del Night King occupa per intero la terza puntata e la spettacolare caduta di King’s Landing (forse il momento più alto) circa metà della quinta (e non dimentichiamoci di altri lunghi, ma non spregevoli, momenti di stallo, come quello della notte che precede la battaglia di cui sopra); d’altra parte ecco scomparire Missandei in pochissimo tempo, e i fastidiosi minuti che precedono l’accanimento di Daenerys su King’s Landing rimangono impressi soprattutto per due cose: l’esecuzione del dignitosissimo Varys, incastrato e annientato con impressionante rapidità, e la fulminea disfatta dell’esercito di Cersei. Com’è possibile? Quelle armi e quei soldati che nella puntata precedente avevano facilmente ucciso un drago e che sembravano mettere in discussione la superiorità dei soldati di Daenerys vengono spazzati via come se fossero di cartapesta? E ancora meno accettabile è quanto si vede con Varys: uno dei personaggi migliori della serie, capace di sopravvivere con la sua impressionante intelligenza fin quasi alla fine, scampando a pericoli e trappole di ogni tipo, muovendosi sempre in anticipo, viene eliminato in un istante, come se niente fosse. Poco convincente.

Altre perplessità derivano direttamente dal comportamento di alcuni personaggi: Cersei è praticamente immobile in attesa di essere seppellita dalle macerie insieme a Jamie (poco prima sfidato ad un incomprensibile duello da Euron); Bronn compare giusto per marcare la presenza; Jon Snow, invece, si è guadagnato, con singolare impegno, le antipatie di buona parte del pubblico grazie alla sua totale e incondizionata sottomissione nei confronti di Daenerys.

 

 

Ecco, proprio lei, la regina di draghi, nata dalla tempesta, prima del suo nome, ecc. ecc., sembra aver stupito tutti col suo folle comportamento in sella al drago, mentre condannava a una morte orrenda migliaia di persone. Ma dietro l’apparenza di una forzatura o di uno sfogo delirante, quella strage è forse la trovata migliore della stagione, che getta un’ombra di amaro pessimismo sull’intera narrazione e contribuisce a risolvere definitivamente le ambiguità del personaggio. Dopo un lunghissimo percorso che l’ha vista sbagliare, crescere entro certi limiti e costruire un esercito imponente, Daenerys viene indicata come colei in grado di governare all’insegna della saggezza e di portare finalmente la pace a Westeros, in controtendenza con la grettezza e la crudeltà dei sovrani precedenti. Il massacro di King’s Landing manda gambe all’aria questa idea, con buona pace del povero Tyrion. Ma non si tratta di un’incongruenza. Daenerys è sempre stata una persona più ambigua di quanto sembri, disposta a qualsiasi cosa pur di raggiungere i suoi scopi, talvolta impulsiva e immatura, accecata da una sua idea di giustizia che non le ha impedito di annientare senza riserve chi le si opponeva. La distruzione di King’s Landing rivela definitivamente il suo lato spregiudicato e crudele, sicuramente esasperato dalla frustrazione per l’aver visto morire Jorah e Missandei, per i tentennamenti amorosi di Jon e per non essere riconosciuta regina come avrebbe voluto (un po’ da bimba viziata). Lei è un tiranno né più né meno di Cersei, a divederle è solo il carattere. Le sue azioni sono lo specchio di un pessimismo senza fine: quello che avrebbe dovuto essere il sovrano illuminato si rivela artefice della più agghiacciante carneficina messa in atto nei Sette Regni e la caduta di King’s Landing allude simbolicamente a una decadenza assoluta della civiltà. Esiste solo la violenza voluta dai re nei loro giochi: il mondo è una scacchiera dominata dall’odio e dalla rabbia dei potenti, che possono seminare guerra e scelleratezze a loro piacimento.

 

 

All’inizio dell’ultima puntata — con Tyrion che cammina su quanto rimane della città — è questa la situazione; forse, pur nuotando nel mare della negatività, gli autori non hanno voluto abbandonarsi definitivamente al pessimismo, ricordando improvvisamente come dalle macerie sia possibile risorgere. È uno dei temi cruciali degli ultimi 75 minuti della serie, quando alcuni nodi narrativi fondamentali devono ancora essere risolti, due su tutti: cosa fare con Daenerys e, eventualmente, chi far sedere sul trono in alternativa a lei. Le soluzioni — e doveva essere così anche a costo di essere prevedibili (scopo in parte raggiunto) — vengono dai due personaggi obbligati a fare qualcosa di costruttivo in questa stagione: Jon e Bran, rispettivamente assassino della regina (passerà alla storia come il Queenslayer?) e nuovo re di Westeros su indicazione di Tyrion, a sua volta “condannato” a fargli da Primo Cavaliere.

A proposito della malvagità di Daenerys, i suoi ultimi momenti sullo schermo rendono più chiara la sua posizione: le azioni che compie, anche le più efferate, sono mosse da un assurdamente sincero sentimento di bontà. Radicalmente convinta di essere la fondatrice di un nuovo mondo, pretendendo di essere l’unica in grado di offrire giustizia alla gente (in cambio di un completo asservimento) si trasforma, senza nemmeno rendersene conto, nel più efferato degli assassini.

 

 

Jon se ne rende conto e capisce che è l’unico a poter risolvere il problema, pur dovendo sacrificare se stesso e il suo amore (e anche qui, con Daenerys pugnalata, scompare velocissimamente un personaggio, per non parlare della semplicità con cui Jon riesce a sfuggire all’ira di Verme Grigio e del suo esercito). Se da un lato siamo di fronte al solito Jon Snow che si fa istigare da qualcuno (in questo caso Tyrion), d’altra parte l’uccisione di Daenerys è il superamento della sua soggettività e anche il primo passo di una liberazione che troverà un completamento definitivo nel “confino” al Nord, tra i Night’s Watch e i bruti, in quella terra dove ha amato Ygritte.

L’elezione a re di Bran farà discutere, inevitabilmente. Proprio lui, il più antipatico e meno utilizzato tra i protagonisti? Esatto, magari proprio perché poco incisivo finora. Ci troviamo ancora di fronte a una situazione concretizzatasi in fretta, con un concilio di rappresentanti delle famiglie nobili sopravvissute abbagliato dalla saggezza di Tyrion, convinto che il carattere e la leggenda di Bran the Broken (il valore delle storie, del mito, in questo caso di un bambino paralizzato che viaggia in territori ostili come quelli del Nord per diventare Corvo dai tre occhi e conquistare infine il trono) possano offrire le giuste garanzie per costruire quel regno illuminato tanto voluto da lui e da Varys. Un’oligarchia dà il benestare a una nuova monarchia. Non si tratta, in fin dei conti, di una soluzione incoerente (il problema, però, sta sempre nel modo e nel tempo), ed è vicina a quella prevista da Stephen King e da chi aveva immaginato Tyrion sul trono.

Il piccolo uomo avrà comunque il ruolo di braccio destro del re, e proprio lui, quando ormai tutto è definito, parlando con un Jon Snow prossimo alla partenza, dichiara che «No one’s very happy, which means it’s a good compromise, I suppose.». A parlare, ovviamente, sono gli autori, tra ironia e amara consapevolezza che qualsiasi soluzione sarebbe stata sbagliata. E solo per bocca di Tyrion poteva essere fatta questa ammissione: lui è il burattinaio che muove i fili dell’ultima puntata (e non solo, andando a guardare la serie nella sua interezza), una sorta di autore interno, vincitore a metà: eletto controvoglia alla carica più alta dopo quella di sovrano, spezzato emotivamente dopo tutti gli sconvolgimenti cui abbiamo assistito.

Un’ultima parola sulle vere vincitrici della serie: Sansa e Arya. Nonostante abbiano attraversato sofferenze indicibili (specie Sansa) e siano cresciute all’insegna dell’odio più profondo (specie Arya), le due Stark sono le uniche ad aver raggiunto pienamente i loro scopi, anche quelli più antichi. La famiglia può dirsi vendicata, Sansa diventa regina come avrebbe voluto da bambina (anche se non dell’intero Westeros, ma il suo amatissimo Nord va bene) e Arya sceglie di vivere seguendo la sua natura più intima, all’insegna della libertà e dell’avventura, due aspetti che meglio di chiunque altro ha incarnato nel corso della serie (e chissà che quel viaggio in nave alla fine non alluda a una nuova storia da raccontare).

In conclusione, non si tratta di una stagione che rende giustizia a una serie tanto suggestiva quanto appassionante; come detto all’inizio, gli spunti positivi non bastano a salvare quanto visto, ma una conclusione è arrivata, non resta che accettarlo.

E adesso? Difficile credere che non vedremo altro, che l’universo creato da Martin venga abbandonato e lasciato lì. Possiamo solo restare in attesa, adesso che siamo noi i sopravvissuti alle guerre per la conquista del trono, e chiederci cosa ci ha regalato GoT in questi otto anni, oltre ad aver dimostrato, meglio di molti altri prodotti, quali grandi potenzialità offra la serialità televisiva in merito a opere di grande respiro e quanto sia complicato tenerle in piedi.

 

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude