Mercoledì 22 ottobre: settimo giorno di festival
Film visti:
Stonehearst Asylum (Brad Anderson) (L), (N)
Angels of Revolution (Aleksej Fedorchenko) (L)
Stonehearst Asylum
di Lorenzo Bottini
Brad Anderson Part II (III,IV,V,…). Dopo l’Uomo senza sonno il regista americano sembra essere diventato l’uomo senza idee. Anche Stoneheart Asylum risponde alla serie di film derivativi che tentano di avvicinarsi al genere ma arrivati al dunque lo mancano. E’ stato divertente affiancare durante il festival questo film e quelli di Bava e Freda ospitati nella retrospettiva dedicata al gotico italiano e (non) sorprendersi di come quei film, girati più di cinquanta anni fa, mantengano ancora oggi una freschezza e una godibilità maggiore rispetto al film di Anderson. Quest’ultimo rimane intrappolato a metà del guado, incapace di prendere decisioni forti e giocoforza condannando la pellicola ad una quieta mediocrità.
Partendo da un celebre racconto di Edgar Allan Poe ambientato in un manicomio vittoriano perso nel nulla, Anderson lo ricalca in buona parte per poi rigirarlo come un calzino e renderlo più fruibile, e meno interessante. L’atmosfera è piuttosto manierista, senza guizzi o particolari soluzioni sceniche, affidandosi piuttosto al ritmo del racconto e alla costruzione a chiave dell’intreccio per creare suspense e tensione. Ma questa non si crea mai, rendendo il film un innocuo scivolare su temi ben più profondi (la distanza tra follia e sanità?, tra realtà e finzione), qui usati essenzialmente come funzioni narrative. Prodotto confezionato per essere inghiottito già masticato, intrattiene il giusto durante la visione e si dimentica appena si accendono le luci. No, non faranno mai una retrospettiva su Brad Anderson.
di Natalia La Terza
Se Stonehearst Asylum ha un merito, è quello di avermi fatto scoprire un racconto del grottesco di Edgar Allan Poe bellissimo: “Il sistema del dott. Catrame e del prof. Piuma”. Ma nel film ci viene tolta la cosa più bella: il crescendo gli indizi. Perché lungo le venti pagine, Poe li centellina, ci soffia, li strofina, li nasconde dentro una tasca e li fa ritrovare nell’altra, accenna che il pavimento è senza tappeto e noi andiamo avanti lo stesso, ci indica che i vestiti non sono tagliati bene e noi ci diciamo che importa, ma poi quando sentiamo quelle voci… Brad Anderson decide di prendere tutti gli indizi e metterli sullo stesso rigo, indugiando su un amore che lo scrittore abbozza, e il grottesco scompare.
Lui è Edward Newgate (Jim Sturgess) e si è appena laureato in medicina, lei è Eliza Graves (Kate Beckinsale) e credono sia isterica. Si incontrano in un manicomio in mezzo al nulla che ricorda Hogwarts, dove lui sta facendo un tirocinio e lei sta suonando il pianoforte. Per Poe, Bellini. Per Anderson, una musica scritta da lei. A sorvegliarli dentro le mura di Stonehearst c’è il dottor Lamb, che usa il sistema della dolcezza: piuttosto che curati, i malati vanno presi sul serio, e fatti sedere a tavola accanto ai loro medici. La storia è intrigante, ma Stonehearst Asylum rimane ambiguo, a metà tra un cartone – se non ci fossero gli attori – e un thriller – se ci facesse davvero paura.
Angels of revolution
di Lorenzo Bottini
Dovuta premessa. Alexey Fedorchenko è un caro amico di Marco Muller. Un amicizia nata ai tempi in cui il suo primo film Pervye na Lune vinse Orizzonti e poi passata attraverso religiose partecipazioni a tutti i festival che Muller ha diretto. Perciò è stato deciso di affibiargli un nuovo premio, inventato ad hoc, così da avere il suo film in anteprima. Quello che io mi chiedo è a cosa servisse, visto che, sono pronto ad accettare scommesse, questo Marc’ Aurelio del Futuro rimarrà un unicum da Gronchi Rosa e che Fedorchenko avrebbe portato il suo film all’Auditorium anche senza targhetta onorifica (cosa che poi ha già fatto due anni fa con lo splendido Spose celestiali dei mari di pianura).
Cappello alla premessa è una riflessione su questi premi speciali. Sembra che Muller, stizzito dai premi degli scorsi anni assegnati dalle giurie, abbia deciso di far tutto lui e abbia premiato chi più gli aggradava. Ecco così il Marc’Aurelio alla carriera a Walter Salles (?!) che sembra più una scusa per avere a Roma Jia Zhang-Ke, soggetto del documentario dello stesso Salles, poi il Maverick Director Award a Miike Takashi, pupillo mulleriano dalla notte dei tempi a cui, parole sue, «nessuno dava mai un premio così ho deciso di darglielo io». Poco male. I premi a Roma contano come il due di spade quando regna bastoni e nessuno si scandalizzerà per quest’atto di forza.
Grazie a queste premiazioni indebite siamo riusciti però a vedere tra le pellicole più interessanti del festival. Infatti se Miike ribadisce con un’inventiva strabordante il suo cinema oltre tutti gli schematismi occidentali e se Salles filma forse il suo miglior film, se non altro perché inserisce spezzoni di Zhantai e Sanxia Haoren, noi scegliamo Fedorchenko tra i tutti.
Il regista russo ci trasporta in un viaggio onirico nelle regioni nordiche dell’Unione Sovietica, quando la nascente repubblica socialista aveva ancora il compito di dover fare accettare la nuova dottrina della liberazione alle tribù sparse per il gigantesco territorio russo. Parte così da Mosca una delegazione di sei artisti, capeggiata da Polina la rivoluzionaria, per risanare le distanze tra le due culture. Ovviamente la conquista sarà più difficile del previsto e non avrà esiti positivi.
Fedorchenko ci regala un’ulteriore spiegazione di come si concilia la meraviglia del fantastico e la naturalezza del reale, lavorando su un materiale complesso ed ancora attuale. La russificazione ai tempi di Stalin non fu un semplice passaggio di consegne dalla Russia rurale degli zar a quella industriale comunista. Fu anche la distruzione di una diversità etnologica straordinaria di cui ormai esistono solo sparuti esempi. Fedorchenko li cerca per tutto il continente, li trova e ci costruisce sopra film che sembrano un bizzarro incrocio tra Rouch e Wes Anderson in cirillico. Politico, eclettico e geniale, il cinema di Fedorchenko non smette mai di stupire. Da Marc’Aurelio, forse anche qualcosa di più.