
I festival non finiscono con la consegna dei premi in qualche serata ad invito con completo scuro abbinato. Né negli applausi e nei fischi della sala stampa stipata come non mai.
I festival come quello di Venezia finiscono davvero quando nel tragitto da casa (solitamente un immobile di scarsissimo pregio affittato a prezzi fuori mercato) al vaporetto (unico collegamento tra il Lido e i primi sparuti bagliori di civilizzazione) non si incrociano più compagni badge muniti – riconoscibili a distanza dai colori fluo delle borse in dotazione, bensì operai intenti a sbullonare in tempi record quel castello nel deserto che è la Mostra del Cinema. Quando finalmente vengono scardinate le assi di compensato che rivestono i bar adiacenti alle sale, quando vengono smontate le locandine dei film che bisognerebbe aver visto, quando i maxischermi vengono riposti per affrontare l’inverno, ecco scoperchiata la distanza tra la cruda realtà e il make-up.
Una mostra dall’Europa per l’Europa
Solo abbandonando il Lido se ne può parlare con distanza, stanchezza e un mal di testa martellante. Si rimettono insieme i cocci di visioni senza soluzione di continuità e aperitivi molesti. Si cerca di ridare forma e sostanza ad una manifestazione che, dal ritorno al timone di Alberto Barbera, sembra faticare ad affermarsi nel panorama festivaliero mondiale. Dopo due edizioni di assestamento, si confidava che la mostra avesse trovato il proprio baricentro.
Invece la 71esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia verrà ricordata come una delle più deboli e piatte degli ultimi anni, capitanata da un concorso che, almeno per la prima metà del festival, ha inanellato film abbastanza fuori contesto. Pellicole che normalmente faticherebbero ad entrare in un concorso minore sono state acclamate su uno dei red carpet più blasonati del pianeta.
Fortunatamente, dopo il consueto giro di boa del weekend, si è praticamente entrati in un’altra mostra – ad evidenziare come Barbera e la sua equipe abbiano scientemente edificato un programma in crescita, forse per limitarne i palesi limiti.
I film che più hanno convinto, con la sola eccezione di The look of silence (ne abbiamo parlato qui), sono arrivati in coda, a mitigare un giudizio che altrimenti sarebbe stato ancora più negativo e ad aiutare la giuria ad assegnare premi tutto sommato condivisibili.
Il leone a Roy Andersson ha messo d’accordo un po’ tutti, rappresentando il giusto riconoscimento alla carriera di un regista che, nonostante una filmografia sottilissima, ha un posto di rilievo nei cuori cinefili.
Il ritorno alle origini della steppa russa ha fruttato a Koncaloskij il bis dopo più di un decennio da La Casa dei Matti, riducendo così il distacco con il più celebrato fratello maggiore. Premi giusti, tutto sommato condivisibili, che decretano un preciso punto di vista sul cinema che Barbera sta portando avanti, cinefilo andante ma non troppo. Un cinema che esalta una precisa modalità filmica, quella del cinema d’autore che si riconosce tale, e ne cassa tante altre, forse troppe per allestire una rassegna nel 2014.
Così quindi si spiegano scelte apparentemente inspiegabili e un netto spostamento d’asse verso il cinema del vecchio continente, rappresentato in forma massiccia in ogni sezione. Ad esempio, sui 20 film in concorso 12 erano europei, 4 statunitensi e solo 3 dall’intera Asia (di cui uno, seppur molto buono, era di un regista texano e co-prodotto da mezzo mondo). Un cambiamento radicale rispetto a quando «a Venezia vincono solo i giapponesi».
La bellezza fuori concorso
La premiazione ha dunque celebrato i maestri riconosciuti della vecchia Europa e ha snobbato qualsiasi tentativo di proporre un cinema di rottura e di crisi.
Questa formula – così compressa su filmografie piatte, non più in grado di intercettare l’intero spettro del prodotto audiovisivo – ha mancato il compito primo di una mostra del cinema, ovvero quello di cogliere il polimorfismo dell’immagine e del mondo in essa.
Pochi film selezionati sembravano avere le qualità per svolgere tale ricognizione, e il più delle volte erano relegati in spazi inadeguati.
Il dirottamento inspiegabile di ottimi film nel Fuori Concorso o in sezioni parallele, premiando invece soporiferi polpettoni privi di alcun interesse è parso crimine sanguinolento a cui qualcuno dovrebbe dare risposte.
Invece resteremo nel silenzio sconcertato di non aver visto Im Keller di Ulrich Seidl o Qui’ai de di Peter Ho-Sun Chan o lo splendido Tsili di Amos Gitai in concorso per il Leone.
Anche le sezioni autonome della Settimana della Critica e di Giornate degli Autori sono state, per lunghi tratti, più consapevoli e intriganti del concorso principale, riuscendosi ad accaparrare opere di autori più che interessanti (De la Iglesia, Kim Ki Duk, Cantet, Honore).
Un discorso a parte merita la gestione di Orizzonti. Questa, sezione sotto la guida di Marco Muller, aveva costruito negli anni una reputazione straordinaria, capace di rivaleggiare con merito con il Concorso e di lanciare una sfida di riforma del sistema festival in chiave fortemente avanguardista.
Orizzonti, attraverso una proposta molto diversificata, andava a soddisfare tutti quegli avventori della mostra che chiedevano uno sguardo sempre mobile sul contemporaneo, giocando con i generi, le durate e le tecniche.
Ora nella mostra di Barbera questi orizzonti sono diventati inspiegabilmente geografici, così da recintare un certo numero di pellicole che altrimenti non si sapeva dove mettere. Il risultato è una sezione scollegata, informe, con alcuni titoli notevoli affogati in un mare di immagini innocue. Peccato.
Il caso Orizzonti è il barometro di una mostra che non ha praticamente mai saputo cambiar passo, ancorata al grigiore di un Lido mai così spento e silenzioso.
Negli anni della crisi economica e sociale, che il cinema come industria e come arte ha subìto pesantemente, ci voleva forse un’altra vis per uscire dalla stagnazione del prodotto cinematografico tout court. Una forza, una voglia di cambiamento, che questa mostra non è riuscita a trasmettere né a chi ci passava per caso, né a chi viveva dentro le sale e tornava a casa solo per puntare la sveglia per il film successivo.
Le rare illuminazioni sono state tenute a bada da immagini svogliate, sbiadite, che non duravano neanche l’arco di una giornata, sistematicamente dimenticate durante il riepilogo serale dello spritz.
Cosa resterà quindi di questa Venezia71? Ci sono degli aspetti positivi. La gestione delle sale e degli spazi condivisi, per esempio, è migliorata, garantendo un livello di stress minore ai picchi degli anni scorsi, che solitamente portavano a sbroccate che neanche nei film di Lo Cascio. I maligni sostengono che sia anche merito della diminuzione dei presenti, specialmente da quando Toronto ha cambiato le date sovrapponendosi alla kermesse veneziana.
La ristrutturazione della Sala Darsena ha inoltre ha garantito un’ulteriore sfogo a chi, giustamente, evita il Palabiennale come la peste.
Ma il vero merito di Barbera è stato quello di migliorare sensibilmente l’offerta panini, finalmente vicini ad un rapporto costo-offerta sostenibile.
Resta costante la sensazione di aver passato altri dieci giorni su un’astronave atterrata miracolosamente, non senza danni (vedere il cantiere osceno del “nuovo” palazzo del cinema), in un luogo desertico e inospitale (vedere reazione dei residenti). Un luogo in cui l’unica forma di salvezza è aggrapparsi agli schermi.
Rimane un atto d’amore e come tale non andrebbe giudicato.