Cinema, Tv e teatro: FOUCAULT CAMMINA CON ME – Departures
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FOUCAULT CAMMINA CON ME – Departures

Un circolo vizioso tra questi contenuti che preoccupano, occupano, distraggono e colmano la vita.

14 Giu
2013
Cinema, Tv e teatro

Il pane, il lavoro, la vita.
È difficile credere che un regista che per anni si è occupato di stuzzicare le fantasie birichine del popolo nipponico giunga a compiere un’opera che tratta in maniera profonda tematiche quali l’esistenza e la morte. Eppure è questa l’impresa di Y?jir? Takita. Gran parte della sua carriera, compreso l’esordio, lo vede alla regia di film erotici. Per la precisione è il pinku eiga, il genere, nato negli anni Sessanta, tanto ai limiti dell’hardcore da determinare la nascita dell’EIRIN (Eiga Rinri Kitei Kanri Linkai), una commissione preposta alla censura di nudi, pelurie ascellari e pubiche dei film distribuiti in Giappone. Questi i quattro ingredienti fondamentali per la ricetta di un pink film:

1. Quota minima di scene di sesso.
2. Durata approssimativa di un’ora.
3. Deve essere girato in 16 mm o 35 mm nel giro di una settimana.
4. Un budget molto limitato.

Il genere è stato molto contaminato e ha creato micro-generi al suo interno, a volte anche tingendosi d’autore. Come molti colleghi, Takita ha mosso solo i suoi primi passi nell’ambito, ma è riuscito a differenziarsi per aver presentato nel 1986 a Cannes Komikku zasshi nanka iranai! e soprattutto per aver vinto il premio Oscar al miglior film straniero nel 2009 con Departures.

Oscar meritato? Difficile dare una risposta visto che nonostante i costi – sufficienti a portare la Birmania tra le massime potenze mondiali – gli Academy Awards quasi mai sono sinonimo di cinema di qualità. In ogni caso Departures ha guadagnato un successo del tutto inaspettato esportando l’immaginario più “occidentale” del Giappone, fatto di simbolismi un po’ stereotipati come ciliegi in fiore, la grande esperienza a braccetto con la vecchiaia, suonate di violoncello su colline estatiche, e affrontando un tema scomodo come la morte, ma spogliandolo della sua crudezza e ornandolo di compiaciuti rituali nokanshi. C’è da dire però che il successo non è stato meramente commerciale e il film ha girato molto anche nei circoli d’essai forte di una sceneggiatura venata di suggestioni psicoanalitiche: il protagonista Daigo suonando il violoncello rivive la sua infanzia, ma non riesce a ricordare il volto del padre, colpevole di aver abbandonato lui e la madre per un’altra donna, non prima di averlo introdotto alla musica.

Takita racconta in maniera chiara non lasciando nulla al mistero, sembra trasporre in immagini alcune tra le pagine più acute scritte da Emmanuel Lévinas, anche se la pregnanza filosofica e l’eleganza poetica di Totalità e infinito non avevano dato adito a quel patetismo sfoggiato nella pellicola. Da buon fenomenologo quale era, Lévinas oltre a consacrare alcune tematiche importanti del Novecento (esteriorità, intersoggettività), non si risparmiò di analizzare tratti latenti della vita di tutti i giorni. Tra questi, il concetto di «vivere di…», nel quale spiega come la vita sia essenzialmente fatta di lavoro e nutrizione. «Certo», dice, «il pane bisogna guadagnarselo e bisogna nutrirsi per guadagnarsi il pane; così che il pane che mangio è anche ciò attraverso cui mi guadagno il pane e la vita. Ma se mangio il mio pane per lavorare e per vivere, io vivo del mio lavoro e del mio pane.»

Un circolo vizioso tra questi contenuti che preoccupano, occupano, distraggono e colmano la vita. Proprio come l’esistenza del giovane protagonista Daigo che è fortemente caratterizzata dal modo in cui riesce a garantirsi la sopravvivenza: egli deve lavorare per guadagnare il denaro che gli assicura il vivere, ma allo stesso tempo la sua vita è foggiata dal lavoro che svolge. Il lavoro riempie di felicità o tristezza la vita; Daigo se ne rende conto perdendo il posto di violoncellista nell’orchestra e iniziando a lavorare come tanatoesteta. Grazie al redditizio lavoro di becchino, oltre a procurarsi benefici economici, gode di soddisfazioni personali rendendosi conto che il rituale funebre allevia il dolore dei cari, ma contemporaneamente giungono i dispiaceri per i litigi con la graziosa moglie che si vergogna di lui e varie altre umiliazioni.

Tutto ciò è ormai entrato a far parte della sua esistenza, gli sarà difficile capire come proseguirla. Nutrirsi non è semplicemente mangiare e lavorare non è semplicemente guadagnare il denaro; «le cose sono sempre più dello stretto necessario», dice Lévinas, quasi come nell’intimo dialogo tra il simpatico vecchietto che gestisce l’agenzia funebre (impersonato da Tsutomu Yamazaki, un tempo attore feticcio di Akira Kurosawa) e Daigo: «Devi mangiare se vuoi vivere. Se mangi, potrebbe anche essere gustoso.»

Riccardo Papacci
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