Cinema, Tv e teatro: FOUCAULT CAMMINA CON ME – Family edition
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

FOUCAULT CAMMINA CON ME – Family edition

La famiglia è molto di più di un semplice legame sanguigno.

21 Set
2013
Cinema, Tv e teatro

La famiglia è molto di più di un semplice legame sanguigno.
Oltre a essere, ovviamente, costituita da due o più individui legati dal matrimonio o da rapporti di parentela o affinità, che la rendono biologicamente affermata, la famiglia, in quanto nucleo sociale viene a caratterizzarsi soprattutto grazie a tutte le problematiche, da quelle affettive a quelle economiche, e a tutte le dinamiche interne a essa peculiari. È più che altro intesa come qualcosa priva di un preciso punto di nascita, qualcosa da costruire tassello dopo tassello e che deve essere continuamente rigenerata, qualcosa per la quale si fa di tutto onde sorreggerla e sostenerla.
I film in questione che la descrivono, o che comunque ne tratteggiano una particolare componente, sono per lo più commedie o drammi; questo fa capire come il tutto sia giocato sul terreno dei sentimenti e degli affetti. Preannuncia anche il fatto che film del genere difficilmente avranno la forza di scardinare e ricodificare le leggi del divertimento e dell’esaltazione, ma punteranno su altre qualità basate, per esempio, sulla prolungata e intensa concentrazione su un concetto.
Il filo diretto a cui sono legate queste pellicole, oltre a una certa magniloquenza sfoggiata nei dialoghi, puo essere individuato nella maniera così ravvicinata e scrupolosa di osservare la famiglia, scevra da pregiudizi buonisti, ma anche ricca di quei sinceri focus emotivi e sentimentali in bilico tra l’arte e la soap opera.
Eccone alcuni:

Scene da un matrimonio/Sarabanda – di Ingmar Bergman
Tutto è cominciato da qui.
Uno dei capolavori di Ingmar Bergman originariamente uscito nel 1973 per la televisione con una durata di sei ore, successivamente ridotto per il cinema a soli 167 minuti. Costruito su una trama da manuale della commedia, ha creato un genere: le gioie (poche) e i problemi (tanti) di Johan e Marianne, di estrazione borghese, sposati.
Serrato e tesissimo, quasi del tutto privo di esterni, ricco di dialoghi e primi piani, nessuno aveva indagato così coraggiosamente il matrimonio in ogni suo aspetto e strascico.
Tutto quello che può succedere ad una coppia lo si trova in Scene da un matrimonio; i ricordi di quello che è successo e le conseguenze della vecchiaia, li si trovano racchiusi invece in Sarabanda. Esattamente trent’anni dopo, i due ex coniugi si trovano ad affrontarsi nuovamente. Sempre Erland Josephson e Liv Ullman, più invecchiati e sicuramente più disillusi, pieni d’esperienza ma ancora chiamati ad essere messi alla prova.
Ultimo film di Bergman, vera e propria “sarabanda” della sua carriera.

Fiori d’acciaio – di Herbert Ross
Herbert Ross è colui che nel 1972 portò sul grande schermo Provaci ancora, Sam, il celebre adattamento cinematografico dell’opera teatrale scritta e interpretata da Woody Allen, che oltre a dargli notorietà, evidentemente lo influenzò anche molto dal punto di vista stilistico; come si vede proprio in questo Fiori d’acciaio.
Le vite di sei donne e le loro confessioni raccontate nel salone di bellezza di un piccolo paese della Louisiana, tra una pirotecnica acconciatura anni ottanta e l’altra. Splendido ritratto della vita provinciale e delle sue ristrettezze intellettuali che fonde diversi generi spaziando dal grottesco al drammatico, dalla commedia al melò, per raccontare la potenza femminile alle prese con le difficoltà del quotidiano. Il sostrato che sorregge le vicende dei personaggi è, naturalmente, quello della famiglia.
Solido stuolo di attrici tra cui spiccano Sally Field e Daryl Hannah.

Happiness – di Todd Solondz
L’alfiere del cinema indipendente americano, Todd Solondz, che con Fuga dalla scuola media aveva già schizzato una caricatura della famiglia tipo americana, in Happiness racconta tutti i vizi della società borghese. Pervaso di sesso in ogni sua manifestazione, dalle scoperte adolescienziali, alla masturbazione via telefono, alla pedofilia, il tutto visto attraverso la famiglia Jordan, compresa di anziani e bambini. Tra Altmann e Carver; in confronto American Beauty è la versione light e buonista.
Ebbe un seguito nel 2009, Perdona e dimentica, con gli stessi personaggi ma con attori completamente diversi (e la differenza si vede, dato il grande cast del precedente) di sicuro inferiore al primo, ma comunque molto più che godibile.

Segreti e bugie – di Mike Leigh
I titoli di testa sullo sfondo di un funerale in un cimitero e le solenni musiche di Andrew Dickson per soli violino e violoncello, lasciano presagire che con tutta probabilità non sarà uno di quei film che si è soliti definire col termine “leggero”. Palma d’oro del 1996 e molti altri meritati premi per una delle opere più intimiste mai girate, ambientato in una Londra degradata da far invidia al primo Ken Loach. Mike Leigh mette in scena la solitudine e la disperazione di persone che hanno vissuto aspre giovinezze e si sono ritrovate a maturare tardi, o semplicemente hanno avuto vicende troppo sfortunate, talmente sfortunate da gravare sulla totalità delle loro vite. La rassegnazione e i tentativi goffi di cambiare inutilmente le cose non hanno mai avuto un’interpretazione cinematografica così sincera e perfetta come quella di Brenda Blethyn e di Timothy Spall, rispettivamente nei panni di Cynthia e suo fratello Maurice.
Il vero dramma familiare, tanto semplice quanto emotivamente denso, ampolloso e a tratti esasperato con picchi di autentico e genuino pathos melodrammatico. Assoluto.

Interiors – di Woody Allen
Quando nel 2005 Eric Law chiese ad Allen cosa pensava di Interiors egli rispose di non ritenersi soddisfatto, letteralmente “erano tutti buoni personaggi ed erano interessanti anche i loro conflitti, ma non fui capace di valorizzare la situazione con sufficiente abilità”. Nella stessa intervista dichiarò anche di aver comprato una casa negli Hamptons, dopo aver girato il film, di averla ristrutturata completamente per passarci solo una notte e poi rivenderla perchè preferiva la città, ma questa è un’altra storia.
Nonostante questi aneddoti, è utile sapere che Interiors è il primo di tre film (gli altri due sono Settembre e Un’altra donna) diretti ma non recitati da Allen, perchè riteneva di soddisfare il pubblico solo in parti comiche, ma non in ruoli troppo seri come quelli qui richiesti.
Sentito omaggio all’amato Ingmar Bergman, del quale se ne scorgono tracce sul clima teso, l’uso del colore e la fotografia, parla del divorzio tra gli anziani Eve e Arthur e delle difficili reazioni avute dalle loro tre figlie.
Sebbene la sterminata filmografia di Allen sia per buona parte incentrata attorno alla tematica della famiglia, è forse questo il suo film più rappresentativo inerente all’ambito, così pregno di splendidi dialoghi che mettono in luce devastanti competizioni tra moglie e marito o difficili scelte come puo essere quella di mettere al mondo un figlio.

Tempesta di ghiaccio – di Ang Lee
La filmografia di Ang Lee può benissimo essere divisa in due categorie: da una parte quella dei colossal hollywoodiani come La tigre e il dragone, Hulk, Vita di Pi, dall’altra quella di film molto più modesti e intimi come Mangiare bere uomo donna, Ragione e sentimento e sicuramente questo Tempesta di ghiaccio.
Il film è un ritratto di una famiglia dell’alta borghesia degli anni settanta all’apparenza perfetta, ma in sostanza ricca di problemi. Anche qui gustosi sotterfugi e litigi attorno a tradimenti, adolescenti che scoprono il sesso e adulti che vogliono emanciparsi.
Un grande cast, che comprende Kevin Kline, Sigourney Weaver e i giovani Christina Ricci e Elijah Wood, al servizio di una sceneggiatura tratta dal soggetto di Rick Moody che riesce a regalare, oltre a momenti di tensione e cinismo, anche un finale moraleggiante, tanto retorico e scontato quanto sincero e genuino.
È quasi oltraggioso scegliere un solo film di Bergman, di Allen, di Leigh, non inserirne nessuno di Almodovar, nessuno di Altman e, soprattutto, della Commedia all’italiana tralasciando capolavori come La famiglia e C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, Romanzo popolare e Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli, Divorzio all’italiana, Il ferroviere e L’uomo di paglia di Pietro Germi; stesso dicasi per il Neorealismo che tanto aveva da raccontare riguardo la famiglia del dopoguerra con autori come Rossellini, De Sica e Visconti.
Nessun Kurosawa, Mizoguchi, o Viaggio a Tokyo di Ozu o lo sconosciutissimo Kichiku di Kumakiri per quanto riguarda il cinema che viene dall’oriente, così come per quello francese (Nouvelle vague) e per quello tedesco (Nuovo cinema tedesco) e per tante altre gemme sparse come Padre padrone dei fratelli Taviani, I giochi dei grandi di John Curran, la trilogia di Sokurov (non ancora conclusa), Paradiso amaro di Alexander Payne e per tanti, tanti, tanti altri ancora.
Altre centinaia di film potrebbero aggiungersi alla lista, ma questi sei selezionati sono tra quelli che meno si soffermano sui meri fatti della sceneggiatura, o, comunque, se ne servono quasi esclusivamente in maniera funzionale all’esplicazione e alla costruzione dell’immaginario del concetto di famiglia.
Tutti a tavola!

Riccardo Papacci
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude