Stilisticamente eccessivo, viscido e isterico, Possession è un gorgo visivo che si inoltra nelle profondità abissali di un dramma coniugale spinto oltre i limiti dei generi cinematografici. Inutile catalogarlo. È un ?u?awski che ci vomita addosso il suo malessere (il film, dai tratti autobiografici, è stato girato dopo il suo divorzio) orchestrando variazioni su una trama classica che, nell’incipit, sembra richiamare il Bergman di Scene da un matrimonio, ma poi, parallelamente allo sgretolarsi della coppia, volge verso angoli cupi e viscerali dell’immaginario umano.
La storia è ambientata in una Berlino spettrale, semideserta e divisa, in una delle sequenze iniziali l’inquadratura si sofferma su di una scritta sul muro: Die Mauer musst fallen! «Il muro deve cadere!», che assume un certo valore metaforico nello svolgimento del film. Marc (Sam Neill che, per non venir meno alle origini polacche del regista, sfoggia un taglio di capelli e uno sguardo gelido che neanche un operaio ai tempi di Solidarno?), di ritorno da un viaggio di lavoro, scopre che Anna (Isabella Adjani, il genere di donna da cui vorresti essere ferito con un tagliacarne elettrico, cfr. film), sua moglie, lo tradisce già da un anno con un altro uomo (Heinz Bennent, nel ruolo di un eccentrico intellettuale dedito a filosofie orientali, droghe e sesso anale). Questo evento sconvolge Marc che non riesce ad accettare la situazione e si ritrova da solo con il figlio avuto con Anna. Al culmine della disperazione, ingaggia un investigatore privato per scoprire i movimenti della moglie: ciò che si delinea è uno scenario molto più inquietante di un banale triangolo amoroso.
Ora, il film è complesso ed è scandito da una narrazione non lineare e violentemente anarchica, quindi, volerlo esaurire in una spiegazione univoca mi pare un esercizio di un tale onanismo e narcisismo che neanche Scaruffi oserebbe fare. Come già accennato, il delirio zu?awskiano si svolge di pari passo con la crisi dei coniugi e in particolare di Anna. Il tradimento con Heinrich non fa altro che ampliare la sua frattura. La noia del quotidiano non sfocia, come in un Antonioni, nell’incomunicabilità, ma nel tormento interiore. Il malessere di Anna, infatti, sembra culminare nell’orrenda partogenesi di una viscida creatura tentacolare: è l’esplosione del male che viene sublimato e reificato in una mostruosità nascosta in un appartamento abbandonato che si affaccia sul Muro, simbolo della disgregazione e della mancata riconciliazione di poli opposti. La frantumazione della sua unità borghese (il matrimonio, il figlio con Marc, il ruolo di custode del focolare domestico imposto dalla società) si riflette in questo non-luogo fatiscente e apocalittico in cui Anna è libera di sfogare le sue pulsioni e di materializzare le paure inconsce della mente umana. Il personaggio di Anna è un personaggio hegeliano, scisso entro sé stesso, che non ha appigli nella sua crisi esistenziale: «la fede non può escludere la sorte, ma la sorte non può spiegare la fede; la mia fede non può supplire totalmente alla sorte, ma la sorte non mi ha dato abbastanza fede», dice Anna in un’inquietante epifania. È quasi un percorso del riconoscimento, in realtà fallito, come è evidente dal finale, in cui per affermarsi, ha bisogno di distruggere e disgregare fino all’allontanamento dall’Uomo, dalla Morale e da Dio; così Anna si spinge fino all’omicidio e alla negazione di sé stessa, nel costante rimorso dell’abbandono spirituale in favore della sua nuova fede negativa. L’amore mistico per la sua nuova aberrante “divinità” è tale fino all’amplesso, una scena da annali della pornografia giapponese Hentai Tentacle Rape.
Il tema del doppio viene svolto in maniera personalissima. Come Marc incontrerà, nella maestra elementare del figlio, una proiezione angelica di Anna dalla quale è amato; così l’orrenda creatura assumerà, nell’enigmatico finale, le sembianze di Marc, «finalmente ha un corpo» dice Anna, mostrando il suo doppio malvagio a Marc stesso. Egli si mostra consapevole della sua sorte nell’aver seguito Anna in questo insano cammino spinto dal suo amore incondizionato. La possessione di cui ci parla ?u?awski non sembra tanto qualcosa di metafisico o demoniaco, quanto l’incapacità di rapportarsi all’altro nella sua radicale alterità; la necessità di ridurlo al proprio, di volerlo possedere, di amare nel prossimo sempre e comunque la proiezione di sé stessi, annullando così la differenza. Ai personaggi sembra essere richiesto di tenersi sulla linea, sulla frazione o la frattura che divide bene e male, poiché la scelta univoca di uno dei due si rivela esiziale. Marc e Anna scelgono i due cammini opposti, ma, come se il film seguisse una struttura circolare, accennano a ricongiungersi nell’epilogo. In realtà, il finale di ?u?awski non concede speranze; è il male a prevalere nella sua furia distruttrice e senza possibilità di conciliazione.



