Frank Underwood e noi
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Frank Underwood e noi

Giusto per non prenderla troppo alla lontana, partiamo dalla parola che inaugura la letteratura occidentale: menis: ira.

LIVELLO DI SPOILER: BASSO.

I

Giusto per non prenderla troppo alla lontana, partiamo dalla parola che inaugura la letteratura occidentale: menis: ira. L’Occidente nasce con l’ira di Achille e con le vendette di Clitemnestra, Oreste, Medea; le sue svolte sono quasi sempre coincise con svolte prospettiche sulla vendetta: dalla condanna di Cristo all’esitazione di Amleto.

Frank Underwood, da questo punto di vista, non è né cristiano né amletico. Come gli eroi tragici greci, vuole vendicarsi e si vendica. A scatenarne l’ira, questo annuncio:

«Frank, non ti nomineremo Segretario di Stato. Lo so che il Presidente te lo aveva promesso, ma le circostanze sono cambiate».

La sua reazione non è immediata, ma mediata dalla ragione: in lui la hybris si fa intrigo, furbizia, strategia.

II

Chi nel 1592 andava al Rose a vedere L’ebreo di Malta di Christopher Marlowe, ascoltava un prologo in cui Machiavelli definiva la religione «un giocattolino per bambini» ed esortava a onorare Barabba, l’ebreo «che sorride vedendo quanto sono colme le sue borse». Qualche anno dopo, chi assisteva a Le allegri comari di Windsor, sentendo l’oste chiedere «Am I politic? am I subtle? am I a Machiavel?», certo non intendeva quel sono un Machiavelli? come sono un politologo? Insomma, nell’Inghilterra elisabettiana Machiavelli fu recepito non come un attento studioso del potere, ma come una sorta di apologeta del Male: «politic, policy, politician si colorarono di significati deteriori: inganno, astuzia, truffa.»

Così, machiavellici sono Riccardo III, Edmund e Iago; ma anche, in alcune circostanze, Enrico V, Claudio e Amleto. Machiavellici sono i coniugi Macbeth e i loro epigoni contemporanei, gli Underwood.

I consigli di Lady Macbeth – «Mostrati come il fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso» – sono simili a quelli di Claire – «Seducilo, dagli il tuo cuore. Strappatelo e mettilo nelle sue fottute mani». Per scalare la cima del potere, i loro uomini non possono fare altro che seguirli.

III

Alle origini, House of cards era il romanzo di Michael Dobbs. Poi divenne una serie tv della BBC. Dobbs scrisse altri due romanzi – To play the king, The final cut. E la BBC produsse altre due serie. A quei tempi, cioè negli anni Novanta, Frank Underwood si chiamava Francis Urquhart: non era un democratico americano, ma un conservatore inglese; non era interpretato da Kevin Spacey, ma da Ian Richardson; era comunque molto molto cattivo.

IV

Sì, perché Frank Underwood è spietatamente spietato, e ce lo dimostra già nel primo minuto del primo episodio della prima stagione:

 

Rumore di incidente automobilistico.

CANE: (piange.)

FRANK esce da una casa e raggiunge il cane investito; fa allontanare la GUARDIA DEL CORPO.

FRANK (al CANE): «shhh, shhh», «è tutto ok…»

FRANK (alla TELECAMERA):

«Ci sono due tipi di dolore: quel tipo di dolore che fortifica, e il dolore inutile, quel tipo di dolore che è solo sofferenza. Non ho pazienza per le inutilità. (Inizia a strozzare il CANE, che piange con più intensità e affanno rispetto a prima.) Momenti come questo richiedono qualcuno che agirà, che farà la cosa sgradevole, la cosa necessaria. (Il CANE smette di piangere.) Ecco. Fine del dolore.»

 

V

(Soprattutto per noi maschietti) È facile sentirsi vicini a Frank perché nella vita privata fa le stesse cose che facciamo noi:

Ecco cosa penso: «Oh, Frank è come me». Cioè: «Oh, sono come Frank», cioè: «Potrei essere come lui», cioè: «Potrei essere un uomo di potere». Questo meccanismo empatico è alla base di qualsiasi identificazione narrativa. Negli ultimi anni è diventato centrale anche in politica: un candidato incapace di creare una narrazione di sé che possa essere vissuta dagli elettori non ha speranze.

Comunque, nelle prime due stagioni House of cards non si occupa tanto dei rapporti tra politica ed elettorato, quanto di quelli tra politici, lobbisti, imprenditori e giornalisti. Con loro, Frank si mostra distante quando vuole spaventarli, vicino quando vuole usarli. 

VI

C’è un altro meccanismo narrativo, già presente nella versione BBC, che ci avvicina al protagonista di House of cards: sia Urquhart sia Underwood ci parlano direttamente. I loro a-parte ricordano quelli shakespeariani, con una differenza fondamentale: mentre Amleto, Macbeth e Bruto approfittavano dell’assenza degli altri personaggi per riflettere a voce alta, Urquhart e Underwood si rivolgono allo spettatore per commentare eventi o rivelare intenzioni; insomma, i primi restavano immersi nella finzione, i secondi invece ne escono, smantellando la quarta parete che li separa da chi guarda.

Ecco Urquhart mentre fa la pipì:

Ed ecco Underwood mentre giura da vice Presidente:

Da una parte questa tecnica, ricordando continuamente la finzionalità della finzione, allontana lo spettatore; dall’altra, chiamandolo in causa, lo rende compartecipe delle sorti del protagonista. L’importante è che poi, chi guarda, finito l’episodio non faccia così:

VII

L’abilità retorica di Frank Underwood è impressionante, quasi degna del Marco Antonio shakespeariano: entrambi sono abilissimi a persuadere sia gli altri personaggi sia il pubblico. Più della sua astuta vendetta, più dei suoi hobby privati, più della rottura della quarta parete, è la sua lingua a catturarci.

Le sue citazioni: «Un gran uomo una volta disse: Tutto riguarda il sesso. Tranne il sesso. Il sesso riguarda il potere».

I suoi aforismi: «I presidenti ossessionati dalla storia sono ossessionati dal farne parte invece che dal farla».

Le sue similitudini: «L’unica cosa più soddisfacente di convincere qualcuno a fare ciò che voglio è fallire apposta a persuaderlo. È come un cartello che vieta l’accesso: ti supplica di oltrepassare la porta».

Le sue metafore: «È vero, è una bomba a mano. Dobbiamo strappare la linguetta e lanciarla a Walker, prima che Walker strappi la linguetta e la lanci a noi».

VIII

Oltre che dalle azioni, la sua filosofia è rivelata dall’insistere metaforico sul campo semantico della caccia: «Quando la carne fresca sei tu, uccidi e dagli in pasto qualcosa di più fresco.»

«Amo quella donna. La amo più di quanto gli squali amino il sangue.»

«Il Presidente è in cerca di sangue.»

«Ecco come si divora una balena. Un morso alla volta.»

«Ogni cucciolo finisce per diventare un gatto. Sembrano così innocui, all’inizio – piccoli, tranquilli, mentre leccano nella ciotola del latte – ma una volta che gli artigli sono abbastanza lunghi, feriscono. Qualche volta anche chi li accudisce. Per noi che ci arrampicano in cima alla catena alimentare, non può esserci pietà. C’è una sola regola: caccia o sarai cacciato.» 

IX

Questa insistenza metaforica trova un alleato semiotico nella più grande passione di Frank, la carne:

X

Perché proviamo piacere assistendo all’ascesa di Frank Underwood?

  1. Perché gli deleghiamo il compimento dei nostri aneliti: siamo arrivisti e vendicativi come lui, ma non abbiamo il coraggio e la capacità di esserlo fino in fondo.
  2. Perché le sue gesta alimentano l’idea che per avere successo bisogna essere carogne, idea che placa la frustrazione derivante dalla nostra mediocrità.
  3. Perché dato che per soddisfare i nostri desideri dovremmo essere troppo schifosi, li soddisfi lui per noi! A noi la moralità, a lui il successo.

Nella prima ipotesi siamo incapaci; nella seconda, ipocriti; nella terza, codardi.

Siamo sicuri di essere migliori di lui?

Orlando Vuono
Sa di essere stato piccolo subito sotto alle Dolomiti e medio alle università di Milano e Bologna. Non sa dove cosa perché farà da grande, né se un giorno lo diventerà.
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