È interessante chiedere a chi non è italiano cosa ne pensi dell’Italia, o meglio ancora, di ciò che di bello l’Italia ha prodotto nel corso della storia. Quello che di solito emerge è un ritratto abbastanza delineato da determinati punti fermi, con Rinascimento e Dolce Vita in vetta alle classifiche. È abbastanza difficile trovare qualcuno che non sia italiano che conosca Leopardi, ad esempio, quasi come se tra il XVI secolo e gli anni ’60 in Italia fosse successo molto poco, da un punto di vista culturale. Sappiamo tutti che non è così, noi che in Italia ci siamo nati. Eppure, al pubblico anglosassone, di tutto questo bendidio che è la letteratura italiana, arriva quasi nulla, se non nomi sparsi e poco contestualizzati: Pirandello, Calvino ed Eco in primis, con un buon tasso di popolarità anche per Il Gattopardo. Solo che noi, al contrario, di materiale anglosassone ne importiamo un bel po’. È come se la nostra letteratura non avesse mai fatto breccia nel cuore del pubblico internazionale, o per lo meno non è amata come si meriterebbe di esserlo.
Un discorso un po’ differente, e forse più esemplificativo del motivo per cui il nostro patrimonio culturale è soggetto a passare attraverso determinati filtri, vale invece per il successo che il cinema italiano ha avuto nel corso della storia, e non si può certo negare che stiamo vivendo una nuova fase proprio in questo momento con la ribalta di Sorrentino. Per quanto sia audace il paragone tra il regista napoletano e Fellini, non ci è voluto molto perché l’estero si fomentasse davanti a quella che dovrebbe essere La Dolce Vita del duemila. Se Fellini è probabilmente il regista più famoso della storia del cinema italiano esportato, ciò si deve alla rappresentazione di questo paesaggio decadente che è il belpaese, così tanto affascinante per la sua eleganza opulenta ed esagerata. Evidentemente, ciò che l’estero chiede all’Italia è un prodotto che sia una rappresentazione di certi usi e costumi, così ben radicati nell’immaginario collettivo da consentirci un lasciapassare nel panorama cinematografico internazionale.
Così come nella letteratura oltre a Dante ci sono tantissimi altri autori importanti che non hanno mai attecchito su un pubblico estero, anche nel cinema molti registi sono rimasti confinati in questa nostra dimensione peninsulare che tanto ci caratterizza. La produzione di film che non valicheranno mai il confine delle Alpi è decisamente abbondante, e anche quando questo è probabile che avvenga si avverte comunque un notevole sforzo di adattamento ad altri standard, motivo per cui Il Conformista di Bertolucci non ha mai avuto il successo internazionale de L’ultimo Imperatore. Sembra quasi che per uscire dall’Italia un film debba essere o un kolossal (vedi l’ultimo di Matteo Garrone) o un ritratto stereotipato di quello che chi non è italiano si aspetta di vedere, un ritratto che oscilla tra il baffetto di Marcello Mastroianni in Divorzio all’italiana, la tragicità di pellicole come Il Postino e i monologhi di un Jep Gambardella che affoga nel lusso, passando per Benigni.
Un altro fattore che ha scatenato immediata attrazione per il prodotto italiano negli anni addietro, oltre allo sfarzo decadente felliniano, è l’ambiguità morale dei nostri personaggi, rappresentata anche questa per rincuorare lo spettatore straniero sul fatto che gli stereotipi in Italia sono tutti veri, e che sì, la pasta la mangiamo ogni giorno. Ne è incarnazione meravigliosa il Barone Cefalù/Mastroianni di Divorzo all’Italiana, il quale non manca sicuramente di spirito di problem solving, simbolo della grande capacità di arrangiarsi del nostro popolo, arte non sempre applicata nel modo più etico possibile. Per non mettere in mezzo tutte quelle rappresentazioni dell’Italia nel cinema italoamericano, ma in quel caso si parla di noi solo a metà, o quel filone narrativo legato alla criminalità, primo fra tutti Gomorra.
La tendenza del pubblico internazionale ad apprezzare particolarmente i cliché legati al nostro paese ha incoraggiato anche alcuni tentativi di made in Italy fai da te, come ad esempio il capolavoro di stereotipo per eccellenza che è To Rome with Love di Woody Allen. Nel momento in cui gli italiani non forniscono abbastanza pasticci di luoghi comuni, interviene un grande regista per sfornarne uno così tanto farcito da scoppiare prepotentemente in faccia. Un ritratto così edulcorato, probabilmente, non era mai venuto fuori dalla mente di nessuno: dentro c’è tutto, dalla lirica alla passione carnale mediterranea, dal matrimonio che salta come in una versione pessima de Lo Sceicco Bianco alla quasi neorealista veridicità della vita degli studenti a Trastevere che fanno la spesa al mercato col cestino. Evidentemente gli Stati Uniti hanno periodicamente bisogno della loro dose di stereotipi, espressi attraverso un giro in Vespa attorno al Colosseo.
Il caso di Moretti è emblematico. Nonostante gli sforzi di apertura nei confronti del mondo al di là della sua dialettica presenti nei film più recenti, in particolare con Mia Madre, i capolavori di Moretti non potranno mai essere compresi al cento percento senza sapere esattamente di cosa sta parlando quando fa determinati riferimenti culturali, sia che si tratti degli italianissimi esami di maturità, sia che canti Battiato. I suoi riferimenti, infatti, risultano così familiari al pubblico italiano proprio perché rappresentano determinate immagini che si legano alla nostra storia ma non sfociano nello stereotipo artefatto, lo stesso che spinge Woody Allen ad imbastire un’opera in cui Roma funge da rigido e cartonato teatro di scena, ma anche quello stesso stereotipo che esce fuori da un personaggio come Jep Gambardella ed il suo eccentrico edonismo quotidiano. Il modo in cui Moretti, e come lui anche molti altri registi italiani che spesso non godono ingiustificatamente di fama estera, fornisce attraverso il suo linguaggio e le sue immagini una testimonianza genuina di quello che possono essere certi aspetti dell’Italia, ed il modo in cui questa rappresentazione risulti così immediatamente comprensibile ad un pubblico italiano ma insensato per un certo pubblico straniero, ci riporta ad un interrogativo ancestrale. Si legge spesso di come alcune parole siano impossibili da tradurre e di come queste possano essere non solo parte del lessico di un popolo ma anche parte imprescindibile di un determinato concetto culturale esclusivo di una lingua e di conseguenza dei suoi parlanti. La Schadenfreude tedesca, ovvero il sostantivo che indica quel sentimento di felicità per le disgrazie altrui, ne è forse uno degli esempi più celebri. È possibile che questa regola valga anche per l’arte espressa attraverso il linguaggio, oltre che attraverso le immagini, come la letteratura e il cinema; è possibile che il motivo per cui il cinema di Nanni Moretti, così denso di riferimenti alla cultura italiana, non verrà mai apprezzato veramente all’estero proprio perché la sua bellezza si perde nella traduzione impossibile di determinati concetti, così familiari ai nostri occhi e alle nostre orecchie italiche ma così difficili da afferrare per uno spettatore internazionale. Di certo è un peccato che una fetta così larga della nostra produzione culturale non verrà mai apprezzata al di là dei nostri confini, se non da appassionati del settore, ma è anche inevitabile che ciò avvenga. Forse ciò vuol dire che alcune delle cose più belle che abbiamo, quelle meno inquinate dalla divulgazione globale di massa, è giusto che ce le teniamo un po’ per noi, preservandole dal consumo esagerato e moderno. Forse è anche questo espressione del nostro animo peninsulare.
