Il divertimento semplice di Better Call Saul
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il divertimento semplice di Better Call Saul

Better Call Saul è un prodotto televisivo che fatica a difendersi sotto diversi punti di vista.

L’approccio agli spin-off è genericamente scettico. Questo perché è molto diffuso, tra gli appassionati di serie tv, il pregiudizio secondo il quale lo spin-off è sempre inferiore alla serie da cui è partorito: viene considerato una mera operazione commerciale, e ciò basterebbe a determinare, imprescindibilmente, la scarsa la qualità dell’opera. A supportare queste idee, inoltre, si aggiunge la memoria degli spin-off più disastrosi, come Joey (di Friends) o The Cleveland Show (di Family Guy). Per fortuna, questi pregiudizi non mi hanno mai riguardato; per due motivi fondamentali: il primo, considero l’approccio che li determina empirico e falsificabile, semplicistico; il secondo, quando penso a uno spin-off mi viene subito alla mente il primo che abbia visto in vita mia, Mignolo e prof., che guardavo da ragazzino. E Mignolo e prof. è un capolavoro assoluto.

 

Tragedia greca?

Vince Gilligan, da quando ha annunciato che sarebbe stata realizzata la serie sull’avvocato di Breaking Bad, ha commentato il suo progetto piazzando qua e là, nelle varie interviste, le tipiche frasi di circostanza utili a fugare gli scetticismi: Better Call Saul «camminerà sulle proprie gambe», sarà una serie a sé, sarà possibile guardarlo indipendentemente dalla serie madre etc. etc.

Non sembrava avesse l’aria di temere il fallimento del progetto. Del resto si parlava dello spin-off di una delle serie più premiate e amate degli ultimi anni. Che bastasse questo ad assicurarne il successo?

 

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«It’s showtime folks!». Una delle espressioni feticcio di uno dei personaggi più feticcio della serialità televisiva.

 

Effettivamente, negli Stati Uniti le prime puntate hanno registrato ascolti altissimi, confermando in qualche modo la fiducia di Gilligan. Ideata nell’aprile del 2013 e prodotta da AMC nel 2014, la serie è ambientata ad Albuquerque, sette anni prima dell’incontro tra Saul Goodman e Walter White. Il protagonista è l’avvocato di Heisenberg, che non veste ancora camicie vistose e ancora non utilizza il suo pseudonimo, ma il suo vero nome: James “Jimmy” McGill. A interpretarlo è sempre Bob Odenkirk, e nella prima puntata incontriamo anche Mike Ehrmantraut (Jonathan Banks), che ricopre un ruolo ancora secondario, e il violentissimo Tuco Salamanca (Raymond Cruz).

McGill è uno squattrinato avvocato che svolge soprattutto mansioni d’ufficio, ha un passato da piccolo truffatore, il suo studio privato è un bugigattolo caotico nel retro di un manicure vietnamita. Non è ancora il goffo criminale che abbiamo incontrato in Breaking Bad. Sulla base di questi elementi è facile ipotizzare che Gilligan voglia riproporre la parabola morale dell’uomo di mezza età che, vessato da un’esistenza insoddisfacente, tenta di affermare il proprio posto nel mondo, e scopre di poterlo fare solo percorrendo la strada dell’illegalità.

La conclusione della vicenda già la conosciamo, o almeno la conosce chi ha visto Breaking Bad, quindi l’elemento di suspense è parzialmente eliminato. Parzialmente perché un flash-forward in bianco e nero all’inizio della prima puntata ci presenta un Saul Goodman futuro, gestore di una tavola calda, in uno snodo del tempo narrativo che non è chiaro se sia precedente o successivo all’incontro con Walter White.

L’interesse dello spettatore viene comunque orientato verso lo svolgimento degli avvenimenti piuttosto che sulla loro conclusione: la domanda che lo spettatore rivolge alla serie non è più «come andrà a finire» – come nel caso di Breaking Bad – ma piuttosto «come è possibile che sia andata a finire così? Come fa quest’omuncolo a diventare un criminale?».

Sulla rete rimbalza, a proposito, il paragone formale fatto dalla rivista Vox: mentre Breaking Bad è una «tragedia shakespeariana», Better Call Saul sarebbe una «tragedia greca». Walter White è infatti una figura potenzialmente positiva, “a great man”, le cui ambizioni sono state stroncate da avventi avversi, e che sceglie di imboccare un percorso periglioso per riscattare il suo orgoglio ferito. Jimmy/Saul, invece, è un individuo impotente, «caught in the vise grip of fate»; benché tenti con ostinazione di trarsi fuori dalla sua condizione, lo sappiamo destinato a difendere ladruncoli e criminali di bassa lega, lavorando nel suo chiassoso e pacchiano ufficio. Sulla rete rimbalza questo paragone anche per l’ormai diffusa abitudine di accostare opere cinematografiche/televisive contemporanee a grandi opere letterarie del passato. Una pratica non necessariamente deleteria, anche se nel caso di Better Call Saul sembra un’esagerazione.

Serviva davvero, in questo caso, scomodare la tragedia greca?

 

La regia e le interpretazioni

La formula registica ricalca quella di Breaking Bad, con ampie inquadrature del deserto, utilizzo del P.O.V. di oggetti della scena e di ripetuti flash-back e flashforward, sebbene l’azione, al contrario della serie madre, si svolga maggiormente in interni: la città di Albuquerque e le sue architetture sono raramente presenti sulla scena, rimangono sempre sullo sfondo e lo sguardo del regista non vi si concentra a lungo.

La cura della composizione fotografica è tecnicamente notevole. Un esempio fra i vari possibili: molti fotogrammi sono composti con inquadrature a campo medio, e i personaggi sulla scena sono posti in basso; molta aria è lasciata sulle loro teste e gli oggetti, i colori, le linee poste sullo sfondo fungono, oltre che da arricchimento scenografico della scena, da commento implicito di quello che succede. Tutti questi accorgimenti tecnici rendono la serie apprezzabile dal punto di vista della fotografia, ma non riescono a riscattare una regia che appare spesso manieristica.

 

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Come anche in Breaking Bad la cura fotografica nelle scene in esterni è impressionante.

 

Manca il “guizzo”, la “trovata”, a cui eravamo stati abituati da Breaking Bad. La regia non rischia e non coinvolge. L’intensità viene lasciata a un cast di grandi capacità attoriali. Su tutti, ovviamente, Bob Odenkirk, che svolge bene il difficile compito di rendere umana e realistica la figura di Jimmy/Saul, che in Breaking Bad era solo macchiettistica; accanto a lui Jonathan Banks, che ci porta a conoscere la storia di Mike Ehrmantraut, prima che divenga il sicario che abbiamo incontrato in Breaking Bad.

 

Irrealismo e coerenza

Sin dalle prime scene ci rendiamo conto che, come avveniva in Breaking Bad, le vicende raccontate hanno un contenuto assolutamente irrealistico. In Better Call Saul l’elemento d’assurdità è da subito calcato: è proprio appoggiandosi a una serie di escamotage al limite con l’onirico, nelle prime puntate, che la trama si sviluppa e la storia prende avvio.

Una scelta stilistica simile è, credo, dettata dalla decisione di riconoscere l’esistenza di una regola che detti un rapporto di proporzionalità tra il grado di irrealtà, d’assurdità, e il grado d’intensità del godimento tratto dalla visione dell’opera artistica. Nel caso di Better Call Saul con “assurdo” intendo sostanzialmente il fatto che la serie si serva di elementi razionali – primo di tutti la psicologia dei personaggi e l’ambiente in cui questi si muovono – che vengono subito annullati dal tenore di vicende che, non trovando nessun corrispettivo nell’esistenza mondana, restano al di qua dello schermo.

Quanto più queste vicende rendono la realtà rappresentata imprecisa e irreale tanto più l’insieme riesce denso di godimento.

Nel caso di Better Call Saul gli aspetti assurdi e surreali non rimandano a un significato superiore, non hanno implicazioni simboliche: le assurdità che appaiono sono conformi al luogo in cui appaiono. È intrattenimento puro. Il contenuto principale di quest’opera è il divertimento. Se ci sono divertimenti deboli (semplici) contro divertimenti forti (composti) che il cinema e la televisione possono procacciare, Better Call Saul è sicuramente del primo tipo.

 

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Le scene nel centro anziani sono quelle con il miglior equilibrio chimico fra i registri. C’è la leggera ironica patetica che voleva forse essere la cifra della serie.

 

A volte l’irrealismo diventa però, da punto di forza, un limite della serie. Il problema non è l’inverosimiglianza, quanto il fatto che l’inverosimile sia incoerente. Nella rappresentazione di un mondo irrealistico è necessario che si crei l’illusione che la vicenda sulla scena non potesse svolgersi altrimenti da come è raccontata. In Better Call Saul questa “regola” è sommariamente rispettata, ma bastano poche scene, un rapimento e frangenti di violenza troppo esplosiva, nella prima puntata, e una serie di altre situazioni che nel proseguo della narrazione si distaccano dal tenore generale, a rovinare l’unità tematica del contenuto.

Accanto a questa incoerenza, l’altro elemento che fa storcere il naso è la repentina impennata di registro a metà della serie. Quando l’attenzione si sposta dal protagonista a Mike Ehrmantraut (quello che inizialmente era solo un personaggio secondario ha iniziato a lavorare per Jimmy/Saul; Gilligan apre una finestra narrativa sul suo passato da poliziotto) e sulla sua vicenda personale. Si passa improvvisa mente dal dramedy ad un noir 2 con una forte componente introspettiva. I due elementi li avevamo già visti coesistere in Breaking Bad, ma in quel caso erano bilanciati in modo molto equilibrato. Qui la svolta drammatica ci fa chiedere, se questo è l’orientamento che la serie prenderà d’ora in poi, a cosa servisse tutto ciò che era accaduto prima.

 

Vale la pena?

Oltre a mostrare questi difetti di incoerenza, Better Call Saul rimane un prodotto televisivo che fatica a difendersi, sotto diversi punti di vista. Anche qui, però, tutto dipende dalle nostre aspettative. Se ci accontentiamo di un divertimento “semplice”, un divertimento “debole”, come l’abbiamo presentato in questo articolo, BCS va benissimo. Quando il nostro orizzonte di aspettative si allarga, perché siamo in cerca di qualcosa di più complesso e articolato, la serie inizia a mostrare i suoi limiti. In ogni caso, alla fine della decima puntata mi sono spontaneamente chiesto «perché questa storia è stata raccontata?». Non ho trovato nessuna risposta.

Jacopo La Forgia
Nato a Roma nel 1990, vive e lavora a Venezia. Laureato in Estetica letteraria, si interessa principalmente di letteratura, cinema e fotografia. Ha collaborato come uniformatore redazionale ed editor con la casa editrice Moretti & Vitali, e come traduttore per Giovanni Fioriti Editore.
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