Gli anni ’80 stavano concludendo il loro ciclo, lasciando in eredità al decennio successivo la schiacciante vittoria del marketing dell’opulenza. L’alternativa, che si chiamasse socialismo, metal, hardcore o cyperpunk perdeva la sua essenza attuativa (qualora fosse presente), divenendo cultura profetica e apocalittica sotto una lente marxista molto distorta. Ma io andavo all’asilo con l’agenda di Prince, piangevo quando mia madre metteva su Guccini, mentre invece cantavo i Talking Heads (ma solo perché «fa fa fa fa» era molto semplice da pronunciare) e ballavo su Gianna Nannini. Andavo alla scuola materna “Mameli”, il cui custode si chiamava Goffredo. A quell’età le omonimie non esistono, così ai nostri occhi la scuola era dedicata a lui, la paternità dell’inno idem e Dino e Roberto Baggio sarebbero stati fratelli per molti anni ancora. La mattina la passavo a Trastevere, dove abitava mia nonna, il motivo pratico che celava la vera scelta della scuola: non farmi crescere 24 ore su 24 alla Magliana. Nell’88 era considerato un posto poco adatto per la formazione del nipote di un partigiano e poi dirigente socialista. Così al ritorno a casa giocavo con i miei vicini di pianerottolo: il figlio di un poliziotto napoletano e le tre figlie di un ex clochard.
Gli amichetti di scuola non volevano venire a casa mia terrorizzati dagli spari che ogni tanto si sentivano e da quell’armadio della mia babysitter, Ernesta, che minacciava i parcheggiatori abusivi con il mantra «Nun te do ‘na lira ma fa’ che la maghena così è e così resta. Sò de Majana!». Per strada si potevano ancora trovare spesso spade usate, mia madre mi aveva insegnato a riconoscere i “bucatini” e mi aveva raccontato cosa fosse l’eroina.
Questa è la ragione per cui ai miei occhi Caligari non può che costituire il gotha del cinema italiano.
Ovviamente con l’eroina, ma più in generale con la droga, non ho mai avuto niente a che fare. Le storie di Caligari appartengono empiricamente non al mio corpo, ma solo ai miei sensi. Grazie alla scientificità della sua poetica mi sono permesso, come di rado mi è successo, di sperimentare quella catarsi tanto auspicata dalle opere. Il suo sguardo non censorio continua a richiamare il nostro vissuto, le favole nere con le quali sono e siamo cresciuti: dagli “schizzi” di Amore Tossico che ha causato le disgrazie degli affetti della mia genitrice settantasettina, passando ai compagni delle medie che abbandonano studi e (borghesi) speranze “pe fà le case” come ne L’odore della notte, fino ad arrivare alle “paste” dell’ultima opera del regista, il cui spaccio, per mano di un noto rapper romano, ha costellato la vita ricreativa del mio (e non solo) liceo.
Le controindicazioni prodotte dagli anni di Reagan e Gorbačëv, lasciate sotto la superficie al fulmicotone, non sono arrivate a noi integre nella loro drammaticità. L’AIDS, la droga, la lotta armata, sono cose che conosciamo ma sottovalutiamo. La clamorosa auto-eliminazione del nemico, il “blocco rosso”, ha permesso di re-ammansire le masse, proprio nel momento in cui ciò che ribolliva nella suburra (tanto per aumentare il recente abuso della parola) stava per esplodere. La nostra educazione si basa su una serie di diktat: democrazia, benessere, sesso protetto, salute e tante altre dimensioni che hanno creato una diversa coscienza rispetto a chi, nei racconti di Caligari e quindi nella realtà, all’epoca sperimentava.
Caligari in questo rappresenta una testimonianza storica, ci riporta il disagio esistenziale senza corromperlo con interventi e fini moralizzanti. È stato tra i pochi a non far pesare la sua età, a non farsi trascinare da facili atteggiamenti nostalgici (stile «sono stato punk prima di te»), a non ergersi a professore e a non compiacersi (ogni riferimento al nostro recente Oscar è puramente casuale), a raccontare i fatti nella maniera più naturalista possibile, da degno erede di Zola (Émile, non Gianfranco). Il linguaggio, infatti, è uno dei più lampanti parallelismi con l’autore di Germinal (spingendo all’estremo anche con Céline), nulla viene forzato e nulla viene edulcorato. L’imprecazione contro Cristo, l’epiteto “frocio” urlato con una naturalezza tale da renderlo completamente sterile, lo slang giovanile dei tossici e dei malviventi, rosicchia i già labili confini tra fiction e realtà, un’operazione che è difficile non percepirla come emozionante, ritornando al discorso catartico. Inoltre, sempre come il “pornografo” francese, il suo romanzo proletario non è arrivato né ai suoi protagonisti, che comunque non ne erano i bersagli, né al salotto culturale, lasciandolo in quel purgatorio tra genere, cult e serie B senza mai essere elevato al rango che realmente gli appartiene.
Nei suoi tre film e nelle sue parole vi è una latente consapevolezza di tutto ciò. Il fil rouge che li lega è un incredibile saggio su come autori occidentali tanto diversi possano essere ricondotti sotto una stessa ottica (un’operazione, tra l’altro, estremamente neo-marxista). Dalle sue pellicole mi sembra di scorgere in continuazione fuoriuscire due anime: la fondamentale influenza culturale del comunismo in Italia, pilastro ideologico a cui si è aggrappata la rivalsa sociale dei più deboli; l’America ribelle, tra cui quella da lui stesso omaggiata rappresentata da Scorsese. Ciò che è “la strada” raccontata dal Wu-Tang Clan è diversa da “la strada” che ci è stata raccontata dal Porta, dal Belli, dai neoralisti e così via. Sono convinto che la differenza non si riduca solo ad una questione spazio temporale, ma ad un approccio culturale radicalmente diverso. Quel “Pasolini e Jay-Z”, che risuonava nelle bocche di tutti due anni fa, può essere parafrasato come la combinazione perfetta del cinema di Caligari: impegnato ma senza la sua etichetta e, mi permetto di aggiungere, più pasoliniano di Pasolini. La sua sintesi lo rende il più americano tra gli autori italiani, nel senso vittoriniano (quindi buono) del termine. Coloro che si sono fatti trascinare da quelle facili tentazioni di cui sopra, a cui Caligari ha resistito, sono stati gli anziani tromboni che conosciamo, disgustati da questa epica grezza e violenta, avendo scordato, o meglio mai assunto, alcuni precetti estetici di Pasolini stesso. Ma ormai il Maestro è morto da decenni, il riconoscimento universale è avvenuto e lo scandalo passato, d’altronde si sa che la morte per ogni buon cattolico è sacra, anche per un omosessuale comunista. Ora che non è più un attentato alla quiete, il padre putativo di Cesare, Vittorio, Enzo, Ciopper e Remo avrà la sua piccola gloria, un’amara consolazione per lo zemanismo.
Martedì è uscita al cinema la sua ultima fatica: Non essere cattivo. Un film che ha fatto più clamore per i proclami di Mastandrea che per la sua uscita, ahimè. Grazie all’encomiabile caparbietà dell’attore e nonostante la deprecabile condanna che pennaioli e parolai più chic hanno lanciato sull’azione dell’attore, Caligari ha trovato il modo di produrre il terzo film in 32 anni. Un’immancabile perla di un cinema che forse, come già scritto da nomi più altisonanti, è ormai morto. Al pensiero che le storie sulla malavita in Italia le avrebbe potute raccontare Caligari e non Placido mi viene da piangere. È come se tutta la filmografia di De Palma fosse stata sceneggiata e girata da David Hasselhoff. Caligari era un osservatore, un accanito lettore, sociologo a tutti gli effetti e avido spettatore, in grado di sublimare tutto ciò in quella rappresentazione della realtà che definiva “sottomondo”. Questo è il motivo per cui trovo Tarantino monco. Il suo circo mi ha sempre tenuto attaccato alla poltrona, uno spasso senza una virgola fuoriposto, ma come direbbe Silvio Orlando: «Non è bravo, è un primo della classe… è la dimostrazione vivente che la scuola italiana funziona solo con chi non ne ha bisogno». E di certo, fortunatamente, Caligari non era un primo della classe.