Intervista agli autori di Merqana
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Intervista agli autori di Merqana

Matteo Keffer, Davide Morandini e David Chierchini ci parlano del proprio lavoro.

Dalla prossima settimana, in esclusiva per Dude, gli autori di Merqana terranno un diario di bordo durante le riprese londinesi, primo passo del nuovo documentario Leaves of the Horn.

Corno d’Africa. Il qat è una pianta ed una droga consumata da milioni di persone. Regola la vita sociale e religiosa di interi popoli. Tre ragazzi con una passione sconfinata per il cinema prendono una telecamera e partono. Filmano la notte, il mercato, gli scambi, i volti: finiscono in prigione. Realizzano un documentario prezioso, imperfetto, audace. Ora stanno mettendo in piedi il loro prossimo film. Per farlo sono pronti ad ospitarvi a casa loro per tre giorni, nel centro di Roma. Colazione e pranzo inclusi.

Da dove arrivate con queste facce un po’ così?

Ma te sei visto?! Comunque veniamo da sei mesi senza sosta, fra spedizioni da Cuore di tenebra, infinite sessioni di montaggio e produzione, e serate da camerieri in ristoranti al centro.

Romani de Roma?

Uno di stazione Termini, uno di San Giovanni e uno di Balduina. Tre ragazzi molto romani con un forte sehnsucht (come direbbe un crucco) verso l’estero, dall’Inghilterra alla Francia, Medioriente, Corno d’Africa. Comunque mi sembra un ottimo modo per fare amicizia, che volevi sapere?
Perché avete scelto il documentario? Più che altro ci siamo capitati. È la sintesi imperfetta delle nostre tensioni estetiche, la passione per il racconto e la volontà di vivere di ciò che ci piace. Quello che viene fuori è un compromesso tra quello che hai immaginato, che vuoi e quello che ottieni veramente. Il documentario è il discorso di qualcuno che osserva la realtà e la ripropone secondo il suo punto di vista.

Lo considerate uno dei tanti generi cinematografici?

Sì, a tutti gli effetti. Il suo successo spesso è dato non dal suo grado di realtà ma dalla sua credibilità, da quanto il patto tra spettatore e autore ha funzionato. Allo stesso modo è la forma d’arte che meglio dialoga con il giornalismo e forse l’espressione più potente e efficace che questo può incontrare. Vorremmo continuare su questa strada.

Merqana è un film che vi siete autoprodotti. Siete arrivati al confine tra Etiopia e Somalia e avete iniziato questa avventura, come non succedeva dai tempi di Herzog. Ce la raccontate?

L’ultimo film del maestro Bavarese è uscito nel 2011 (Into the Abyss, ma ne ha già prodotti altri due ndr), quindi ci consideriamo contemporanei. L’idea di Merqana è germinata dopo un viaggio compiuto da David ad Harar, in Etiopia, dove il qat è onnipresente. La scarsa copertura mediatica del fenomeno offriva l’opportunità di esplorare un terreno vergine particolarmente suggestivo.

Prima però avete fatto la rivoluzione.

L’idea di Merqana è rimasta chiusa in un cassetto per qualche anno fino all’esperienza di Bulaq, il primo documentario che abbiamo girato insieme, l’estate scorsa, in Egitto durante la Rivoluzione. La decisione di fare un film sul qat è stata presa dopo questa esperienza, dopo che si è creata una squadra affiatata: ognuno di noi con qualità diverse, ma intenti ed interessi molto simili.

Quanto sono durate le riprese di Merqana?

Quasi un mese. E non poteva essere altrimenti, dato che partivamo praticamente da zero, senza conoscere bene i ritmi del raccolto, del mercato e del consumo della pianta.

Come se arrivaste in un luogo sconosciuto e vi dicessero «Ok iniziate a filmare». Da dove siete partiti?

Saper aspettare è fondamentale. Volevamo capire bene la situazione prima di puntare la telecamera ed avere il tempo di scrivere un canovaccio che è diventato poi una specie di spina dorsale del documentario. Poi l’improvvisazione e sei occhi attenti hanno giocato dei ruoli importantissimi: alcune scene importanti del documentario sono uscite fuori senza che nemmeno ce ne rendessimo conto sul posto, tante volte grazie alla capacità di Matteo di individuare i personaggi e mimetizzarsi in un angolo per osservare e catturare gli eventi.

Eravate una troupe leggera?

Le riprese con la troupe al completo sono durate quasi due settimane, per il semplice fatto che Gianmarco (De Candia, il nostro fonico) ci ha raggiunto qualche settimana dopo il nostro arrivo per una strategia produttiva legata a risorse economiche piuttosto limitate. Volevamo essere sicuri di andare a girare con un impianto narrativo solido, e di riuscire a guadagnarci la fiducia dei personaggi che volevamo nel film.

Tra l’altro avete girato per lo più di notte: non deve esser stato facile, soprattutto in quell’ambiente.

Ad Awoday, il più grande mercato di qat del mondo frequentato da decine di migliaia di persone, il traffico avviene per lo più di notte, in un clima che frenetico è dir poco. Non è stato facile capire fino a che punto potevamo spingerci in quell’ambiente, dove money running millions (come ci ha detto uno dei nostri intervistati), e non c’è uomo o donna, somalo o etiope che non sia sotto l’effetto della pianta.

Immagino che non siate partiti con cinepresa, pellicola e treppiede.

Il film è stato girato quasi interamente a mano con una Canon 5d mark II ed un parco ottiche composto da un 14mm per le vedute ampie, un 24-105mm , 35mm, 50mm e un 70-200mm per rubare da lontano. La GoPro alla quale volevamo affidare un sacco di lavoro, ci è stata “presa in prestito” a tre giorni dall’arrivo.  

La più grossa difficoltà dal punto di vista tecnico?

Sicuramente girare di notte. Non hai possibilità di utilizzare luci artificiali per illuminare la scena. Merqana con una telecamera normale non sarebbe mai stato possibile.

Avete avuto problemi con la polizia locale?

Sapevamo che non avremmo mai ottenuto i permessi per girare un documentario sul qat. Così abbiamo scritto una bella cover-story per l’ambasciata di Roma: “The Illustrious Men of Harar”, un documentario storico su alcuni personaggi più o meno famosi come Arthur Rimbaud, Halie Salassie, Richard Burton ecc, che vissero nella città in cui ci saremmo concentrati per le riprese.

E poi è filato tutto liscio.

No per niente. Una sera per esempio eravamo a Jigjiga, per un’intervista ad una signora molto curiosa. Una sera abbiamo violato il coprifuoco notturno di cui non eravamo a conoscenza, finendo un’altra volta in caserma.

Vi hanno tenuto in prigione o vi hanno liberato immediatamente?

Considera che poche settimane prima avevano arrestato proprio a Jigjiga due giornalisti svedesi che avevano varcato il confine dalla Somalia al seguito di un gruppo di ribelli dell’Ogaden. Temevamo che avrebbero trovato il nostro girato nelle piantagioni di qat o che pensassero che fossimo anche noi con i ribelli. Fortunatamente i documenti li hanno convinti e il commissario ci ha congedati fra le ironie dei poliziotti e qualche pizzicotto di troppo sulle guance.

Torniamo al film: finita la produzione, poi c’è il confronto con il mercato e la distribuzione. Come vi state organizzando?

Da una decina d’anni a questa parte in Italia, nonostante l’assoluta mancanza di circuito non lo faccia percepire, la concorrenza nel mondo del documentario è aumentata esponenzialmente. Riuscire a far vedere la propria opera a tante persone, ed ottenere il giusto riconoscimento economico, spesso è più complicato che realizzarla.

Il vostro documentario non è di facile fruizione. Vedendolo ho trovato delle cose molto belle, ma non è facile arrivare ad un vasto pubblico.

Siamo consapevoli che Merqana non abbia una vocazione commerciale, non c’è voice over spiegone, non ci sono interviste e non si seguono la storia e le evoluzioni di un personaggio con il quale è possibile identificarsi e quindi partecipare. Abbiamo scelto un approccio più difficile e rischioso nel tentativo di riportare sia i tempi in cui avviene quello che viene raccontato, sia assecondando l’intenzione di ricreare per immagini e impianto narrativo l’effetto provocato dalla masticazione del qat.

Intanto state mettendo in piedi quello che potrebbe essere il continuo di Merqana.

Sì, Merqana è parte di un progetto più ampio e di diverso respiro che sarà Leaves of the Horn – L’oro verde del Corno d’Africa un documentario investigativo che svelerà i retroscena del commercio globale di Qat, dal Corno d’Africa a destinazioni diverse come Stati Uniti e Cina, dove la pianta si è recentemente diffusa.

Lo state promuovendo attraverso il crowdfunding. Ci parlate di questo tipo di produzione?

Il crowdfunding è una strategia di fundraising collettiva che agisce tramite il web. Basta presentare un proprio progetto su una delle piattaforme che te ne danno la possibilità e sperare che il progetto piaccia ai navigatori, e che decidano di investirci, non solo sostenendo il progetto ma ricevendo anche immediatamente qualcosa in cambio.

Tra le varie opzioni che offrite c’è anche un pernottamento a casa vostra per tre giorni, più cena e visita guidata della città.

È proprio la filosofia del crowdfunding. Nel nostro caso si può investire da 10 dollari fino a 5000. In base a quanto investi potrai avere una t-shirt, il dvd del film, fino ad un incantevole weekend a casa nostra. Siamo anche ottimi cuochi.

Anche due pesi massimi come Bret Easton Ellis e Pual Schrader hanno fatto ricorso al crowdfunding.

Come spesso accade, in Italia siamo un po’ indietro. Oltre che raccogliere i fondi necessari all’avvio del progetto, speriamo infatti in una diffusione più ampia di questo tipo di produzione come sistema meritocratico e partecipativo di finanziamento per progetti di ogni tipo.

So che siete in partenza per Londra: cosa andate a fare?

Questa di Londra è la nostra prima spedizione europea nell’ambito di Leaves of the Horn e non ti nascondiamo di essere molto eccitati. L’Inghilterra è l’ultimo paese europeo ad importare legalmente il qat nel volume di quasi 60 tonnellate a settimana, e negli ultimi anni la pianta è stata al centro di un feroce dibattito politico. Così siamo venuti a cercare di capirci qualcosa di più, intervisteremo diversi politici, accademici, medici e attivisti politici di ogni schieramento per cercare di raccogliere il più ampio spettro di esperienze e punti di vista sul qat. Inoltre tenteremo di inoltrarci nei tristemente famosi, piccoli café yemeniti e somali, dove ci si riunisce a masticare il qat in compagnia, dove la presenza dei media è tradizionalmente malvista.

Prima di chiudere potreste consigliarci qualche documentario da tramandare ai posteri?

Tim Hetherington (recentemente scomparso in Libia) e il suo Restrepo, il massimo della guerra documentata in tempo reale. Michael Glawogger, che con Workingman’s Death consegna cinque superbi ritratti dei peggiori lavori manuali di fatica, tecnicamente spettacolare, tra minatori ucraini e mattatoi a cielo aperto nigeriani (solo per citare un paio di episodi), qui il documentario non ha bisogno di altro se non delle immagini e della voce di alcuni protagonisti. The Wild Blue Yonder di Werner Herzog. Di Herzog è fondamentale conoscere tutta la filmografia, ma con questo esperimento esprime perfettamente le potenzialità del genere mockumentary, il finto documentario. Lo fa utilizzando immagini di repertorio collezionate soprattutto in Antartide con le quali finge una storia fantascientifica nella quale degli alieni ormai abitanti terrestri scelgono di muoversi verso un altro pianeta essendo la Terra vicina al collasso.

Ma secondo voi perché il pubblico ha paura del documentario?

I nasi storti si incontrano solo in Italia. Il problema del nostro pubblico è legato a un immaginario collettivo ancora oggi duro da superare, quello del documentario naturalistico, racconto esotico, lento e di scarsa qualità come sinonimo di documentario tout court. Un’intera generazione (quella dei nostri genitori) è stata infatti condizionata da una norma che è restata in vigore dal dopoguerra fino alla fine degli anni ’80 e che disponeva che a ogni film uscito in sala dovesse essere abbinato un documentario al cui avente i diritti spettava il 3 per cento dell’incasso realizzato dal film. Le case di produzione in accordo con i distributori impiegarono poco tempo per speculare proiettando immagini assemblate dallo scarsissimo profilo artistico, tecnico e narrativo. Insomma per anni nel nostro paese il documentario (o quello che veniva spacciato per tale) è stato malamente imposto al pubblico che ha cominciato a rifiutarlo.

Per fortuna anche in Italia qualcosa si sta muovendo.

Oggi autori come Michelangelo Frammartino e Pietro Marcello stanno riguadagnando timidamente la fiducia del pubblico. È un peccato, perché l’Italia ha tanti difetti quanto storie incredibili che andrebbero raccontate alternativamente alla televisione. Va bene così? Ora possiamo andare?

www.leavesofthehorn.com

www.indiegogo.com/leavesofthehorn

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Marco Fagnocchi
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