La notte del 4 marzo sprofondavo nella poltrona inglese e nella depressione, facendo zapping tra le proiezioni elettorali di Mentana e la diretta per i premi Oscar dal Dolby Theatre. Citando Cate Blanchett in Blue Jasmine: «c’è un limite ai traumi che una persona può sopportare prima di mettersi a urlare in mezzo alla strada», e quindi, ormai alle 6 del mattino, quando The Shape of Water si porta a casa la statuetta come miglior film, io spengo tutto e comincio a vedere video di gattini fuffosi su YouTube con intento suicidario.
Dopo la prima del film alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ero stato l’unico ad abbandonare la sala la sera delle premiazioni nell’istante stesso in cui veniva annunciato il vincitore del Leone d’oro; mi sentivo messo all’opposizione: il pop americano e l’autolesionismo lagunare avevano vinto.
Vagando disperato su internet, mi ritorna alla mente una cosa bellissima di questa 74ª edizione del Festival: la sigla di apertura che precede ogni film proiettato (quello qui sopra n.d.r). Si tratta di un trailer animato di circa mezzo minuto che omaggia la storia del cinema e ripropone celebri frammenti, usando la tecnica della Scanimation, che ricorda il cinema degli albori. Nel video una maschera a bande nere e trasparenti scorre sopra delle immagini statiche, creando l’illusione del movimento.

Uolli, il regista della sigla d’apertura
Nessuno si è premurato ovviamente di indicare nella descrizione chi siano gli autori: Giovanna Durì per le illustrazioni, Dario Moraldo (Dariella del gruppo Amari) per la musica, Designwork per la direzione artistica e Uolli, nome d’arte di Tomas Marcuzzi, per la regia.
Sono le 06.30 e passare da giornalista a stalker è un attimo: scrivo a Uolli chiedendogli un’intervista. Immediatamente risponde con un tono informale: «Ahah bene, così parlerò solo di Eva Henger». A quel punto sono già un po’ innamorato.
La prima cosa che noto cercando Uolli su Google sono un video artico — Vamos a la islanda — con due scoppiati che si abbronzano sulle note di Sunshine Reggae, alla temperatura apparente di -10 gradi, e Alt-Gegia, ormai leggendario tumblr che unisce cover di album e gente orrenda della tv.

“Nino du Brasil” immagine dal blog Alt-Gegia
Dalla biografia ufficiale, Tomas Marcuzzi nasce come grafico pubblicitario, ma si appassiona subito all’illustrazione e all’animazione; il nome Uolli è un tributo a Tarantino e all’alopecia [Marsellus Wallace di Pulp Fiction n.d.a.]. Da un po’ di anni con questo pseudonimo si dedica principalmente alla realizzazione di videoclip musicali, sviluppando uno stile molto personale, dove le grafiche tattili e la manualità artigianale dominano sulla parte digitale dell’opera. Tra le collaborazioni: Yombe, Amari, Brunori Sas, Meg, Virginiana Miller, Lo Stato Sociale, Populous e molti altri.
Dieci giorni dopo la nostra prima conversazione, incontro Uolli a Udine, città dalla segnaletica bilingue, in cui vive e insegna animazione grafica e video editing ai suoi cuccioli di Satana. Immaginare un videomaker a Milano o a Roma è un cliché che non trova conferma in questo caso; c’è anzi la volontà ferma di vivere in un territorio di confine e preferire la contaminazione con la cultura austriaca e slovena a quel bagno di mode, spesso inquinanti per un creativo, in cui si è immersi senza respiro nelle metropoli.

La città di Udine secondo Uolli, frame tratto dal trailer per il FVG Pride 2017
«Il foglio bianco e il fare con poche risorse sono stati per me il punto di partenza fin da piccolo, quando mi costruivo i giochi da solo per la mascherata di Tissano, e sono diventati poi la vastità e l’infinito che ho scoperto in Islanda, la mia seconda casa». La dimensione contemplativa degli spazi nordici ha un collegamento con i lunghi viaggi in auto che Uolli conduce in solitaria attraverso Carnia e Carinzia, per ascoltare musica e immaginare nuove creazioni; ma c’è una discrepanza evidente tra la natura utopica dello Sturm und Drang islandese e quella del Friuli carnico; ed è in questa discrepanza che si infilano le derive folk del nordest italiano. È chiaro che, se hai creato un blog in cui Gegia appare sulla cover di un disco dei Death Grips, le derive artistiche sono la tua linfa vitale.
Vagare nelle terre di frontiera significa dare spazio alla mente, ma anche incontrare realtà sorprendenti, a volte completamente folli. In pochi minuti di racconto ne esce un Atlas Obscura, di cui annoto velocemente le tappe, praticamente una guida con alcuni esempi di mostri omerici in cui è possibile imbattersi nel viaggio:
- Il bar Kyrie Eleison nella Bassa Friulana, che vanta tra gli arredi un confessionale, un trono papale e l’incisione-statement Pace e bere [N.d.A mi fido della recensione del sito Mondo del Gusto: « […] senza volgarità ed eccessi, l’ambiente non appare sopra le righe, ma anzi denota un certo rispetto»].

Festa degli uomini di Monteprato, dettaglio decorazioni
- La Festa degli uomini a.k.a. La festa “del cazzo” di Monteprato (1-2 agosto), durante la quale un pene gigante viene portato in processione come nelle Falloforie classiche o nella festa scintoista del Kanamara Matsuri (perchè andare in Giappone quando c’è il Friuli?). Per questa ricorrenza viene posto un tempietto votivo in piazza Monica Lewinsky e una giuria popolare ha il compito di votare per il contest Pacco più grosso, riservato, fino a 3 anni fa, a partecipanti non necessariamente forniti di mutande.
- La Casa del Miele, a Cividale del Friuli, di Gigi Nardini, apicoltore e sosia ufficiale di Pavarotti; all’ingresso della casa c’è una gigantografia di Belen Rodriguez a difesa delle api per il progetto europeo We save the bees.
L’impressione è che Uolli viva in un’oscillazione tra lo spazio aperto e il kitsch, tra videoclip di un pop sognante e progetti fotografici su Gente che sta malissimo nei casinò sloveni.

Macachi giapponesi nella neve
Non c’è cinismo mentre mi mostra la sua personale antologia del cattivo gusto, non è un percorso esplorativo distaccato, ma c’è piuttosto un affetto sincero per un certo tipo di fauna umana: dal sosia di Elvis Presley che fa la guida naturalistica su una montagna popolata da macachi giapponesi (a Villach, in Carinzia!), alla property manager della casa museo dedicata ad Arnold Schwarzenegger, che regala all’attore i preservativi di Terminator o gli scrive lettere d’amore notturne con Google Translate, o la coppia di gestori pazzi di una locanda di confine, un rifugio dove fumare il narghilè, deliziarsi con salumi satanici, limonare con una vecchia austriaca ubriaca o farsi dei selfie con un pony albino.

Arnold Schwarzenegger, vintage postcard
Questo legame con le bizzarrie folk locali è anche la radice del suo nuovo progetto, scritto e diretto in collaborazione con Giulio Castoro: Wild Wild East. Documentario di prossima uscita, interamente dedicato al fenomeno della cultura western americana, dilagata in Friuli-Venezia Giulia grazie alla presenza delle basi NATO.
Tra i vari wannabe cowpokes, convinti che la provincia di Pordenone sia il nuovo Wyoming, spicca la testimonianza esclusiva di Natalia Estrada, ex showgirl, folgorata sulla via di Damasco dal ranch di Claudio Lippi e ora abilissima cavallerizza esperta di roping. «In America non esistevano né bestiame né cavalli, tutto questo lo abbiamo donato noi a loro», dice la Estrada, rivendicando una filogenesi europeista del country americano.

Artwork a tema country
Quando lascio Uolli sono iperstimolato, pieno di ammirazione e sicuramente meno incline alla depressione postelettorale. Ripenso a Gillo Dorfles, a cosa direbbe lui del casinò La Perla di Nova Gorica.
Concordo con lui con lui quando dice: «Il kitsch è necessario conoscerlo», ma è sul «frequentarlo» che ho ancora dei problemi, ad oggi vorrei solo poter andare a una festa di compleanno in una discoteca di provincia senza dover prendere, prima di uscire, tutto il valium che ho in casa.