Cinema, Tv e teatro: Kore’Eda e le ossessioni del suo cinema
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Kore’Eda e le ossessioni del suo cinema

Per il regista giapponese Kore’Eda la famiglia non è solo il luogo in cui si può osservare più facilmente quel tanto di fragile e ambiguo che si nasconde nel cuore del singolo individuo, ma anche il riflesso in cui si condensano aspetti decisivi di un paese in un dato momento storico.   Un affare di […]

11 Ott
2018
Cinema, Tv e teatro

Per il regista giapponese Kore’Eda la famiglia non è solo il luogo in cui si può osservare più facilmente quel tanto di fragile e ambiguo che si nasconde nel cuore del singolo individuo, ma anche il riflesso in cui si condensano aspetti decisivi di un paese in un dato momento storico.

 

Un affare di famiglia è il poco originale titolo con cui è stato distribuito in Italia l’ultimo film di Hirokazu Kore’Eda, vincitore della Palma d’oro a Cannes 2018. Poco originale, ma quanto meno pertinente, visto che ci troviamo di fronte all’argomento che, a dispetto di una filmografia disponibile a toccare generi diversi, occupa più di ogni altro la mente del regista, a livello quasi ossessivo: la famiglia appunto.

 

 

Su questo tema, Kore’Eda si è già espresso con altri film che in Europa hanno conosciuto un certo successo (in particolare Father and son, vincitore del Premio della giuria al festival francese nel 2013, ma vale la pena citare anche Nessuno lo sa, Little sister e Ritratto di famiglia con tempesta) e che sottolineano come si tratti di una materia troppo vasta e complessa per essere esaurita in un solo tentativo: ogni film è solo un passo in avanti per accostarsi agli aspetti più segreti di quel teatro di amorosi conflitti e di profonda vulnerabilità che è il nucleo familiare.

Seguendo la lezione di un classico del cinema giapponese come Yasujirō Ozu, Kore’Eda vede nella famiglia non solo il luogo in cui si può osservare più facilmente quel tanto di fragile e ambiguo che si nasconde nel cuore del singolo individuo, ma anche il riflesso in cui si condensano aspetti decisivi di un paese in un dato momento storico. Da un gruppo di pochi individui all’intera nazione in cui si trovano a vivere. In quei circoli intimi, teoricamente contrassegnati dall’affetto e dalla spinta a costruire qualcosa, si rivelano lati insospettabili, tanto delle persone che ne partecipano quanto del contesto sociale, che proprio su quei circoli si fonda e ai quali dà un’impronta decisiva, scaricando su di essi scorie culturali e imponendo modelli di vita e obblighi di diversa natura (anche burocratici). Per rivelare queste dimensioni nascoste e quasi invisibili, Kore’Eda sceglie punti di vista poco comuni, quasi al limite (della normalità e anche della legalità — e non è un aspetto secondario), costringendo i suoi personaggi a situazioni talvolta insostenibili (pur con uno stile straordinariamente delicato, quasi volesse accarezzare i protagonisti).

In Un affare di famiglia ci troviamo proprio in un caso estremo. La famiglia Shibata, sebbene viva di espedienti e piccole truffe per tirare avanti (la prima scena, emblematica, mostra padre e figlio impegnati in fase di taccheggio), è particolarmente affiatata: dominano un affetto e una solidarietà impressionanti, genitori e figli hanno un rapporto invidiabile e la felicità è onnipresente. Peccato che questa famiglia, nel senso amministrativo e legale della parola, non esista. O meglio: esiste solo nei termini di un gruppo di esseri umani che vive sotto lo stesso tetto seguendo i ritmi di una “normale” famiglia povera (le virgolette sono d’obbligo, come quasi sempre, del resto, quando si utilizza quella parola), ma non c’è un legame di parentela, biologico (e quindi drammaticamente statale, burocratico), tra i vari componenti. Non sembra essere un problema per loro. Quando, all’inizio del film, Osamu (il padre) e Shota (il figlio) incontrano la piccola Yuri, appena scappata di casa, non esitano a portarla con loro e a offrirle riparo. Indifferenti al fatto che i veri genitori la stanno cercando, vedendo che lei si trova particolarmente bene sotto il nuovo tetto, dove finalmente riceve affetto e attenzioni, decidono di tenerla con sé. Un gesto a priva vista orrendo: un rapimento bello e buono, a cui, tuttavia, nessuno spettatore reagirà mai con disgusto, come normalmente accadrebbe. L’antipatia, semmai, va nei confronti del cinismo con cui quotidianamente si comportano i genitori di Yuri; Osamu agisce sempre all’insegna del bene, per aiutare qualcuno, con l’innocente ingenuità di chi non si rende conto che sta facendo qualcosa che non si può fare. Ed è questa la logica che ha portato, negli anni, alla formazione di un gruppo impossibile: anche gli altri figli provengono da parti diverse, non direttamente dal corpo dei genitori. Il sentimento tra genitori e figli, che genitori e figli non sono, c’è, ma come è ovvio non basta: la società non può riconoscere una cosa del genere, ovvero una famiglia non fondata su un legame biologico o quanto meno riconosciuto dalle istituzioni.

Il nesso tra sangue e società è un altro aspetto che stimola la fantasia di Kore’Eda. In Father and son, storia di due famiglie che scoprono di avere allevato per sei anni ognuna il figlio dell’altra a causa di uno scambio in ospedale, Ryota, uno dei due genitori (probabilmente il vero protagonista), fantastica, per un breve periodo, sulla possibilità di mantenere sia il bambino che ha cresciuto negli anni, dal quale si sente distante per la sua palese mancanza di competitività e per lo scarso desiderio di primeggiare, sia il figlio biologico, che spera possa somigliargli in qualche maniera; del resto ha il suo stesso sangue, e nonostante un amico avvocato gli faccia presente che quello del sangue sia un concetto piuttosto antiquato, Ryota risponde che «antiquato o moderno che sia è questo che significa essere padre». Un modo per giustificarsi e deresponsabilizzarsi, si potrebbe aggiungere.

 

 

Aggrapparsi al richiamo del sangue è solo un vile tentativo, smentito dai fatti, di spiegare le divergenze caratteriali (il padre, uomo in carriera smanioso di essere il migliore e poco presente in casa; il bambino che vive con lui, apparentemente svogliato e poco interessato alla competizione) e il presunto fallimento genitoriale. A cosa serve essere presenti se basta seguire la spinta dei geni? Una doppia arroganza: di chi, raccontandosi balle genetiche, non vuole perdere tempo coi figli e allo stesso momento pretende che questi li imitino. E la società stessa si fonda sull’illusione che sia il legame sanguigno (o quello sostitutivo delle carte bollate delle adozioni) l’unico possibile per andare avanti e mantenere l’ordine. Poca importa se c’è dell’altro: chi vuole può continuare ad agire con egoismo, a uniformarsi al cliché della persona in carriera, a scaricare sulla macchina genetica ogni dovere, tanto è inutile recriminare se sia giusto o sbagliato che una famiglia funzioni e i suoi componenti si vogliano bene: la legge dice che c’è un legame di ferro fatto di DNA e carte firmate, quindi bene così (con buona pace degli Shibata di turno). Gli unici a non corrispondere ancora a questa situazione sono i bambini, forse perché ancora non del tutto assuefatti al contesto.

Del resto, per Kore’Eda i più piccoli sono certamente migliori degli adulti: sono gli unici ad avere qualcosa da insegnare e dimostrano una superiore capacità di adattamento e di lettura della realtà, per quanto dolorosa. I ragazzini dell’amaro Nessuno lo sa sono abbandonati in un appartamento da una madre instabile ed egoista, e tocca a uno di loro arrangiarsi per mandare avanti il gruppo.

 

 

Altra situazione limite; altra occasione che, pur rischiando di entrare nel fastidioso terreno della retorica, riesce a smarcarsi da facili sentimentalismi; altro momento di “accusa” verso l’egoismo degli adulti nei confronti dei più giovani (ovvero del futuro), costretti a vivere al limite delle possibilità nell’indifferenza del mondo e delle persone che dovrebbero proteggerli. Imparare a sopravvivere, al di fuori dei confini delle stereotipo familiare borghese, porta alla scoperta di una durezza senza pari, a una perdita di quella innocenza e di quella delicatezza, proprie dell’infanzia (o quanto meno di una certa idea dell’infanzia), di cui questo regista ama tanto riempire le immagini, a cui però si contrappone il sentimento della solidarietà, specie tra pari, che travalica gli assurdi limiti del sangue.

Il nucleo, come detto, è un inganno. Dove sta scritto che al suo interno possono convivere solo persone che condividono la madre e il padre? Il gruppetto di Nessuno lo sa, capitanato da Akira (Yūya Yagira, primo attore giapponese e più giovane in assoluto a ottenere il Premio dell’interpretazione maschile a Cannes, nell’ormai lontano 2004), viene da padri diversi. Simile, seppur con uno spirito diverso e meno tragico, è quanto si vede in Little sister (tratto dal manga Our Little Sister – Diario di Kamakura di Akimi Yoshida), dove tre sorelle vivono da sole, con la primogenita che svolge le funzioni di capofamiglia (ma stavolta si tratta di una persona adulta che lavora, non di un dodicenne).

 

 

Alla notizia della morte del padre partecipano tutte e tre al funerale e conoscono la sorellastra più piccola, nata dall’ultimo matrimonio del defunto, la quale, dopo un po’ di tempo, va a convivere con loro. Nuova realtà, nuova dimensione, nuova vita. La possibilità di una struttura familiare diversa implica un movimento esplorativo, di conoscenza delle cose da un punto di vista decentrato, lontano dalle prospettive comuni (come in quella escursione nel terreno del fantastico che è Air Doll, dove una bambola gonfiabile prende vita e inizia un’improbabile nuova esistenza in città, lavorando, non a caso, in un videonoleggio — e il cinema è veicolo di contatto con le immagini, e quindi, a suo modo, con la vita).

Certo, questo sentimento di scoperta che guida la mano del regista in quasi ogni suo film assume connotati anche cupi: non si tratta di invadere la realtà per conquistarla e divorarla, come un pioniere che prende possesso di una terra vergine; piuttosto l’approccio al mondo può essere drammaticamente contradditorio, tremendo, tra dolcezze e amarezze profonde, ma sempre con quell’incrollabile atteggiamento di delicatezza e rispetto verso le persone e il paesaggio che rende l’immagine di Kore’Eda irresistibile, commovente, quasi ipnotica.

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude