La fretta di Thanos
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La fretta di Thanos

Che ci fosse una certa urgenza era preventivabile.

Che ci fosse una certa urgenza era preventivabile. Il ricchissimo cast presente nell’ultimo lavoro della Marvel, Avengers: Infinity War, obbligava gli sceneggiatori a ritagliare una parte significativa per tutti ma, nonostante le tre ore di film, corposa per nessuno. Un altro fattore che i cervelloni degli Studios con sede a Burbank, California, dovevano trattare quanto prima era il discorso decessi, subito affrontato brutalmente con Loki e mai più ripreso (se non per la morte di Gamora, maledetti), nonostante svariate palle gol, fino alla fine dei giochi, quando Thanos cala il Poker d’assi e più di uno è costretto a salutarci.

 

 

È proprio Thanos, il titano distruttore, quello che dovrebbe essere l’ostacolo invalicabile anche per gli Avengers al gran completo (in realtà privi di Ant-Man e Hawkeye, ma cambia poco), a dettare i tempi di un film che sta magnificamente in piedi, non risulta quasi mai piatto, e riesce a pescare dai precedenti film Marvel solo gli aspetti migliori, ma in cui si avverte l’urgenza di trovare una fine.

Thanos è alla spasmodica ricerca delle Gemme dell’Infinito e promuove una visione di equilibrio che ricorda molto un recente film, Downsizing, in cui Matt Damon e tanti altri accettano di farsi rimpicciolire per assicurare, a loro e al resto del mondo a grandezza naturale, una vita migliore. Quest’ultimo tenta di affrontare un problema tangibile come la sovrappopolazione nel mondo, senza però riuscirci, Infinity War invece deve affrontare l’estinzione di metà dell’intero universo proprio perché Thanos vede in questo genocidio un’occasione per la restante metà di vivere al di sopra delle proprie possibilità. C’è quasi della filosofia in questo, la psiche di Thanos sarebbe anche una delle più interessanti da indagare tra i villain della Marvel, ma purtroppo manca il tempo: Thanos passa dall’essere il gran visir con il gatto persiano, lontano dall’azione e attento a tirare i fili giusti della trama, al diventare un vero e proprio villain in azione, quasi infastidito da questa necessità di dover fare tutto da solo, dal momento che prima Loki in The Avengers, poi Ronan l’accusatore nei Guardiani della Galassia, avevano fallito miseramente nel tentativo di recuperare le potentissime gemme.

Bene, però la domanda è: questa urgenza c’era davvero?

La Fase Tre del MCU (Marvel Cinematic Universe n.d.r) è iniziata con Captain America: Civil War e per vedere la sua fine dovremmo aspettare ancora tre film. In ordine di uscita: quest’anno uscirà Ant-Man and the Wasp, che dovrebbe ambientarsi dopo gli avvenimenti di Civil War, quindi non avrà un impatto significativo sul plot sviluppato in Infinity War; poi nel 2019 uscirà Captain Marvel, forse il più interessante di tutti, sul quale però torniamo dopo; infine, sempre nel 2019, ci sarà il quarto film degli Avengers che inizialmente doveva chiamarsi semplicemente Avengers: Infinity War – Part 2, ma che invece avrà un altro titolo, dettaglio tutt’altro che superfluo.

 

 

Senza dubbio nella stanza dei bottoni della Marvel hanno le idee molto chiare (il quarto film degli Avengers è già in post-produzione). Tuttavia per un fan (o almeno per il sottoscritto), la necessità di trovare quanto prima il bandolo di una matassa, destinata comunque a rimanere dipanata, suona un po’ come una forzatura, specialmente alla luce del modo in cui la Marvel ci ha abituati a fare cinema. Un po’ un cane che si morde la coda per intenderci.

Difatti le pellicole future non sono solo quelle sopracitate della Fase Tre, ma anche l’inizio della Fase Quattro, di cui per ora la Marvel ha annunciato soltanto due film che, per come è finito Avengers: Infinity War, tecnicamente non potrebbero esistere.

Se avete paura di spoiler vi consiglio di fermarvi qui.

I due film della Fase Quattro già annunciati sono: il sequel di Spider-Man: Homecoming e Guardiani della Galassia Vol. 3. Ora, dal momento che Infinity War si chiude con Thanos che mette insieme tutte le sei Gemme dell’Infinito e cancella metà della popolazione dell’universo, tra cui lo stesso Peter Parker e svariati componenti dei Guardiani, sembra quantomeno irrealistico per le geniali menti della Marvel procedere con una resurrezione di massa.

Durante i numerosi film che hanno preceduto Infinity War, la grande mietitrice si è portata via veramente pochi personaggi, tutti accessori, come il fratello di Wanda Maximoff o come Yondu, il padre adottivo di Quill (decisamente la morte più commovente). Quando la trama costringeva alla morte di qualche personaggio più succoso, da Loki a Bucky Barnes (l’amico d’infanzia di Steve Rogers, poi diventato The Winter Soldier), veniva sempre trovato un escamotage affinché il suo personaggio evitasse miracolosamente la morte.

Persino Phil Coulson è stato artificialmente riportato in vita dopo essere stato ucciso in The Avengers, e trasferito nella serie ABC Agents of S.H.I.E.L.D..

L’MCU ha dimostrato di avere qualche problema nel lasciare andare i suoi eroi o i suoi cattivi, eppure in Avengers: Infinity War ci è andata giù molto pesante, cancellando dalla scena più della metà dei beniamini del pubblico.

Perché? C’era veramente questa necessità stragista quando ci sono ancora diversi nodi della storia da sciogliere e la certezza che comunque quei personaggi non siano davvero morti (o almeno non definitivamente)? Non possono essere del tutto andati; fare un film su Spider-Man senza Spider-Man mi sembra quantomeno pretenzioso.

Ripetiamo che negli studi di Burbank hanno già risolto il problema, o comunque sono in fase di ultimazione, ma purtroppo Infinity War, per quanto rimanga uno dei migliori film uscito dai Marvel Studios, esaltato dalla vena comica dei Guardiani della Galassia e dalle atmosfere tribali del Wakanda, rimane un lavoro nel quale la rincorsa al traguardo, in certi passaggi, è più importante del viaggio in sé.

Dalla Marvel ormai non ci aspettiamo più soltanto scene d’azione e salvataggi di mondi, siamo profondamente legati alla natura empatica dei vari personaggi; è dove vogliamo che la sarabanda si fermi un attimo per apprezzare questo tipo di narrazione che ormai non è più di nicchia (o almeno non soltanto).

Ad Atlanta il problema più pressante sarà gestire quelli che torneranno a essere protagonisti e quelli che invece purtroppo ci dovremo lasciare alle spalle: un’altra resurrezione di Loki sembra improbabile, anche Visione dovrebbe aver chiuso i giochi, così come Gamora (lacrimuccia).

Interessante infine sarà scoprire come Captain Marvel si inserirà in un plot narrativo al quale serve un degno avversario di Thanos.

Dopo i titoli di coda di Avengers: Infinity War, la camera si ferma su una New York in cui cominciano a sparire le persone, tra queste anche Nick Fury e il suo braccio destro, Maria Hill; l’ex direttore dello S.H.I.E.L.D. riesce, però, a inviare un messaggio in extremis con una sorta di cerca persone. La scena si chiude con un simbolo sul display del dispositivo che ai più dirà ben poco, ma ai patiti di fumetti non sarà sfuggito che si tratta proprio del simbolo di Captain Marvel, eroina che sarà interpretata da Brie Larson e che, a sentire Kevin Feige (il presidente dei Marvel Studios), sarà «by far the most powerful character» nell’universo Marvel.

Il film (che uscirà nel marzo 2019) sarà ambientato negli anni Novanta, ma gli sceneggiatori hanno già annunciato che la storia si andrà a ricucire con gli avvenimenti di Infinity War. Che Carol Danvers aka Captain Marvel riesca da sola  a risolvere la situazione? Solo il tempo ce lo dirà.

Paolo Stradaioli
Classe 1995 studia Scienze Politiche a Torino e nel tempo libero guarda tanto sport e tante serie tv. Un giorno vorrebbe scrivere per mestiere e finché non ci riesce continua ad intasare qualsiasi spazio abbia il coraggio di dargli un pubblico e una buona ragione per rimandare lo studio.
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