La lettera di un fan a Zach Braff
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La lettera di un fan a Zach Braff

Quattordici settembre duemilaquattordici. A Roma fa ancora caldo e in giro per le vie del centro c’è un americano – che per anni siamo stati abituati a vedere con camice e scooter – che gironzola scattandosi selfie e firmando autografi. Ma facciamo un resoconto più dettagliato per chi ha avuto una brutta adolescenza: Zach Braff, […]

Quattordici settembre duemilaquattordici. A Roma fa ancora caldo e in giro per le vie del centro c’è un americano – che per anni siamo stati abituati a vedere con camice e scooter – che gironzola scattandosi selfie e firmando autografi.

Ma facciamo un resoconto più dettagliato per chi ha avuto una brutta adolescenza: Zach Braff, noto attore che ha interpretato il ruolo del sognatore JD nella serie televisiva Scrubs, ha realizzato quest’anno il suo secondo lavoro da regista dopo Garden State, del lontano 2004.

Prima ancora di ottenere la sua fama uscendo nelle sale cinematografiche, il film ha incuriosito i media e il pubblico fedele a Zach per il procedimento con cui è stato prodotto. Il regista, deciso a realizzare la pellicola senza avere interferenze da parte di case di produzione cinematografiche, ha raccolto i fondi necessari tramite Kickstarter per creare la sua seconda opera, promettendo ai donatori una prima visione davanti al grande schermo in compagnia del regista. Inutile dire che il budget necessario è stato raggiunto e superato.

Ma non è stato facile organizzare questa anteprima. In Italia, ad esempio, nessuna casa di distribuzione ha comprato il film. E così Zach in questo quattrordici settembre duemila e quattordici si è diretto pesonalmente a Piazza Barberini, a Roma, per dare ai suoi finanziatori italiani ciò che aveva promesso. 

«Italy is the only major European country we never found a theatrical distribution partner. Even though on Facebook alone I have 97,289 Italian followers, let alone Twitter and Instagram. Not sure why. But today we did the Kickstarter screening as promised and it was AMAZING!!!! So much fun! Dear Italians, please know that I love you and am working hard to figure out the Italian DVD… Stay tuned.»

Questo è il racconto di uno dei fortunati.

«Premessa: io a Zach Braff voglio bene. Ma bene vero. Un bene che si vuole a una persona con la quale sei cresciuto. John Dorian e Andrew Largeman, per me, sono stati di fatto due fratelli/amici dai quali imparare, per i quali fare il tifo, con i quali ridere e all’occorrenza piangere.

La forza di Zach Braff è questa: nei personaggi che interpreta riesce a mettere tutta la gamma di emozioni disponibili. A condire in agrodolce il suo messaggio di speranza, a toccare tutte le corde emotive con l’aiuto di una colonna sonora ai limiti della perfezione. Un bel film non è un bel film senza una bella colonna sonora, e anche la storia più banale diventa migliore, accompagnata dagli Shins (tutti d’accordo, spero).

Wish I Was Here non sfugge a nessuna di queste cose. C’è tutto lo Zach che abbiamo imparato a conoscere dal 2000 ad oggi. Non potevano esserci dubbi sull’altalena emotiva, né sulla perfezione della colonna sonora, né sul fatto che avrei trovato cose incredibilmente belle sparse nel film. Il cast sembra una rimpatriata di amici (e in effetti lo è, da Chocolate Bear a Anna Kendrick, da Jim Parsons a Josh Gad) e la piccola Joey King merita un abbraccione per la sua bravura; durante il film si percepisce quanto deve essere stato bello stare sul set.

Però bisogna fare i conti con due problemi, legati tra loro. Garden State e le aspettative. Wish I Was Here è un film ben scritto, ben girato, ben interpretato. Ma non è Garden State. Non mi ha segnato come quest’ultimo – e fossimo in Scrubs scatterebbe questa:

Sento il disagio montare dentro di me mentre scrivo e penso queste parole. Come quando la tua band preferita, dopo due dischi spettacolari, esce con il terzo lavoro che effettivamente non regge il confronto e ti chiedono «oh, ma allora com’è?». Disagio. Kate Hudson (ho accolto il suo casting come un affronto personale, nonostante sia di gran lunga la sua miglior performance da quando prova a fare l’attrice) non è Natalie Portman. Questa volta, Zach non è riuscito a dare spessore ai suoi personaggi, quello spessore che nel precedente lavoro permetteva di stabilire una connessione intima con ognuno di loro. Manca qualcosa, quel tocco di magia, quella scintilla che distingue un bel film da un film che ricorderai anche fra vent’anni quando a cena con gli amici dovrai elencare i dieci film che ti hanno cambiato, in un certo senso, la vita. Colpa delle aspettative, come sempre una lente spietata, attraverso la quale è impossibile esprimere un giudizio lucido. E io mi aspettavo davvero, forse colpevolmente, troppo.

Detto questo, sono stato felicissimo di aver finanziato direttamente questa “avventura”, di aver fatto parte di questo film. Di aver toccato con mano l’affetto di così tanta gente verso Zach Braff, amato ciecamente da giovani, meno giovani (sigh!) e da persone di ogni genere di estrazione culturale. In fondo qualcosa di indimenticabile questo film me l’ha donata. La possibilità di vivere uno dei miei eroi in modo diretto, a pochi passi, dentro la stessa sala. C’è una barba bianca in più dai tempi di Scrubs (siamo in due, caro Zach), ma in fondo il succo non cambia. Nonostante un film riuscito a metà, Zach Braff è e rimarrà una persona a cui dover dire, di nuovo e ancora, grazie.»

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