Cinema, Tv e teatro: La luna è un deserto — “First Man” di Damien Chazelle
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La luna è un deserto — “First Man” di Damien Chazelle

First man, ultimo film di Damien Chazelle, esce nelle sale avvolto da un alone di curiosità, sia per il successo che questo regista ha ottenuto con i suoi primi film, sia per la novità dell’argomento rispetto a quanto visto in passato. Chi ha ancora negli occhi il sentitissimo (e a tratti ironico) corpo a corpo […]

31 Ott
2018
Cinema, Tv e teatro

First man, ultimo film di Damien Chazelle, esce nelle sale avvolto da un alone di curiosità, sia per il successo che questo regista ha ottenuto con i suoi primi film, sia per la novità dell’argomento rispetto a quanto visto in passato. Chi ha ancora negli occhi il sentitissimo (e a tratti ironico) corpo a corpo tra allievo e maestro di Whiplash, tra musica jazz e sangue che cola sulla batteria, o le note dolceamare di La la Land, dove è ancora il jazz a scandire le scene, è meglio che sia avvisato fin da subito: non ci sono Thelonious Monk o Buddy Rich, non c’è ironia che sopravvive accanto allo sconforto provato dai protagonisti; il registro scelto per il nuovo lavoro è completamente diverso, più drammatico e meno movimentato, sebbene alcune delle ossessioni più profonde del regista continuino a ribollire sotto la superficie delle immagini.

 

 

La storia è a tutti nota, quindi non ci sarà pericolo di incappare in spoiler. Neil Armstrong, figura centrale del film, è stato il primo uomo a camminare sulla Luna, quello che ha definitivamente sancito la vittoria statunitense nelle ridicole competizioni spaziali contro i sovietici. Apparentemente, è il tipico personaggio a cui dedicare un bel polpettone retorico e reazionario marchiato USA: Armstrong, l’eroe che porta la bandiera a stelle e strisce in cima allo spazio, l’orgoglio di una nazione e del mondo intero, simbolo della superiorità statunitense su tutto, anche sulla natura. Per fortuna a Chazelle non interessano cose del genere. First man non è nemmeno la banale biografia di un uomo: è a tutti gli effetti un film sulla morte.

Il viso indurito e poco incline a regalare sorrisi con cui Ryan Gosling si presenta davanti la macchina da presa tratteggia l’esperienza di un uomo che si confronta continuamente con la morte, e che proprio sulla base di questo confronto porta avanti, a testa bassa, le sue scelte, apparentemente senza altra motivazione razionale che quella di proseguire senza sosta, indifferente al mondo circostante. Il decennio che fa da palcoscenico agli eventi è quello degli anni sessanta: ma le contestazioni, Jimi Hendrix, la controcultura, il Vietnam, la Guerra Fredda, persino la celeberrima frase scelta per accompagnare la passeggiata lunare non sono altro che un rumore di sottofondo, messo lì per descrivere un contesto completamente estraneo alle decisioni di Neil.

 

 

La morte, come detto, accompagna la sua vita. È la scomparsa delle persone care: del collega Elliot See, dell’intero equipaggio dell’Apollo 1, di altri individui di cui veniamo a conoscenza grazie ai dialoghi, e soprattutto della figlioletta Karen, deceduta ad appena due anni per le complicazioni a seguito di un tumore. Quest’ultima, in particolare, è un fantasma impossibile da allontanare. Neil reagisce a tutto ciò isolandosi, piangendo da solo, ponendosi nei confronti degli altri come una statua di ghiaccio inscalfibile e gettandosi a capofitto nel lavoro che lo porta al passaggio da pilota ad astronauta.

Non si tratta semplicemente di concentrarsi sulla carriera, o sulla moglie e gli altri figli, per distrarsi e ignorare i pensieri più laceranti. La professione, l’addestramento, la scoperta dello spazio (accompagnata, come detto, dalla scomparsa di amici e colleghi) vengono affrontati proprio sulla spinta di quelle sofferenze, come se ci fosse un debito da pagare a chi non c’è più o, più semplicemente e amaramente, non si potesse fare nient’altro che continuare. E la Luna, nelle belle scene costruite da Chazelle, non è un territorio di conquista: è un deserto, un luogo gelato e arido, uno spazio occupato unicamente dalla morte e dalla desolazione. È il punto del massimo confronto di Neil con se stesso; non l’astronauta al servizio della NASA, non l’eroe che fa un grande passo per l’umanità, ma l’uomo che cammina nella terra della morte nella più completa solitudine.

La malinconia già vista in Whiplash e soprattutto in certi passaggi di La La Land qui si fa molto più forte e drammatica, forse perché l’obiettivo è di scendere ancora più a fondo nella psicologia e nelle inquietudini di un essere umano. E come gli altri film, First man racconta la storia di una persona votata al raggiungimento dei suoi obiettivi e del prezzo che c’è da pagare per questo. Lo scontroso isolamento a cui si autocondanna Andrew Neiman pur di diventare un batterista famoso o l’impossibilità della relazione tra Sebastian e Mia (ognuno alle prese con la carriera) in First man si tramutano nella cieca determinazione con cui Neil Armstrong va avanti verso la Luna.

Fine a che punto, e a costo di cosa, un individuo può spingersi pur di realizzare i suoi progetti (che non sono neanche più sogni, ma pure e semplici ossessioni) è una domanda su cui Chazelle sembra riflettere intensamente, aggiungendo, nel caso dell’astronauta, un nuovo aspetto alla questione: perché? Da dove viene la spinta ad andare avanti? Se in Andrew, Sebastian e Mia brucia la passione per la musica e la recitazione, in Neil c’è qualcosa di oscuro e sinistro; e proprio per questo di più complesso e affascinante.

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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