Nel 1989 sono successe un bel po’ di cose importanti, dalla caduta del muro di Berlino all’annuncio del cambio di rotta dell’ormai agonizzante PCI, da Palombella Rossa alla nascita dei Neutral Milk Hotel. Insomma, il decennio sfavillante e cotonato si conclude con i botti. In questo contesto di rivoluzioni ed emancipazioni da giacche con spalline, prende luogo anche quello che viene definito il Rinascimento Disney, ovvero quel momento storico in cui la fabbrica dei sogni di Mickey Mouse è riuscita a riprendersi lo scettro dell’intrattenimento per piccini dopo anni di stenti. Il lungometraggio che ha concesso alla Disney di rinascere dalle sue ceneri più forte che mai è stato La Sirenetta, una favola di stampo classico con una nuova principessa da inserire nell’immaginario collettivo delle bambine occidentali come esempio di perfezione estetica e, ovviamente, canora. Con la Sirenetta ricomincia quella tradizione che vede grandi e piccini riuniti a Natale davanti ad uno schermo con bidoni di popcorn, tutti vicini per un grande obiettivo: il trionfo del bene fatto a disegni.
La Sirenetta compie 25 anni proprio questo autunno, e come succede sempre quando cade una ricorrenza tonda per qualcuno o qualcosa di importante, il mondo dei media non ha perso un secondo a rimettere in discussione tutto ciò che la cosa in questione aveva significato fino ad un momento prima. Nel caso della Sirenetta, prevedibilmente, essendo parte di una categoria di intrattenimento molto delicata, quella per gli infanti in fase di sviluppo e apprendimento, l’oggetto della rivalutazione del suo valore è stato principalmente quello della sua rappresentazione molto poco femminista del personaggio di Ariel e di tutte le sue avventure. A distanza di venticinque anni, che non sono pochi ma non sono neanche tanti, riguardando il cartone animato con un occhio critico da donna del ventunesimo secolo, è emersa una vena profondamente obsoleta e retrograda a proposito di questa sedicenne con la pinna e il reggiseno a conchiglia, a cominciare proprio dalle sue sembianze così californiane da non stonare affatto in una puntata di Beverly Hills 90210.
Con l’ascesa alla ribalta di Mr. Walt Disney, oltre a tutti quei personaggi candidi e unisex come Semola e Mago Merlino, Peter Pan e Pinocchio, Dumbo e Bambi (entrambi responsabili di danni emotivi molto più profondi di una principessa col vitino da vespa), si è creato un vero e proprio mondo parallelo fatto solo ed esclusivamente di gradazioni di rosa. Il mondo in questione è quello delle Principesse Disney, che da Biancaneve in poi sono andate a costituire uno zoccolo duro dell’azienda. Con Biancaneve comincia appunto quell’imposizione di modelli femminili che analizzandoli singolarmente sono stupefacenti per la loro sintesi perfetta di stereotipo femminile legato all’epoca in cui sono nati e alla fiaba classica da cui sono tratti. Biancaneve cucina le torte mentre canta, rassetta la casa e ovviamente beneficia del supporto della fauna locale.
La prima principessa Disney, presa in prestito dai fratelli Grimm, oltre ad essere una perfetta rappresentazione del femminile sperduto, indifeso, con una spiccata propensione per le faccende domestiche, è anche condannata a passare una buona parte del film dormendo e a svegliarsi tra le braccia del suo grande amore, un principe fantoccio che ha avuto il coraggio di baciare un cadavere solo perché era bello. Questo è il debutto della principessa Disney come categoria narrativa. Andando avanti, la seconda protagonista della successiva fiaba per femminucce è la celeberrima Cenerentola. Lei non si addormenta, ma fa la sguattera per le sorrellastre che, poiché sono brutte, sono consequenzialmente cattive. Se sei bella e orfana, la fata grassa e chioccia ti verrà ad aiutare in nome della giustizia, se sei brutta e stonata puoi invece contare solo sulla tua perfidia e provare ad impedire a quella bella di vestirsi decentemente in modo che il principe fantoccio non si innamori di lei. Risultato: se sei brutta e col piede grosso, nessun principe fantoccio con capelli di plastica e palazzi reali verrà a cercarti tramite i suoi funzionari statali. Se invece hai un bel visino e una colonia di topi sarti, allora probabilmente riuscirai a sistemarti con poche difficoltà, successo garantito.
L’ultima principessa prima di Ariel risale alla fine degli anni Cinquanta, ed è Aurora ne La Bella Addormentata. Non penso ci sia bisogno di aggiungere altro, il titolo è piuttosto esplicativo del ruolo di questa ragazza dai boccoli d’oro. Tuttavia, Aurora appare vagamente più consapevole e Filippo non è di certo un principe fantoccio come gli altri due (che sono anche identici, mi chiedo se abbiano riciclato i disegni): traspare una certa sintonia tra i due considerato che almeno si parlano prima di decidere di essere innamorati l’uno dell’altra. Insomma, Aurora non è una casalinga degli anni Cinquanta, si comincia a subodorare quella fragranza di rivoluzione sessuale che sarebbe arrivata non molto dopo e che avrebbe partorito i capolavori dell’animazione Disney come Il Libro della Giungla, La Spada nella Roccia, La carica dei 101 e così via.
Dopo una pausa dal mondo delle principesse durata trent’anni, si riaprono le danze della femminilità con una storia di principi, amore, negazioni, scambi. La differenza con le altre tre principesse però è interessante: Ariel, infatti, se da un lato rientra perfettamente nella categoria femminile proposta dalle altre tre ragazze, ovvero quella della giovane donna dalle nobili origini il cui scopo primario è accasarsi con un principe più o meno fantoccio, dall’altro lato è anche una nuova rappresentazione estetica di questo canone. Ariel è sexy, a differenza delle altre.

All’alba degli anni Novanta, la principessa da proporre al pubblico del mondo occidentale è una sedicenne con un ciuffo rosso e vaporoso, un evidente problema di sproporzioni testa-vita, una coda di pesce piuttosto sinuosa e un caratterino ribelle. Tuttavia, se Biancaneve dorme, Ariel sta muta come quel mezzo pesce che era. Ariel non solo è zitta, ma è anche un’insolente sedicenne che lancia un dito medio a suo padre, il re del mare, per inseguire un principe sconosciuto e umano che suona il flauto. Alla fine, ovviamente, Ariel ci riesce ad accaparrarsi il suo bel flautista, nonostante la poca loquacità che la distingue, e riesce anche a dire addio per sempre alla lisca che aveva sotto l’ombelico.
E qui giungiamo a un punto interessante della critica che si può avanzare alla Sirenetta, al di là del suo ruolo nell’accrescere i punti di riferimento non proprio femministi per le bambine che inevitabilmente si ritroveranno a guardarla e a sognare di essere lei. La Sirenetta, infatti, è tratta da una fiaba di Hans Christian Andersen di fondamentale importanza per la tradizione danese, e questa fiaba è anche estremamente triste e cruenta. Diciamo pure che non c’entra niente con la raffigurazione di una giovane vincente come Ariel, tant’è che il nome della vera sirenetta non è neanche quello. Astrid, che non ha i capelli rossi e nemmeno le conchiglie mo’ di bikini, a sua volta si innamora del principe che guarda dalla superficie del mare, lo salva dal naufragio, chiede ad una strega (non obesa come Ursula ma molto cattiva) di diventare donna per poterlo rincontrare, esattamente come Ariel. Solo che non le va altrettanto liscia, a partire dal fatto che per diventare umana rinuncia alla sua voce facendosi tagliare la lingua (e non cantando in direzione di una graziosa conchiglietta ciondolo) e dice addio alla sua coda patendo le pene dell’inferno, visto che nel contratto è incluso che ad ogni passo con le gambe nuove sentirà come dei coltelli che la squarciano in due e lame che si conficcano sotto la pianta del piede.
Dettagli splatter a parte, che comunque danno una connotazione ben diversa alla faccenda, considerato che nel cartone Ariel si ritrova a contemplare il suo stacco di coscia con fiera soddisfazione e nessun problema di coltelli, il centro fondamentale della storia, ovvero la morale della favola, è diametralmente opposto nelle due versioni. Sia nel cartone che nella fiaba, il principe prende un abbaglio e si convince che la donna meravigliosa che l’ha salvato, e quindi la donna della sua vita, non è Astrid/Ariel ma un’altra ragazza che passava di là, e in entrambi i casi la questione costituisce un bel problema, visto che la ex sirenetta ha bisogno dell’amore del principe per non ritornare pesce o trasformarsi in schiuma. Mentre nel cartone animato Ariel tanto fa che alla fine se lo sposa, nonostante sia muta come una cernia, portando a compimento la morale che alla fine l’amore vero trionfa sempre e non importa se hai preferito dire addio a tutta la tua specie per un fustacchione che non si ricorda neanche di te, nella fiaba tutto ciò, per fortuna di noi lettori e per sfortuna di Astrid, non avviene.
Astrid e il principe infatti non si innamorano mai, peggio ancora: il principe le si affeziona molto ma non riesce ad amarla, perché Astrid non parla. Non c’è un granchio afroamericano che invita il principe flautista a fare il primo passo col supporto di pesci e rane, shallallalla, ricordandogli che magari anche se la tipetta non parla comunque potrebbe valerne la pena. Semplicemente, Astrid viene colpita in piena fronte da quella sindrome che nel gergo giovanile di internet prende lo spaventoso nome di friendzone, che quando viene pronunciato è un po’ come Frau Blücher. Alla fine comunque Astrid decide di non farsi il bagno nel sangue del principe per tornare sirena e salvarsi (è questa infatti la soluzione, le tinte splatter non ci abbandonano) ma di diventare spuma delle onde, rinunciando ad una lunghissima vita in fondo al mar.
Mi sembra abbastanza chiaro che la metafora sottointesa da Andersen fosse diametralmente opposta a quella proposta dalla versione Disney: se Ariel cambia se stessa e va a vivere sulla terra con quello che per una sedicenne è l’amore della sua vita, conquistato senza nemmeno uno scambio di battute, Astrid si becca tutta la responsabilità di aver voluto sacrificarsi per qualcosa di oggettivamente diverso che mai le avrebbe potuto dare quello che lei sognava di avere. In pratica, è un invito a non agire impulsivamente negando la propria natura solo per amore di qualcuno che possibilmente si sta già sposando con una nuova principessa del regno accanto. Senza contare il probabile coinvolgimento autobiografico di Andersen a proposito della solitudine sentimentale da amore non corrisposto che caratterizzava la vita di questo scrittore così emarginato e segnato in gran parte per la sua omosessualità.
Non si può negare che la Disney ci abbia provato a mettere le cose a posto e a fornire un’eroina degna dell’era contemporanea, come Mulan o la più recente Merida di Brave e la sua lotta contro il matrimonio combinato. Eppure, nonostante tutto, se mai dovessi malauguratamente trovarmi a dover selezionare una filmografia adatta ad una qualsiasi forma di progenie, non penso che ne escluderei La Sirenetta. È vero che a guardarla oggi sembra veramente un grandissimo errore storico di cartone animato, privo di senso e denso di messaggi sbagliati, e se non ci si crede basti guardare la sua versione fatta da Honest Trailers.
È vero che tra tutte le cose bellissime venute fuori dalla Disney, a paragone con un Robin Hood o gli Aristogatti, la Sirenetta risulta veramente una porcata degna solo del peggio degli anni Ottanta, ed è vero pure che stiamo parlando di cartoni animati. Tuttavia, forse perché sono cresciuta con una montagna di VHS Disney accanto al letto, il ruolo pedagogico del cartone animato penso sia innegabile. Allora sì, la Sirenetta la possiamo anche guardare, ma solo se serve come un allenamento precoce all’individuazione di ciò che ormai collide con il concetto che una bambina in quanto giovane donna debba avere di sé. Perché alla fine il bikini a forma di conchiglia lo vogliamo tutte, ed è anche giusto così.