Le telephile – Le serie tv inglesi (prima parte)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Le telephile – Le serie tv inglesi (prima parte)

Dalle sponde dell’Atlantico, dopo tanta TV americana, ci spostiamo ora oltre la Manica per esplorare le serie che i sudditi della Regina Elisabetta hanno da offrirci.

Dalle sponde dell’Atlantico, dopo tanta TV americana, ci spostiamo ora oltre la Manica, in quel della Gran Bretagna, per esplorare le serie che i sudditi della Regina Elisabetta hanno da offrirci. Un sistema, quello inglese, ben diverso dalla produzione americana. Stagioni di gran lunga più brevi, che oscillano tra le sei e le dodici puntate. Una durata maggiore, più simile a una serie di film TV, e archi di tempo tra una stagione e l’altra più irregolari rispetto alla canonica stagione televisiva a cui siamo abituati. Addentriamoci, quindi, in questo universo, andando a scoprire le serie attualmente in onda, quelle ormai concluse da recuperare e le novità che ci aspettano nel 2012.

Avevamo già parlato, qualche settimana fa, di Downton Abbey, una delle serie di maggior successo del momento sia in patria che altrove. Appena conclusasi la seconda stagione, tra ascolti sempre più alti e qualche critica un po’ aspra, la serie creata da Julian Fellowes tornerà con uno speciale film, ambientato durante le festività del 1919, che la ITV manderà in onda il giorno di Natale. Per ora si sa ancora poco al riguardo, se non che le vicende riprenderanno laddove il tragico finale di stagione ci aveva lasciato, in una Downton ancora traumatizzata dagli effetti della guerra e dall’epidemia di influenza che ha portato la morte anche in casa dei Crawley. Un mondo in cambiamento, in cui l’aristocrazia inizia a vacillare, come ben dimostra la parabola di Lord Grantham durante questa stagione, ma soprattutto la magnifica scena tra Robert e Mr. Carson, il fedele maggiordomo, che alla fine del conflitto, con una pendola che scocca inesorabile di sottofondo, si ritrovano sulla porta a guardare all’orizzonte un futuro del tutto incerto per chi come loro è ancora legato a valori del passato, mentre i più giovani (e non solo) non fanno fatica ad abbracciare un nuovo stile di vita. Di certo, ritroveremo ancora tutto questo nel Christmas Special, così come il caratteristico ritmo della serie, che alterna grandi sconvolgimenti a livello di plot, ma sempre accompagnati da un senso di calma, espressione di quel microcosmo che Downton rappresenta.

Altro period drama che ha riscosso successo la scorsa estate, e tornerà con una seconda stagione l’anno prossimo (la data è ancora da definirsi), è The Hour (nell’immagine d’apertura n.d.r.), serie della BBC creata da Abi Morgan. Lasciamo gli albori dei Roaring Twenties per passare in questo caso agli anni ’50, precisamente nel 1956, durante la crisi del canale di Suez. Da molti paragonato a Mad Men, il telefilm ne ha in effetti alcuni elementi, in particolare si potrebbe fare un parallelo tra la Peggy Olson di Weiner e la Bel Rowley di The Hour. Entrambe giovani donne in un mondo dominato dagli uomini, Peggy e Bel si riescono ad affermare professionalmente nel loro campo, ma, al tempo stesso rappresentano con le loro parabole personali i cambiamenti epocali che il ruolo della donna ha subito nella società moderna in quegli anni. Bel, interpretata dalla austeniana Romola Garai, è bella, tenace, ma anche combattuta proprio nell’essere così fuori dagli schemi, come ben esprime quel suo «Why do we have to be married?». Donna non vuol dire moglie o madre per lei, non c’è bisogno di un marito che la definisca perché è lei stessa, con i suoi successi, ad auto-definirsi tanto quanto ha fatto la più matura Lix Storm (Anna Chancellor), la corrispondente di guerra del programma. Tuttavia, la serie non è uno scontato inno al femminismo, ma mescola l’attenzione per la società degli anni ’50 a un discorso sull’etica e l’impegno giornalistico. Una sorta di Mad Men che incontra Good Night, and Good Luck, tingendosi di sfumature spesso misteriose, da spy-story, sin dai titoli di testa, a metà tra i classici Bond e il design di Saul Bass. La relazione tra Freddie e Bel è uno degli aspetti più interessanti. Il loro è un rapporto complicato, che deve fare i conti con le aspirazioni di Bel e l’orgoglio ferito di Freddie. Forse le scene più significative al riguardo si trovano proprio nel primo episodio: Bel è stata promossa a produttrice del programma e Freddie non riesce ad accettarlo. La tensione esplode piano piano, in maniera quasi sotterranea, fino a quando l’uomo non rinfaccia all’amica di essere troppo indipendente e di sbagliare spesso. Ma la sua non è un’accusa violenta, bensì una quieta e dolorosa ammissione che si rispecchia nello sguardo di Bel, qualcosa che entrambi fanno fatica ad ammettere e che forse neanche pensano. Bisogna solo aspettare la nuova stagione per vedere come andrà a finire.

Di tutt’altro genere, invece, una delle serie più irriverenti degli ultimi anni (non c’è da stupirsi vista la tendenza a essere molto più politically uncorrect dei programmi inglesi rispetto a quelli americani), la cui ambientazione a Thamesmeade, uno dei quartieri più popolari e proletari di Londra, ci potrebbe già dire molto sui suoi protagonisti. Loro sono degli emarginati dalla società, ragazzi i cui problemi o la loro personalità li ha portati a vestire tutti i giorni la caratteristica tuta arancione da detenuti. Ma loro sono anche dei supereroi per sbaglio, che acquistano dei poteri alquanto singolari, anche per un supereroe, a seguito di una tempesta. Delinquenti? Forse. In cerca di guai? Probabile. In una parola sola: Misfits. Arrivata ormai alla sua terza stagione, la serie della E4, creata da Howard Overman, ha conquistato popolarità anche da noi in Italia grazie al miscuglio dell’elemento più propriamente sci-fi-fumettistico e l’impareggiabile humor dei protagonisti. Anzi, si potrebbe dire che, in particolare nella prima stagione, è soprattutto lo humor a prevalere e a rendere le scene memorabili. I Misfits sono cinque: Nathan (Robert Sheehan), sarcastico, logorroico e iperattivo; Alisha (Antonia Thomas), sexy party girl in caduta libera; Simon (Iwan Rheon), nervoso e timido outcast; Curtis (Nathan Steward-Jarrett), promettente atleta, la cui carriera viene frenata dal crimine; Kelly (lauren Socha), sboccata ragazza di periferia, tipicamente truccata in maniera pesante e vestita d’acrilico, ma che si dimostra leale. Sin dalla scena iniziale, i cinque vengono presentati come dei veri e propri freaks, come definire altrimenti dei ragazzi che si preparano a uno scontro con l’assistente sociale armandosi di guanti di plastica e ascoltando a palla Lady Gaga perché, come dice Nathan, è una musica che carica? Ma, come dicevamo, è lo humor l’arma vincente di questa serie, travalicando spesso nel puro nonsense o nel ridicolo, pur rimanendo sempre credibile nella sua inverosimiglianza (sono supereroi, no?). Ed ecco che allora troviamo Curtis che rompe con la ragazza più e più volte, mandando indietro il tempo per cercare le giuste parole e alla fine prende in prestito quelle di Spider-Man. O Nathan, il personaggio più assurdo sempre a rischio di essere poco più che una macchietta, ma sempre tridimensionale grazie alla bravura degli sceneggiatori che, meglio di tutti, esprime il suo disagio interiore, o forse quello di un’intera gioventù bruciata, affermando di aver fallito, urlando da un tetto «You break my heart! You’re wearing cardigan!». Peccato che proprio Nathan, il cuore pulsante a ritmo irregolare della serie, non torni nella terza stagione, che vede i quattro rimasti più un nuovo misfit alle prese con dei poteri del tutto stravolti e sempre più strani mentre altre persone hanno acquistato quelli che avevano in precedenza. Inutile dire che il caos regnerà sovrano.

Un classico della TV inglese e della sci-fi, non poteva mancare nel nostro elenco Doctor Who. «I’m the Doctor». «Doctor who?» è la domanda che dal 1963 tutti continuano a porsi, ma dopo anni e anni di trasmissione (fino al 1989 e poi è ripreso nel 2005) questo umanoide del pianeta Gallifrey, signore del tempo che viaggia nella sua TARDIS, la caratteristica cabina blu, non smette di affascinare. Siamo ormai giunti alla sesta serie del reboot e all’undicesimo dottore, interpretato da Matt Smith, che è andato a sostituire David Tennant a seguito della violenta rigenerazione (per chi non lo sapesse il cambio d’attore viene spiegato con una rigenerazione del dottore in un altro corpo) nello special The End of Time. Se Tennant era caratterizzato da uno stile attoriale fortemente umoristico, anche grazie alla chemistry con l’attrice comica Catherine Tate (nei panni di Donna Noble), Matt Smith spinge ancor più il pedale sull’eccentricità della recitazione e del personaggio, rispecchiata dai tanti cappelli che di volta in volta il Dottore indossa nelle sue avventure, dagli stetson ai fez. Ad accompagnarlo, stavolta, non una sola compagna, ma due: Amy Pond (Karen Gillan) e il marito Rory Williams (Arthur Darvill), ma anche la misteriosa River Song, interpretata da Alex Kingston (meglio nota per E.R.), una donna venuta dal futuro che rivelerà di avere legami sia con Amy e Rory che con il dottore stesso. E la minaccia sembra proprio arrivare dal futuro per questo Dottore, il quale si è dovuto confrontare come sempre con universi paralleli e viaggi temporali, alla scoperta di sé e dei suoi nemici, specchi oscuri di ciò che lui è in realtà. Per vedere le nuove (dis)avventure di questo Dottore molto dandy dovremmo attendere l’autunno del 2012, quando andrà in onda la settima stagione.

E a proposito di dottori dandy, dagli sceneggiatori di Doctor Who, Steven Moffat e Mark Gatiss, arriva un’altra serie, già un cult dopo una sola stagione di tre episodi da 90’ l’uno: Sherlock. Moffat aveva già riadattato un classico della letteratura ottocentesca con Jeckyll, questa volta, invece, è il detective nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle a essere trasportato nel XXI secolo, più o meno in contemporanea con l’uscita del film di Guy Ritchie. Ben diverso è, però, il risultato. Ritchie, infatti, gioca molto sul puro intrattenimento, la spettacolarità di scene intrise di velocità e violenza, e lo humor da buontemponi di Robert Downey Jr. e Jude Law. Il suo, nonostante la chiara impronta da blockbuster, è ancora uno Sherlock che conserva alcuni tratti tradizionali. Moffat e Gatiss, invece, non solo hanno riattualizzato la storia ai giorni nostri, ma hanno anche stravolto il protagonista e il suo rapporto con il fido Watson. L’aspetto di questo Sherlock (Benedict Cumberbatch) potrebbe ancora tradire uno spirito da dandy, ma basta che apra bocca, magari per urlare uno «Shut up! I’m thinking», per capire che il personaggio è, in realtà, ben più complesso. Holmes è una sorta di sociopatico, quasi un automa nel cogliere qualsiasi minimo dettaglio e osservare la gente, ma anche lui nasconde una fragilità disarmante, nascosta dietro le trecento parole al minuto e l’impassibilità, affiorata attraverso uno sguardo fugace, come nella conversazione con Watson riguardo alla sua vita sentimentale. Diverso è anche Watson, qui un reduce dell’Afghanistan, non più semplice spalla che si limita a dar ragione a Holmes, bensì un personaggio in conflitto con sé stesso, che combatte costantemente con la propria anima e che, attraverso il contatto con Sherlock, riesce pian piano a rimettere insieme i pezzi. Tra di loro c’è un rapporto che, sì, può definirsi comico («’cause you’re an idiot. No, no, no, don’t be like that. Everybody is.» dice Holmes a Watson in uno dei suoi tanti rant di confermata superiorità intellettuale) sin dal loro primo incontro in un laboratorio, perfetta presentazione per entrambi i personaggi, l’uno ancora spaesato, l’altro in controllo della situazione, tanto da imporre a Watson una convivenza a Baker Street. Tuttavia, proprio dai loro scambi, emerge quanto questi Holmes e Watson siano creature dei nostri tempi, con una sensibilità ben diversa dall’Ottocento. Non delle semplici pedine in uno whodunnit, bensì dei caratteri complessi, che rispecchiano la realtà, i problemi e le manie dei giorni nostri. Sherlock, allora, non è un semplice investigatore che risolve i problemi di Scotland Yard, ma un vero detective dell’anima, che scava nella parte più oscura di sé e di chi lo circonda.

Si conclude qui la prima parte del nostro viaggio attraverso la TV inglese, ma rimanete sintonizzati. La prossima volta parleremo di altri detective, spie e maghi. Rigorosamente in salsa British.

Eleonora Sammartino
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