Le telephile – Le serie tv inglesi (quarta parte)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Le telephile – Le serie tv inglesi (quarta parte)

Dalle sponde dell’Atlantico, dopo tanta TV americana, ci spostiamo ora oltre la Manica per esplorare le serie che i sudditi della Regina Elisabetta hanno da offrirci.

Lo humor britannico è famoso in tutto il mondo: secco, a tratti fulminante, carico di wit. E spesso aperto a doppi sensi in maniera non troppo sottile, ma mai gratuita. Come abbiamo già visto, questo tratto caratteristico si ritrova in un po’ tutte le serie inglesi, ma è ancor più evidente nelle commedie che negli anni ci hanno fatto ridere. Queste solo alcune serie che, ci pare, vale la pena recuperare.

Re indiscusso dei Golden Globes da due anni, Ricky Gervais è una delle forze comiche della TV inglese al momento. Il suo The Office ha avuto un successo internazionale e vari remake, tra i quali quello americano con Steve Carell, costantemente e amorevolmente preso in giro da Gervais a ogni occasione. Ma, forse ancor più di The Office, il genio comico di Gervais (e Stephen Merchant, suo fidato collaboratore) è riuscito a esprimersi al meglio in un’altra serie in onda sulla BBC, sempre del genere mockumentary, ovvero Extras. Due stagioni e un Christmas Special di novanta minuti a conclusione, Extras è una sorta di show nello show che segue le vicende dell’aspirante sceneggiatore Andy Millman (Gervais stesso), il quale, in attesa di vedere una delle sue opere sullo schermo, si guadagna il pane quotidiano facendo la comparsa insieme all’amica Maggie Jacobs (Ashley Jensen). Proprio per questo, Andy entra spesso a contatto con grandi star del cinema britannico e americano, che, in ogni episodio, interpretano loro stessi in maniera estremamente autoironica. Da David Bowie a Sir Ian McKellen, passando per Daniel Radcliffe, queste star rivelano il lato più “oscuro” dello stardom, con tutti i loro vizi e manie di grandezza. Spicca tra i vari episodi quello con guest star Kate Winslet sul set di un film sull’Olocausto, un paio d’anni prima del successo di The Reader. Quasi profeticamente, l’attrice ammette parlando con Andy di aver accettato il ruolo solo per vincere un Oscar (o cambi aspetto o fai un film sull’Olocausto, dice Winslet) per poi dare consigli a Maggie sulla sua vita sessuale. Questo episodio è un buon esempio di come funzioni la comicità di Gervais, in particolare della sua natura dissacratoria che non risparmia niente e nessuno, neanche disabili e religione, sfatando vari luoghi comuni e tabù, come nella scena della riunione parrocchiale, alla quale Andy si presenta vestito come John Travolta in Saturday Night Fever, intavolando una discussione con il prete sul perché sia ridicola l’idea del Dio cattolico. Extras rappresenta un occhio sul dietro le quinte del mondo dello spettacolo in grado di farne emergere le ipocrisie in maniera tagliente, pur rimanendo sempre divertente e mai moralista, come si addice al genere mock.

Altra grande personalità del panorama comico britannico è Dawn French, per anni in coppia con Jennifer Saunders in vari programmi e sketch ormai cult. Ma French è divenuta iconica anche per una serie andata in onda sulla BBC per ben tredici anni a partire dal 1994, scritta appositamente per lei da Richard Curtis (sceneggiatore di 4 matrimoni e un funerale, Notting Hill). Si tratta di The Vicar of Dibley, serie che parte da un elemento di cronaca allora recente: la possibilità di poter essere ordinate, estesa nel 1992 anche alle donne dalla Church of England. La prima scena della serie si apre su un mondo che è quello tipicamente provinciale della campagna inglese, il classico piccolo paesino pittoresco con cottage che si allineano ai lati delle strade, tanta natura intorno e tutti che conoscono tutti da secoli, una vera comunità/famiglia allargata in cui il parroco dovrebbe essere una figura centrale. Ma a giudicare dalla scarsa presenza in chiesa, e dal fragoroso canto accompagnato da un organo mezzo scordato, non si direbbe. La tragedia scatta quando il parroco, spesso dedito all’alcool, muore nel bel mezzo della funzione domenicale, lasciando i suoi poveri parrocchiani orfani di una guida. Tragedia perché il vescovo manda a sostituirlo una donna, Boadicea Geraldine Granger (il nome è già tutto un programma), interpretata dalla French. Geraldine non solo è una donna, ma è anche giovane e a stretto contatto con tutto ciò che è pop culture. Inevitabile è lo scontro con il mondo del paesino, ancora ancorato a vecchi valori, e soprattutto con l’ultraconservatore David Horton, il presidente del consiglio parrocchiale. Tuttavia, Geraldine, nonostante si ostini a inventare quiz show con ospite Gesù, a indossare maglioni di dubbio gusto e, addirittura, intrecciare una relazione con un altro nuovo arrivato nel villaggio, riuscirà a conquistare tutti quanti.

Altra creazione di Curtis è uno dei classici della comicità britannica, secondo nella classifica delle 100 migliori sit-com inglesi di tutti i tempi stilata nel 2004, scritta in collaborazione, almeno la prima stagione, con Rowan Atkinson, a tutti meglio noto come Mr. Bean. Blackadder ha debuttato nel 1983 sulla TV inglese, riunendo una serie di attori, allora emergenti, appena usciti dai circoli drammatici dei college, che negli anni sarebbero diventati dei capisaldi dello spettacolo, non solo britannico, come Hugh Laurie, Stephen Fry e Miranda Richardson, oltre ad Atkinson stesso. Le quattro stagioni della serie, senza contare i vari speciali, sono ognuna ambientata in un’epoca diversa, una sorta di cronaca di come in varie generazioni Edmund Blackadder (Atkinson), pecora nera della famiglia reale, tenti di arrivare al potere, scalzando il vero erede, anche grazie all’aiuto del fido, ma poco brillante servo Baldrick (Tony Robinson). Dall’epoca di Riccardo III al periodo elisabettiano per poi passare al ‘700 fino alla Prima Guerra Mondiale, Blackadder si dimostra sempre un personaggio alquanto avido di potere, ma di una scaltrezza e intelligenza che sembrano crescere di generazione in generazione, in maniera inversamente proporzionale alla maggiore stupidità di Baldrick. Ciò che rende davvero irresistibile questa serie è l’utilizzo di materiale ben noto, come quello fornito dalla Storia, che viene riletto in maniera del tutto originale, stravolgendo le conoscenze comuni e giocando con lo spettatore e la sua cultura. E forte è l’influenza shakespeariana, un mostro sacro della letteratura che qui viene usato con intenti altamente comici, di quella comicità che, come dicevamo all’inizio, è carica di wit. E allora Riccardo III non è realmente deforme e ama immensamente i suoi nipotini; il suo regno è stato davvero giocato per un cavallo, ma non in battaglia bensì durante una pausa-bagno; le streghe di Macbeth sono delle simpatiche vecchine e Macbeth stesso diventa l’oggetto di una gag che coinvolge un gruppo di attori terrificati, come tradizione vuole, dal solo nome dell’opera. Come se non bastasse, Shakespeare (Hugh Laurie con parrucca bionda) non era in realtà un gran genio tanto che il famoso «Essere o non essere» è frutto di suggerimenti del suo impresario. È proprio grazie a questi costanti rimandi che si cavalca nella Storia fino a giungere al finale della quarta stagione, un momento sul campo di battaglia durante la Grande Guerra, girato secondo i topoi del film di guerra con tanto di ralenti e musica commovente di sottofondo. Se non fosse per il «Bugger!» di Blackadder che spezza tutta la tensione. Una battuta che, di per sé, incarna lo spirito di tutta la serie.

Elemento caratteristico della TV britannica sono i cosiddetti sketch show, serie in cui noti comici interpretano vari personaggi in brevi vignette. Lo facevano già i Monty Python ai tempi del loro Flying Circus e continua a essere una forte tradizione che ha coinvolto volti noti come Catherine Tate, la Donna Noble di Doctor Who, le stesse French e Saunders e, non da ultimi, David Walliams e Matt Lucas. In Italia probabilmente li si conosce per il loro Little Britain, in onda a tarda serata su MTV, una sorta di compendio alla cultura britannica con vari personaggi che ne incarnano le figure più rappresentative e, soprattutto, i loro maggiori difetti. Il loro nuovo progetto, per ora fermo a quota una stagione, è Come Fly with Me, altro mockumentary, stavolta ambientato in un aeroporto, nel quale si avvicendano vari personaggi, lavoratori e passeggeri, che incrociano le loro traiettorie. Narrato dalla classica voce posata fuori campo, marchio di fabbrica BBC, il serial scherza su vari luoghi comuni e punti dolenti, concentrandosi sulle vicende di tre compagnie aeree e i loro lavoratori. Tra i tanti personaggi che affollano lo scalo, alcuni spiccano per la loro cialtroneria. Fearghal O’Farrell, come ben si può intuire dal nome, è uno steward irlandese che viaggia sugli aerei della Our Lady Air, provocando appositamente guai per poterli risolvere lui stesso, nella speranza di essere eletto steward dell’anno. Melody e Keeley sono, invece, delle hostess di terra amiche per la pelle, estremamente chiassose e vistose, che però si trovano in guerra nel momento in cui si deve scegliere il nuovo capo del personale. Il successo della serie è legato inevitabilmente alle tante disavventure e difficoltà che qualsiasi viaggiatore può aver incontrato e che lo show rielabora regalandoci una risata liberatoria.

Ben diversa dagli sketch show e più vicina a serie come Skins, Inbetweeners, creata da Damon Beasley e Iain Morris, ha debuttato su E4, lo stesso canale di Misfits, nel 2008. Dopo tre stagioni e un recente film per il cinema, in sala anche in Italia (Finalmente maggiorenni), le avventure dei quattro ragazzi alquanto sfigati sembrano essere giunte al termine con le vacanze dopo il diploma. Protagonisti sono, appunto, quattro adolescenti che frequentano la stessa scuola. Inbetweeners perché non sono né tra i più cool e popolari né tra quelli che vengono considerati freaks. Tutto inizia quando Will McKenzie (Simon Bird) si trasferisce nel nuovo liceo, una scuola privata in cui la sua ventiquattrore, gli occhiali alla Harry Potter e la giacchetta linda e pulita lo fanno subito sembrare un tipo da evitare. Tuttavia, Will riesce a stringere amicizia con Simon, Jay e Neil che, per i prossimi tre anni, diverranno i suoi compagni di disavventure. La comicità, in questo caso, è nettamente più sboccata, vicina a un South Park o, per rimanere in terra britannica, Shameless, senza censure e peli sulla lingua. Il finale della terza stagione con il campeggio da notte prima degli esami, racchiude nell’ultima inquadratura un piccolo fotogramma sull’amicizia che non si scorda facilmente.

Eleonora Sammartino
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