Durante gli Anni Zero un me stesso all’epoca sedicenne passava una sera a settimana davanti alla tv, in compagnia del padre, nel tentativo di seguire le vicende di un gruppo di sopravvissuti a un disastro aereo.
Dieci anni dopo – dalla messa in onda americana nel 2004 – è difficile tirare le somme di Lost perché nell’era dei Breaking Bad e dei Mad Men, i riferimenti seriali sono tanti e diversi e perché, dopo aver passato gli ultimi anni a vedere, e a scrivere, di tante serie tv, il ricordo di Lost è parzialmente sbiadito.
Quello che rimane però, oltre alla nostalgia per le serate trascorse sul divano di casa, non sono i misteri che mi hanno perseguitato per sei stagioni: ma sono i volti dei protagonisti; una specie di sigla di Orange is the New Black con i faccioni di chi, quei misteri, li ha vissuti sul set di un’isola deserta (sì, certo come no… “set”). Non il fumo nero, l’orso bianco o i viaggi nel tempo, ma Jack, Kate, Locke e Sawier; non l’isola che si sposta da un punto a un altro, ma quel «Not Penny’s boat» che mi ha fatto sciogliere sulla poltrona.
Ho sempre diviso gli spettatori di Lost in due categorie: quelli pignoli, che hanno visto le prime quattro stagioni in fila con un quadernino per gli appunti accanto, scrivendosi ogni singolo passaggio di ogni singolo episodio; e i nostalgici, quelli che hanno sofferto, aspettando settimane e mesi per una singola risposta. Il perché di questa barbara distinzione è semplice, ed è finalizzato alla comprensione del punto di non ritorno per ogni fan di Lost: il finale.
Ecco, vi vedo storcere il naso davanti al ricordo di quell’ultimo episodio, davanti alla delusione per non aver mai capito chi cavolo fossero i due tizi sepolti vivi, e perché Hugo non è mai dimagrito dopo sei stagioni in un microclima con una media di 40°. Voi, sì proprio voi, siete pregati di tornare sul vostro sito di streaming, quello che vi ha trasformati in un gruppo di persone senza cuore, di freddi calcolatori seriali, di Dalek.
Io invece il finale di Lost lo ricordo bene, e lo metto in quei momenti speciali tra lo scudetto della Roma e la prima fidanzatina alla medie. Come spesso accade per i migliori addii, ci si era riuniti tutti insieme, in silenzio, davanti ad una tv. Non la stessa di sei anni prima, ma un’altra con lo stesso valore. Muti, e un po’ terrorizzati dall’idea di vivere un momento che per tutti era un punto di non ritorno, un addio a un paio di amici con i quali avevamo trascorso l’adolescenza.
Quando mi si chiede «cosa ci trovi di bello nei telefilm?» sono solito rispondere «la certezza».
Beh, Lost è stata la certezza in quell’età giovanile fatta solo di incertezze e problemi. Perché guardando la telefonata tra Desmond e Penny il compito di greco era il nulla, un problema infinitamente minore rispetto a tutto ciò che avrei dovuto affrontare.
Se non mi credete, se pensate che la serie sia solo un pentolone di misteri irrisolti, cercate un montaggio delle migliori scene su Youtube; non troverete il fumo nero o altre cose del genere, ma morti, addii, personaggi che si ritrovano.
Mentre Jack chiudeva gli occhi per l’ultima volta, tutti noi ci chiedevamo come sarebbe stata la vita senza Lost – probabilmente anche le casse della ABC se lo chiedevano – come quando, dopo aver detto addio a qualcuno di caro, ci si sveglia una mattina con un enorme buco dentro.