Lipsky VS Foster Wallace e la frustrazione di essere il David sbagliato. Qualche parola su “The End of the tour”
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Lipsky VS Foster Wallace e la frustrazione di essere il David sbagliato. Qualche parola su “The End of the tour”

L’uscita di “The End of the Tour” ha sancito in maniera inequivocabile l’assurzione di David Foster Wallace a simbolo di una generazione, di un’epoca e di una maniera.

L’uscita di The End of the Tour (J. Ponsoldt, 2015) ha sancito in maniera inequivocabile l’assurzione di David Foster Wallace a simbolo di una generazione, di un’epoca e di una maniera.

Non mancano le difficoltà di valutazione, che sembrano dipendere in sostanza dalla complessità dell’operazione messa in pratica. Il prodotto cinematografico è di fatto il risultato di una triplice mediazione, per cui lo spettatore si trova costretto a procedere su più livelli: 1) il libro-intervista da cui il film è tratto (D. Lipsky, Come diventare se stessi, Minimum Fax 2012, versione italiana di Although of Course You End Up Becoming Yourself: A Road Trip With David Foster Wallace, 2010); 2) la figura (e l’opera, ma solo in seconda battuta) di Foster Wallace, da cui il libro ha preso spunto; 3) il film. 

 

L’intervista

The End of the Tour rende, in maniera sorprendentemente fedele, la sostanza di Come diventare se stessi. A Rolling Stone intuiscono che c’è uno scrittore che sta per fare un botto mai visto e che ci si deve muovere quanto prima per intervistarlo nella maniera più diretta possibile. Sembra quasi, tra le righe, che intuiscano che si ammazzerà (ma questa è una malignità). Mandano quindi al suo seguito David Lipsky, giovane reporter in rampa di lancio e promettente autore di racconti e romanzi che riceverà, negli anni a venire, diversi riconoscimenti provenienti dal mondo del giornalismo e della narrativa. Il cronista ha l’opportunità, non ancora trentenne, di passare cinque giorni a strettissimo contatto con il proprio scrittore di riferimento, quel David Foster Wallace che esercita su di lui un’attrazione quasi irresistibile e che più di ogni altro ne cattura l’attenzione. In questo consiste, in effetti, Come diventare se stessi: una successione di intense giornate nel corso del tour promozionale di Infinite Jest, durante le quali il ragazzo memorizza, registra e annota tutto l’annotabile. Ciò che ne risulta è una sorta di parziale biografia di Wallace, sbobinata e filtrata attraverso l’osservazione dello stesso Lipsky, la quale finisce per essere, a sua volta, una biografia di Lipsky resa tramite il filtro-Wallace. Con esiti piuttosto prevedibili e non propriamente fededegni. Alcuni esempi superficiali:

a) Lipsky gioca sull’omonimia che lo lega al suo idolo, facendo ricorso ad una simbolica “&” per effetto della quale sia Dave L. che Dave F.W. (Dave & Dave) sono alla ricerca del rispettivo posto nel mondo; b) pare che il giornalista attui un’autolegittimazione a farsi portavoce del “vero” DFW. Ma quanto ha senso che li immaginiamo amici? Il film sembra in quest’ottica assumere una posizione quasi neutrale, per quanto si chiuda con il monologo finale di Lipsky in pubblico («vedo Dave e me, eravamo giovani»), che arriva a definire i cinque giorni come «la miglior conversazione della mia vita»; c) quanto conta l’approccio da cronista di Rolling Stone? Cioè: quanto c’è, già in partenza, l’idea di avere a che fare con una sorta di rockstar, i cui aforismi tempesteranno i bagni delle scuole nel giro di pochi anni? Sembra un po’, in sostanza, la storia di uno cui quei cinque giorni hanno cambiato la vita. Di uno che ha molestato un depresso clinico spettacolarizzandone il dolore. Di un complessato, che sceglie di legare indissolubilmente la propria vita e la propria carriera ad un’icona. 

I “nuclei tematici” sembrano in parte confermare questa sensazione.

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Il Wallace “umano troppo umano” è parte essenziale di The End of the Tour. Fuma molto, anzi moltissimo: mastica pure del tabacco, all’occorrenza. E, mirabile visu, può anche capitare che lo faccia in compagnia. Ti ospita in casa, se ne hai bisogno, e per rilassarsi va addirittura a dei corsi di ballo, fregandosene di risultare potenzialmente goffo o fuori posto. Non solo: guarda un sacco di televisione, senza distinzione tra programmi di qualità e spazzatura. Sembra, anzi, propendere per la seconda tipologia. Ha dei cani, con cui gioca e che ama molto, quasi più degli umani. Mangia da Mc Donald’s, come un americano qualunque. Quando parla al telefono con la compagna di Lipsky, sua grande ammiratrice, parlano per più di un’ora (e Lipsky si ingelosisce da morire). Perché Dave è così: ha una parola per tutti, vecchi, bambini e pure animali.

Il Wallace “oscuro e pensoso” non può, a sua volta, mai venire meno, se è vero che parliamo pur sempre di un suicida. Il giovane Lipsky è colpito dal fatto di trovarlo in completo isolamento, il più lontano possibile da occhi, voci e persone in generale. Su questo punto, Segel dà il suo meglio: Dave ha un’immancabile ansietta pre-reading e prima delle “ospitate” radio-televisive; si arrabbia molto, ed è sul punto di esplodere, quando il malizioso reporter osa fargli domande circa il suo giovanile tentativo di suicidio, fallito al prezzo di un periodo di clausura forzata e farmacologicamente guidata. Dave è, ancora, un complottista-mitomane, quando pensa che Lipsky ci stia provando con una sua amica, tanto che redarguisce il giornalista per il solo fatto che questi ha chiesto – e ottenuto – la mail della ragazza. Dave ha l’angoscia, e ne ha a tonnellate, quando si trova a dover stare forzatamente a contatto con la curiosità dei suoi ammiratori, dai quali scapperebbe il prima possibile. Dave è un mentitore, e si altera parecchio quando si trova a dover rendere conto del proprio rapporto con l’eroina, che prontamente sminuisce. La cupa ironia di Dave lo spinge, infine, ad abbandonarsi a massime traducibili in «meglio i cani delle donne» o «i miei figli sono i libri».

C’è inoltre buon gioco per il Wallace “idolo generazionale”, più che mai distante da un qualunque tipo di umanizzazione. Ed è così che Lipsky si convince dell’esistenza di un rapporto in qualche modo privilegiato: nota quanto sia simpatico con i propri studenti ai corsi di scrittura creativa, si interessa – come tutti – delle ragioni di un vezzo estetico come la bandana, si emoziona come un bimbo quando, tempo dopo, riceve in regalo da DFW una scatola contenente una scarpa spaiata. Lipsky si spinge oltre, dichiarando al proprio eroe quanto quest’ultimo risulti fotogenico, o quanto teme che la sua donna preferisca Dave F.W. a Dave L., rivelando il vero problema di fondo di un rapporto narrato in senso dualistico, più che simbiotico. Non è un caso che DFW, salutando il proprio ospite, lo congedi esprimendo un dubbio più o meno in questi termini: «non sono [davvero] sicuro che ti convenga essere me». 

 

La figura (e l’opera) di David Foster Wallace

Senza la possibilità di prevedere con chiarezza il ventaglio di scenari prossimi venturi, è verosimile che The End of the Tour possa esercitare alcuni effetti sulla fruizione di cui godranno, in futuro, vita e opere di DFW. 

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Emergono, da questa triplice mediazione, molti dei caratteri fondanti della poetica del Foster Wallace autore di romanzi e racconti. E questi potrebbero essere, in una certa misura, sufficienti a tracciarne un profilo in senso letterario, limitandosi alle componenti del suo “stile” o ai temi ricorrenti. La casistica è tanto vasta quanto significativa: è il Wallace di Questa è lacqua, che esorta all’osservazione allo scopo di non limitare la gamma dei punti di vista al proprio punto di vista; è il Wallace di Una cosa divertente che non farò mai più, che viene pagato per scrivere un articolo sulle mega-navi da crociera e nota minuzie e particolari in numero tale che si troverà per le mani una mole di appunti pari ad un intero libro. Le torbide osservazioni sul male, sulle droghe, sulla dipendenza o a sfondo misogino rimandano, in prima istanza, alle Brevi interviste con uomini schifosi. All’anti-americanismo da americano, tema conduttore di varie opere, riconducono invece le riflessioni sulla serialità del cibo, dei prodotti televisivi e non, delle possibili attività umane: emblematiche (non di un’opera, ma di tutto il corpus) le scene al supermercato o in macchina. Tutto questo rinvia poi, e non può essere altrimenti, ad Infinite Jest, uno dei cui cardini consiste nell’idea, espressa senza mezzi termini in The End of the Tour, secondo la quale moriremo tutti davanti a un video, nel piacere inebetito del non far nulla (non parliamo poi del fatto che Infinite Jest è tecnicamente il titolo di un film che dà il titolo a un libro, ed è probabilmente il libro stesso ad essere concepito come uno scherzo infinito). Si verifica di fatto un’interazione tematica tra una pluralità di opere, senza che giustizia sia stata fatta per tutte quelle qui omesse (non solo The Pale King). L’arbitrio esegetico è dietro l’angolo, e non è necessariamente un male temere di ricadervi.

 

Il film

Alla base della scelta del soggetto operata dai produttori c’era una consapevolezza: a otto anni dalla morte di Foster Wallace, era uno scandalo che nessuno avesse ancora trasposto su pellicola un’opera di o un’opera su un personaggio tanto significativo nell’immaginario collettivo, trascurando per necessità il maldestro tentativo di riadattamento di Brevi Interviste con Uomini Schifosi (J. Krasinski, 2009), dal quale sono trascorsi sei anni e sul quale non sembra siano fioccate recensioni di un qualunque tenore. Si trattava, senza dubbio, di un’occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire, e non pare particolarmente cinico o immorale il fatto che qualcuno l’abbia fatto per primo. Questo vale anche a fronte della classica “corsa”, tipica degli scenari postmortem, a rivendicare un primato nella conoscenza (conoscenza anche diretta) del caro estinto, che conduce di regola – con pochissime eccezioni – al proliferare di documentari, lungometraggi, pubblicazioni ad opera dei necrologisti più scafati.

È un film ben fatto, c’è poco da dire, e poco cambierà nella sua versione italiana e doppiata. Notevoli le inquadrature, che rendono alla perfezione tanto i paesaggi del Minnesota quanto le aule in cui Wallace è costretto a passare tra una presentazione e l’altra. 

Ottime le scelte di cast, messo insieme con accuratezza. Il personaggio di David Lipsky, cioè il vero protagonista della trama, è interpretato da Jesse Eisenberg, noto ai più per essere stato Zuckerberg in The Social Network (e per essere stato uno degli allievi cui Kevin Kline infondeva la passione per i classici in Il club degli imperatori). La scelta è doppiamente vincente: non è solo un attore la cui notorietà ha conosciuto un picco in tempi recenti; è anche un volto che ben si adatta alle fattezze dello stesso Lipsky, del quale vengono riprodotti senza troppo sforzo il look e i lineamenti (non ci si può pronunciare sui modi). Ad onor del vero, andandosi a spulciare curriculum e filmografia del ragazzo, ormai prossimo ai 33, spiccano le collaborazioni – per restare sul mainstream – con Wes Craven e Woody Allen, senza contare i numerosi riconoscimenti e la poliedricità declinata tra cinema, teatro, doppiaggio e serie televisive.   

Venendo a Wallace, la questione era spinosa. Il fatto che lo scrittore fosse impersonato da Jason Segel generava, in automatico, il sospetto che sarebbe stato impossibile non pensare – ovvio – a quell’orsacchiottone dolce e inoffensivo di Marshall Eriksen, colonna portante di How I Met Your Mother. Il pregiudizio è, però, presto smentito. La scelta di Segel non è solo giusta: è clamorosamente giusta. Con un buon lavoro in fase di trucco, Segel finisce per essere in pochi minuti un personaggio la cui fisicità si avvicina di molto a quella di Wallace, cui si avvicina già per mole, per alcuni tratti somatici e per il colore dei capelli. Bastano una bandana, degli occhiali e dei vestiti sciatti perché il gioco sia fatto, tanto più che la prova d’attore è in questo caso esemplare (e non si dimentichi che c’è chi, in Italia, ha nel proprio ufficio la bandana originale di Wallace senza che per questo la sventoli a mo’ di bandiera). Ovvero: Segel ha l’ansia quando DFW ha l’ansia, Segel sbrocca quando DFW sbrocca, Segel ti inquieta quando DFW inquieta, nel libro, il proprio intervistatore, trattato, anche nella trasposizione, come un povero idolatra. Si attendono premi e future – ulteriori – consacrazioni. Menzione d’onore, tra gli altri, per Joan Cusack, che interpretando la minneapolitana Patty porta a casa un altro cameo di rilievo per una famiglia già pluripremiata con ragione. 

Infine, la colonna sonora. Un plauso va, prima di tutto, al curatore Danny Elfman: quello degli Oingo Boingo; quello che ha composto, assemblato e raffinato le O.S.T. di decine e decine di registi e committenti. L’atmosfera che emerge dal lavoro di Elfman si attaglia felicemente ai vari momenti del plot. Le scelte sembrano, anche in questo caso, non casuali. A parte i Felt, Tracey Ullman e i Fun Boy Three, Elf è diabolico nell’affidare buona parte del pathos ai REM: non solo perché fa ricorso ad un equilibrato mix di cupezza e pop, ma anche perché sembra trasparire, tra le righe, l’idea di voler riproporre parte dei gusti del defunto (senza dover tornare sui dettagli del ben noto legame Stipe – Cobain). Brian Eno è altro ottimo nome di cartello, come del resto i Tindersticks e la loro cover dei Pavement (che sì, è un false friend e non potrà mai voler dire “marciapiede”). Per ogni evenienza: The End Of The Tour” Soundtrack Features R.E.M., Felt, Brian Eno & Danny Elfman (ma si vedano anche le degenerazioni, come l’utente che non riesce a non tirare fuori lo status symbol – Elliot Smith in, per esempio, questo forum). Il colpaccio, però, è nell’aver inserito la Morissette – che nella OST non figura: è una botta molto grossa, che ci riporta ai gusti musicali di DFW e, al contempo, ai suoi gusti in fatto di estetica femminile. Celebre il discorso su Alanis: quante pornodive si possono davvero idealizzare in qualità di proprie compagne di vita, o anche solo partner sessuali? Con Alanis, dice DFW (e Lipsky registra, e annota), il discorso è diverso. Mancano, grazie al cielo, i Pink Floyd.

 

***

 

The End of the Tour è in definitiva un film che merita di essere visto. Senza dimenticare che un autore, di contro, merita in prima istanza di essere letto, affinché si limitino i danni di degenerazioni piuttosto frequenti e riassumibili forse in alcune domande: se un grande nevrotico, depresso e suicida è l’ideale per una pronta mitizzazione, qual è il prezzo di questa operazione? 

E poi, quanto e in che termini si parlerà di Wallace? O meglio: quanto si vedrà il film, in sostituzione della lettura dei suoi libri? Quanti hanno – sinceramente – letto un Trainspotting di Welsh o anche solo sfogliato un Pompeo di Pazienza, e qual è il rischio concreto che questo Wallace “filtrato” sia ridotto a un citazionismo alla stregua dello “spasso” di Spud al colloquio di lavoro, o dell’“Apocalypzi Nao” di Fiabeschi Enrico?

Perlomeno, avremmo forse trovato il modo di limitare i potenziali danni di un libro alla Come diventare se stessi. In attesa che qualcuno tenti il suicidio, cercando di ricondurre ad altro formato il libro di più di mille pagine e centinaia di note, dedicato alla ripetitività di uno scherzo senza fine.

E ancora: cosa sarebbe successo se questa morte fosse avvenuta nell’era dei social? Infine, ed è un obbligo: cosa avrà mai pensato, di tutta questa trafila, uno che magari ha avuto per le mani le ceneri di Wallace, tipo un Jonathan Franzen a caso? Senza poter disporre di risposte in tal senso, converrà, forse [come sapientemente consigliatomi da O. C., direttamente da dudemag, che ringrazio], partire da Lisola più lontana, scritto tratto da Più lontano ancora (Einaudi, 2012 – titolo originale Farther Away, con particolare riguardo alle pp. 36-43). 

Questo per dire che esiste almeno un’alternativa nota al punto di vista di Lipsky, alle cui pagine Franzen (che difficilmente avrebbe avuto bisogno di nobilitare la propria produzione letteraria facendo ricorso ad un qualunque genere di speculazione) fa da contraltare. Sembra emergere, da Lisola più lontana, l’immagine di un uomo disperato per la perdita di un amico: un uomo impegnato, in ogni modo possibile, ad alleviare il proprio stare al mondo cercando di fare il punto su una morte che non è niente di diverso da una disgrazia personale. Senza spazio per rivendicazioni circa il “vero” carattere di Wallace, né per mitizzazioni, idolatrie o considerazioni al miele su una persona «troppo bella per una vita da comune mortale». Si guarda con sospetto a sedicenti discepoli / depositari del verbo di un autore divenuto leggenda; traspare, in parallelo, la lucida disamina di uno scenario che è finito per coincidere, in tutto e per tutto, con quanto è venuto alla luce attorno alla figura di Wallace a seguito della sua scomparsa. Per fungere – in maniera pressoché definitiva – da messa in guardia contro le mistificazioni.

 

Alessandro Fabi
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