Cinema, Tv e teatro: Listone 2020 | Film
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Listone 2020 | Film

9 suggerimenti

Questo listone curato da Massimo Castiglioni, Marco D’Ottavi, Gaetano Giudice, Valeria Marzano, Maria Eleonora Mollard, Tommaso Naccari, Gilles Nicoli, Silvia Niro contiene i nostri 9 suggerimenti.

 

Susanna Nicchiarelli, Miss Marx

Non sarà il film più bello del 2020, ma questa pellicola merita una menzione per almeno due motivi: il primo è che la storia di Eleanor Marx dovrebbe diventare nota al grande pubblico tanto quanto quella del padre Karl; il secondo, che Nicchiarelli è la Sofia Coppola italiana e chi ancora non la conosce può approfittarne per recuperare la sua breve filmografia. 
Miss Marx è stato un grande successo a Venezia e un po’ meno nelle sale — per quel breve periodo in cui sono state fruibili — perché se è vero che la tecnica e il talento non mancano, la regia è perfetta, la colonna sonora super, ci sono anche degli eccessi di retorica e dei vuoti narrativi che non permettono davvero di appassionarsi alle vicende di questa grande donna e rivoluzionaria come meriterebbe. Ma in tempi di carestia sono piccole pecche perdonabili. [Valeria Marzano]

Giorgio Diritti, Volevo nascondermi

Senza mezzi termini, Volevo nascondermi di Giorgio Diritti è uno dei film italiani più belli di questi anni. Elio Germano, premiato a Berlino con l’Orso d’argento e qui probabilmente alla sua migliore interpretazione, è l’artista Antonio Ligabue. Nato a Zurigo sul finire dell’Ottocento, cacciato dalla Svizzera (dove visse per anni presso una famiglia adottiva) e trascinato in Emilia Romagna, nei luoghi natii del padre biologico, Toni è un uomo che vive di stenti, massacrato da problemi psicofisici e continuamente schernito dalla maggior parte delle persone. Qualcuno cerca di aiutarlo, scoprendo, allo stesso tempo, il suo straordinario talento per la pittura.

È la lacerante delicatezza con cui Diritti ha restituito la figura di Toni a imporsi immediatamente. È un uomo fragile, segnato da un forte desiderio di affetto e dal bisogno di dare forma alla sua creatività, unica risposta possibile a una vita di solitudine e dolore che solo parzialmente viene mitigata dalle persone che lo aiutano e gli sono vicine (e che insieme agli spazi naturali e urbani contribuiscono alla costruzione dello straordinario paesaggio che lo circonda).  [Massimo Castiglioni]

Josh e Benny Safdie, Uncut Gems

Adam Sandler, Netflix, un film claustrofobico, i fratelli Safdie, Kevin Garnett, The Weeknd e la cocaina (che sono sinonimi). Bene, ora che ci siamo tolti di mezzo tutti gli elementi che potrebbero aver reso grande questo film, concentriamoci su quello che effettivamente lo ha reso tale: il ritorno di Trinidad James. Sette anni dopo la sua one hit wonder, il nostro Trinidad torna a vestire i panni di sé stesso e a ricordare quello che poteva essere ma che chiaramente non è stato. Tvb Trinidad. [Tommaso Naccari]

Leigh Whannell, The Invisible Man

L’ultima volta che sono andato al cinema (lo so perché conservo tutti i biglietti) è stato il 16 febbraio per vedere Memorie di un assassino di Bong Joon-ho, riproposto in sala sulla scia del successo di Parasite agli Oscar. Una così lunga e forzata astinenza dal grande schermo avrebbe potuto rendere complicata la selezione di un film, invece è stato semplicissimo, perché tra i pochi nuovi che ho visto ce n’è uno perfetto per il 2020: L’uomo invisibile di Leigh Whannell. In origine metafora per stalking e relazioni tossiche, si è rivelato poi essere una più generale rappresentazione della possibile presenza in qualsiasi spazio di una minaccia invisibile, come un nuovo virus. Avvertono Thomas Elsaesser e Malte Hagener nel loro Teoria del film: «un problema cardine della teoria filmica è quello di considerarsi troppo spesso più intelligente dei film di cui tratta, pretendendo di insegnar loro (e ai loro spettatori) ciò di cui essi parlano “veramente”». In questo caso non è stata la critica ma il principale evento del 2020 a riscrivere il significato di un’opera cinematografica. Più film dell’anno di così è impossibile. [Gilles Nicoli] 

Olivier Marchal, Bronx

È stata una piacevole sorpresa scoprire Bronx, l’ultimo film di Olivier Marchal, comodamente a disposizione nel catalogo Netflix. Una sorpresa perché questo regista francese, a dispetto di film come 36 Quai des Orfèvres o L’ultima missione, non gode della fama che merita – complice forse l’essersi dedicato unicamente a un genere, il noir, di cui si è fatto straordinario interprete, o forse per la particolare durezza delle sue narrazioni –, ma la semplicità con cui si può accedere a quest’ultimo lavoro potrebbe anche contribuire a migliorare le cose.

Certo, bisogna ammettere che, pur trattandosi di un film di livello, non raggiunge le vette toccate precedentemente da Marchal: troppo esplicito in alcuni passaggi e troppo frettoloso in altri. Ma alcune sequenze e soprattutto i personaggi, costretti a compromessi terribili, a mettere in mostra quanto sottile sia il limite che separa poliziotti e criminali, e infine trascinati in una spirale di eventi che sembra inarrestabile, non possono certo lasciare indifferenti. [Massimo Castiglioni]

Pippa Ehrlich — James Reed, My Octopus Teacher 

Il documentario che vi farà sentire in colpa per tutti i panini col polpo fritto che avete divorato in Puglia nelle estati passate. My Octopus Teacher – in italiano Il mio amico in fondo al mare, perché se non ci mettiamo un titolo tradotto e adattato di merda non siamo contenti – parla di legami improbabili e sorprendenti, ma soprattutto di rispetto. Il film, infatti, non è solo il racconto di un’esperienza con tanti filmati belli e in HD; Craig Foster è empatico, discreto, persino malinconico, e offre una lezione preziosa anche a chi non programma di immergersi nell’oceano. [Silvia Niro]

Christopher Nolan, Tenet

Quando ho scelto Tenet come film del 2020 l’ho fatto pensando di mandare un messaggio scontato, ovvero: andate al cinema. È stato uno dei due film che quest’anno ho visto in una sala, in parte perché il mondo eccetera eccetera, ma soprattutto perché sono pigro e non vado al cinema mai e poi mai. Quando sono uscito ho subito detto «questo film te lo devi proprio vedere al cinema», che però ora che ci penso è una frase ridicola e non è il motivo per cui l’ho scelto come mio film preferito tra quelli usciti nel 2020. Ho scelto Tenet perché mi piacciono i film d’azione, mi piacciono i registi che sanno farli, anche se la trama fa a pugni con la realtà contingente. In realtà non mi interessa neanche troppo della trama, ovviamente non l’ho capita, non sono un genio, sono dovuto andare a strecciare l’enigma i giorni successivi, su internet con articoli e video, ma forse è anche questo il cinema nel 2020. Ho scelto Tenet perché la prima scena è bellissima, ti tiene col fiato sospeso, poi il film magari si perde qui e là, ma ci sono personaggi vestiti in maniera impeccabile, yacht, fuoristrada, esplosioni. Ho passato quasi tutto il 2020 chiuso in una stanza e vedere qualcuno muoversi nello spazio e nel tempo al posto mio è stato meglio di niente. [Marco D’Ottavi] 

Yoni Goldstein e Meredith Zielke, A Machine to Live In

 

Questo film non lo vedrete mai se non per grazia dei massoni di Karagarga. Presentato (online) al Torino Film Festival è un documentario sci-fi, un aborto, un doc contro natura che pare nascere dai tarocchi o dalle viscere della P2 o di uno sciamano illuminato. È la storia di Brasilia, di una città che prende il nome da un asteroide e una anomalia tra Giove e Marte; creata appositamente per attingere energia dal cosmo e al contempo mandare segnali a un universo indifferente. A Machine to Live In è l’equivalente cinematografico di un bottler (LSD): impossibile da spiegare deve essere sentito, vissuto a pelle. Ogni collega critico lo ha esperito in modo diverso. Le perfette simmetrie e il bianco accecante di Brasilia richiedono una cosa sola, quanto il documentario a tratti sperimentale, un atto di fede. E cos’è il cinema se non fede? [Maria Eleonora Mollard]

Pablo Larrain, Ema

A Ema i servizi sociali hanno tolto il figlio adottivo. Forse Ema non è una madre ideale. Ema è una ballerina di danza sperimentale, ma anche di reggaeton, che pratica per le strade, nelle piazze e sui tram di Valparaiso insieme alla sua gang. Ema agirà “al di là del bene e del male” per poter riavere suo figlio. Durante il suo percorso percepiamo un senso di straniamento, il perturbante che si insinua nei nostri corpi: lo “strano” come catarsi, questo “altro” (Ema) che vuole sgretolare le nostre invalidanti gabbie morali. Non siamo di fronte al solito Larrain concentrato sui temi sociali e politici del suo Cile –  che comunque anche qui ritroviamo, seppur sullo sfondo. Ema è un film colmo di desiderio, amore, piacere, sesso, fuoco, musica. Un film girato come se fosse un videoclip musicale – la colonna sonora è composta dal producer Nicolàs Jaar. Un film da ballare. [Gaetano Giudice]

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