[Occhio, spoiler in quantità] Se prendiamo per buono l’assunto per cui le serie tv (e la multimedialità in generale) forniscono una scappatoia verso un universo in cui ci sentiamo paradossalmente più coinvolti rispetto a quello in cui siamo costretti a vivere, allora Black Mirror è una delle serie tv più riuscite degli ultimi anni. Ovviamente la qualità di una serie non può dipendere esclusivamente dalla sua capacità di estraniarsi dal contesto e catapultare l’osservatore in una realtà diversa da quella quotidiana, eppure il successo di Black Mirror dipende in gran parte da questo suo approccio.
Nel corso delle sue prime quattro stagioni, Black Mirror è passato da fenomeno planetario e rivoluzionario a prodotto perduto nella valle perturbante dei telefilm. L’acquisizione della serie da parte di Netflix ha portato una virata verso un sensazionalismo più sciolto dalla critica sociale e di conseguenza episodi esplicitamente eccessivi e taglienti, come Messaggio al primo ministro o Orso Bianco, difficilmente torneranno a popolare l’universo della serie. Eppure, anche questa quarta stagione ci ricorda una cosa: Charlie Brooker è uno scrittore fantastico.
Con la sola esclusione di Metalhead, ambizioso esperimento nel quale tuttavia la suspense ricercata si riesce a percepire soltanto a sprazzi, i nuovi episodi miscelano la fantascienza intrinseca alla serie con una narrazione sbalorditiva in grado di costruire multiversi in cui le emozioni umane coesistono con una tecnologia molto lontana dalla nostra quotidianità.

TECNOLOGIA E NEVROSI — La credibilità delle tecnologie immaginate da Brooker non è mai stata un punto cardine per lo sceneggiatore. Lui stesso ammette che Black Mirror è un prodotto delle sue nevrosi — un modo raffinato per dire che la sua penna segue traiettorie tutte sue e la tecnologia è soltanto un mezzo per alimentare, quelle nevrosi. Pensate all’ultimo episodio di questa stagione, Black Museum: una figura visionaria e diabolica à la Rolo Haynes potrebbe esistere anche tra noi ma, se anche riuscisse a sviluppare una biotecnologia così sviluppata, andrebbe a sbattere contro una muraglia etica e burocratica prima di poter mettere una coscienza umana dentro un’altra persona o addirittura dentro una scimmietta di peluche. Questa puntata rimarrebbe un mero esercizio di stile, una nevrosi trasposta su piccolo schermo, se non fosse stato Brooker a scriverla: piatta per cinquanta minuti, negli ultimi dieci diventa probabilmente la costruzione narrativa più riuscita delle ultime due stagioni.

SUSPENSE — Dal suo esordio Black Mirror è riuscita a far innamorare il pubblico grazie alla sua capacità di non allentare mai il pathos della narrazione; anche quando i ritmi scendono, la sensazione è quella della calma prima della tempesta. Merito del regista? In parte, sicuramente. Merito degli attori? Certo che sì. La verità è che trovare il giusto connubio tra queste componenti senza un quadro generale di assoluto valore è impossibile. Crocodile ne è un esempio lampante. Secondo alcuni è una delle puntate più riuscite della serie, un po’ perché torna ad esaminare quella zona grigia che è la nostra mente incosciente, un po’ perché l’interpretazione di Andrea Riseborough (aka Mia Nolan) nei panni di una donna che per proteggere la sua carriera uccide quattro persone a sangue freddo è estremamente convincente. Ancora una volta il racconto è teso fino a rischiare di spezzarsi quando la donna decide di uccidere il bambino, il tutto per volontà di uno sceneggiatore che ha inquadrato un criceto come testimone cruciale del delitto. Sul serio? Un criceto? Si può scrivere una delle puntate migliori di una serie sfruttando un criceto come escamotage narrativo? Wow.

Un discorso simile vale per Arkangel, puntata che indaga il rapporto tra genitori e figli immaginando un futuro in cui un tablet è in grado di mappare la posizione di una persona, di mostrare ciò che questa vede e di oscurarle la vista nei momenti più delicati. Il risultato è qualcosa di molto simile a una puntata di Skins ambientata nel 2035, eppure la tensione dello spettatore rimane costantemente sollecitata. L’idea di presentare un problema (il tablet) per poi eliminarlo lasciando intuire il suo ritorno, richiede una scrittura raffinata, specialmente nei punti meno salienti — quindi buona parte della puntata.

REALTÀ VIRTUALE E LOVE STORY — Tutto questo parlare, serviva in fin dei conti soltanto per arrivare ai due grandi elefanti nella stanza: USS Callister e Hang the dj. Sul primo c’è veramente poco da dire se non che questa, dopo Playtest, diventa la seconda prova generale per quello che a parere di chi scrive sarà l’episodio definitivo di BM. La virtual reality, una delle ambientazioni preferite di Brooker, questa volta catapulta i protagonisti nello spazio cibernetico e allo stesso tempo nello spazio vero e proprio, omaggiando Star Trek in tutti i modi concepibili e cercando di sfumare il più possibile la differenza tra vita reale e realtà virtuale. [L’altro giorno ero al bar con degli amici e uno di loro mi ha confessato di non aver capito se USS Callister finisca bene o male. Ad una frase del genere Brooker sogghignerebbe soddisfatto.]

Hang the dj non è certamente l’episodio più sconvolgente, non lascia con il fiato sospeso, rimane un po’ alla periferia dell’universo Black Mirror. Eppure è davevero difficile non innamorarsi di puntate scritte con tanta abilità. La maestria di Brooker — San Junipero, Be Right Back — in queste love story è proprio la capacità di lasciar fare allo spettatore, svolgere il solo ruolo di lente d’ingrandimento senza però forzare gli eventi. Il determinismo strisciante di Hang the dj («tutto accade per una ragione») ci porta sin da subito a tifare contro il sistema, ma allo stesso tempo non sopprime la nostra speranza che sia il sistema stesso a mettere a posto le cose. Un sentimento ambivalente che a tratti proviamo per le app di incontri: nemiche del romanticismo, amiche quando riconosciamo i limiti del nostro processo decisionale, lasciando fare a un “coach” un po’ meno invasivo. Costruita sapientemente, personaggi che rimangono credibili per l’intero arco narrativo: se Charlie Brooker non è un genio, allora questa etichetta a quale autore dovrebbe essere appiccicata?