Vincenzo Natali
USA – 2003
Quando vederlo: venerdì
Orario: pausa pranzo
Cosa mangiare: insalata di tofu
Cosa bere: acqua frizzante fatta con la frizzina
Per una visione senza audio: Okkervil River – For Real
Ok domanda a bruciapelo: esiste il nulla? Se ci pensate bene è una contraddizione in termini perché se è nulla come fa ad esistere? E poi come facciamo a definirlo? È una nostra invenzione? E se invece non lo fosse? E se il nulla avesse un colore un sapore, una pressione atmosferica ed una temperatura? Il nulla è la morte? La fuga dal mondo puzzolente e invivibile? A farmi anni fa queste domande di notte nel mio letto avevo la netta sensazione di essere inghiottita e digerita dal materasso, per un momento vivevo quella sensazione di nulla e non vi dico come stavo. Vincenzo Natali, a differenza mia, ama giocare con il paradosso. Più che un regista lo definirei quasi uno scienziato pazzo che, come succede con le cavie, obbliga i suoi personaggi a muoversi all’interno di stretti labirinti di plexiglas. Si diverte a pasticciare con la genetica come in Splice. Immagina luoghi surreali, estremi, insidiosi e comandati da leggi matematiche come in The Cube. Abbandona i suoi personaggi in stanze bianche, dove non ci sono finestre, porte, linee, nulla. Nothingè una commedia che ho avuto il piacere di trovare, spulciando tra i film presentati a quel bel festival di Toronto che ogni anno assicura piccoli gioielli.
«The events portrayed in this motion picture are true.». «Once again, and it cannot be stressed enough, it is vitally important to understand that every single thing in this movie is true.». «Totally and completely true.?Thank you.».
E con quest’intro Natali vuole raccontare uno scherzo che la fisica, il destino o il buon Dio ha voluto giocare ai due malcapitati protagonisti della storia, ma anche allo spettatore stesso, invitato a credere a una vicenda surreale e pazzesca. Il nulla più completo è la dimensione in cui si ritrovano Andrew, un agorafobico agente di viaggi online e Dave, il suo amico d’infanzia e coinquilino loser (interpretato da David Ian Hewlett, onnipresente nelle pellicole del cineasta italo-canadese), dopo che la polizia e un’impresa di demolizioni sta mettendo a repentaglio la loro monotona vita. Avvolti da una luce bianca e da un ambiente privo di dimensioni spazio-temporali i due si ritroveranno a riempire questo vuoto con le loro spedizioni alla ricerca di un qualcosa. Credo che in fondo il film possa essere un profondo e divertito sguardo sulla solitudine e il disagio. Foster Wallace ricordava come aprirsi agli altri, al mondo, profumandoci di generosità e di interesse verso chi sgomita con noi ogni giorno, fosse un modo per renderci liberi. Ma secondo me gli altri sono spesso brutti, sporchi e cattivi. Non so bene cosa fare. Natali qui suggerisce che rimanere appesi alla propria limitata sfera dei sentimenti lasciando fuori il resto del mondo, ci fa rinunciare a tutto ciò che esso può offrire di bello e gratificante. Di sicuro la visione è valsa di più di una delle mie tante sedute terapeutiche, se Natali avesse ragione ed il nulla fosse veramente come lui lo immagina forse mi farebbe meno paura, e sdrammatizzare, paragonandolo ad un tofu infinito, un po’ mi solleva. 


