Paddy Considine
Irlanda– 2011
Quando vederlo: mercoledì
Orario: 21:30
Cosa mangiare: noccioline
Cosa bere: birra
Per una visione senza audio: The Leisure Society – We Were Wasted
Era un po’ un’incognita decidere di trattare un’opera prima, oltretutto di un attore certamente bravo, ma non necessariamente bravo anche dietro la macchina da presa. Paddy Considine non sarà certo un rivoluzionario della cinematografia contemporanea (d’altra parte chi lo è?), ma questo suo Tyrannosaur è certamente un ottimo inizio e lo attestano anche i numerosi premi e nomination al Sundance e al BAFTA.
È la storia di Joseph, un vedovo disoccupato con problemi di alcol e di gestione della rabbia, che un giorno raggiunge l’apice del suo delirio uccidendo a calci il proprio cane. Nei giorni seguenti incontrerà Hannah, una donna mite, devota alla fede cristiana e vittima delle angherie del marito squilibrato. I due inizieranno ad aiutarsi nel tentativo di salvarsi dalla loro natura che sembra condannarli ad una difficile esistenza. Esistono però segreti che potrebbero portarli a cadere nuovamente vittime di loro stessi.
Il personaggio principale è interpretato da Peter Mullan ed io non sarei stata in grado di immaginare nessuno più adeguato per quella parte, con quella sua faccia che sembra intagliata nel legno e quel suo carisma naturalmente percepibile; ci offre una grandissima prova attoriale, una di quelle a cui ormai ci ha abituato. Hannah è invece messa in scena da Olivia Colman, attrice non molto conosciuta dalle nostre parti (ma devo dire che un paio di applausi mentali per l’interpretazione della donna fragile e instabile me li ha strappati).
Il film ritrae lo squallore delle periferie irlandesi e racconta quanto possa essere difficile vivere quando sei nato nella working class; fa una grande tenerezza il personaggio del figlioletto di Joseph. La madre se ne va in giro accompagnata da una specie di hooligan iperanfetaminizzato. Il padre è quello che dicevamo prima, sempre ubriaco, assente – quanta tristezza in quegli occhi.
Denso, realista, di una durezza che spesso sconcerta, ma che non necessariamente vuole estendersi alla vera e propria critica sociale come da tradizione loachiana. La storia a tratti si connota di una potente dimensione intimistica. Facile soffrire con i protagonisti, perché aldilà della storia qui narrata, certamente estrema, tutti sappiamo cosa vuol dire vivere nei rapporti, subire o commettere errori dolorosi. Le ferite lacerano l’anima e anche quando si rimarginano non ci permettono più di tornare gli stessi.
La geografia dell’amore prevede un continuo mutamento di prospettiva dove spesso ci si perde tra l’amore verso noi stessi ed il nostro sacrificio in nome della persona amata, tra quello che siamo e quello che vorremmo rispecchiare nell’altro, tra quanto ci si voglia salvaguardare scappando e quanta voglia si ha di dire, ancora, di sì. E il cinema serve anche a questo: a farci compagnia, a farci sentire meno soli, stupidi e incompresi.
