Cinema, Tv e teatro: Muta Imago — Una scena fatta di realtà
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Muta Imago — Una scena fatta di realtà

«La sfida è quella di riuscire ad attivare un’analisi, creativa, emotiva e narrativa del reale a partire dall’elaborazione e dalla trasformazione delle tracce che ci circondano dello stesso, siano queste ricordi personali, oggetti, interviste, resoconti di processi o scambi di mail.»

È dal 2006 che Muta Imago — formazione guidata da Riccardo Fazi (drammaturgo e sound-designer) e Claudia Sorace (regista) — porta in giro per i festival e le rassegne, italiane e non, i propri lavori. Partiture di luci e ombre, tappeti sonori, stralci di interviste, oggetti personali, video, corpi che danzano, voci soprano rubate alla lirica contemporanea. Nel teatro dei Muta Imago vive una sorta di democrazia linguistica nella quale l’eterogeneità degli elementi scenici trova una precisa collocazione e inizia a narrare storie, sempre un po’ più ampie di quello che potrebbero sembrare. La scena diventa un atlante fatto di piccole fototessere eloquenti, che parlano del rapporto tra un Io e il suo tempo.

Polices!, col testo di Sonia Chiambretto, — prodotto da Short Theatre nel contesto di “Fabulamundi. Playwriting Europe, in scena lo scorso 14 e 15 settembre alla Pelanda durante l’unidcesima edizione del festival romano — calza a pennello nel quadro della produzione di Muta Imago. Una raccolta di materiali d’archivio francesi di epoche diverse, collezionata dall’autrice, che riportano diverse testimonianze sulla polizia e sui suoi rapporti con la società e i cittadini. Muta Imago ridà corpo a questi materiali con un dispositivo scenico fatto di schermi e microfoni, in cui si inseriscono la voce e il corpo della performer e cantante Monica Demuru, ricostruendo per gli spettatori i contesti reali che li hanno prodotti, con il loro carico di sensazioni ed emozioni.

 

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Riccardo e Claudia, voi lavorate insieme ormai da più di dieci anni. Di questi tempi, avere un proprio progetto — artistico e non — e portarlo avanti con continuità negli anni a molti può sembrare un’utopia. Farlo in un ambito così complesso come quello delle arti performative italiane assume quasi dei tratti fantascientifici. Cosa ha significato per voi fondare una compagnia teatrale? Come nasce Muta Imago? Che percorsi personali ci sono alle sue spalle?

È una bella domanda, questa sugli inizi. Uno non si chiede mai perché comincia qualcosa, spesso perché iniziare è sempre un gesto improvviso che arriva quasi inatteso, senza apparente premeditazione, che si autogiustifica tramite l’azione stessa del compierlo. In realtà dietro c’è sempre un profondo processo di elaborazione e accumulo. Così è stato per noi: io e Claudia venivamo ognuno dalla propria scuola (lei diplomata alla Paolo Grassi a Milano, io laureato in lettere), e avevamo alle spalle anni di assistenza alla regia (Claudia per Gabriele Vacis, io per Caden Manson, del Big Art Group), anni di crescita incredibile, di raccolta, di lontananza. Quando ci siamo incontrati, a Roma, un pomeriggio di ottobre, ci siamo detti, adesso iniziamo a farlo noi, a farlo insieme e vediamo se abbiamo davvero qualcosa da dire. Fondare una compagnia teatrale significava questo, all’inizio: creare le giuste circostanze, assieme ai giusti compagni di viaggio per gettarsi selvaggiamente in un cammino di scoperta di se stessi e delle proprie capacità. Senza progetti a lungo termine. Se non quello di cambiare il mondo, ovviamente.

 

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Il processo di creazione e il lavoro sui linguaggi del contemporaneo appare sempre piuttosto misterioso per il pubblico. In particolare, parlare di drammaturgia al di là di un testo scritto e di una trama continua a risultare incomprensibile. Nel teatro di Muta Imago colpisce la cura riservata alla manipolazione di forme espressive diverse, con la quale si genera un racconto che emerge anche esteticamente dalle materie utilizzate. Come se tutto ciò che entra in scena sia funzionale allo sviluppo drammaturgico non solo per quello che dice ma anche per il come lo dice. Come nascono i vostri lavori? Come lavorate sui materiali scenici e sui linguaggi?

Anche qui, chi lo sa perché ci si sente attratti da qualcosa. Certo è che i nostri lavori partono sempre da un sentire personale nei confronti di quello che accade nel presente che ci circonda. Sembra banale, ma non lo è: si tratta di osservare (soprattutto osservarsi) per arrivare a comprendere cosa è che mi tocca di tutto quello che vedo, di tutto quello di cui faccio esperienza. Cosa mi emoziona? Può essere un libro, un’immagine, un’audiocassetta o un attentato terroristico. Questo evento ha delle possibilità narrative? Ha senso  che io ci metta mano, lo trasformi, lo prenda per farne uno spettacolo o una performance? (ciò che è già molto bello di per sé, andrebbe lasciato in pace più spesso di quanto si faccia). Ci vuole tempo per capire cosa ci muove veramente. Poi ci si mette al lavoro. Da quel momento in poi tutto scorre parallelo: intendiamo la drammaturgia come drammaturgia della scena, dove ogni elemento che viene messo in campo concorre in egual modo all’obiettivo di raccontare una storia nella maniera migliore. Non c’è gerarchia tra testo, luci, musiche, lavoro del performer, movimento o scenografia. Tutto ha la stessa importanza, perché la cosa più importante è creare un universo che sia coerente in tutte le sue parti. Ognuno di noi è specializzato nel suo universo di riferimento: Claudia ha le visioni e parla con gli esseri umani, io bisticcio con i suoni e le parole, poi ci sono i compagni di viaggio come Maria Elena [Fusacchia] che crea i video e che dà forma ai mondi e Chiara [Caimmi] che li mette in movimento. Questa è la bellezza più grande del teatro che vedo oggi: la possibilità (e la fatica) di creare mondi interi a partire da uno spazio vuoto. Avere la possibilità di abitare uno spazio vuoto e di riempirlo come si vuole.

 

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Si dice spesso che le opere del teatro contemporaneo possono risultare autoreferenziali e chiuse in se stesse. I vostri lavori, però, sembrano spesso far emergere una vocazione politica, coinvolgendo temi “impegnati”, anche quando prendono spunto da storie individuali. Polices! in questo senso non fa eccezione. Ci sono alcuni tratti che tornano nei vostri ultimi lavori: la scelta di partire da punti di vista “reali”, in un racconto intimo ma che diventa collettivo, la presenza della voce (penso ad Hyperion del 2015 ma anche allo stesso Antologia di S.). Partire da un punto di vista “minore” implica a volte la scelta di un tono lieve, ma anche una presa di posizione rispetto a un’idea di comunità e di società. Per voi, quali sono le caratteristiche che rendono lo spettacolo dal vivo adatto a raccontare la realtà e a intervenire su questa?

Credo ci sia in questo momento uno spostamento in atto nel concetto stesso di utopia e di politica nell’arte.

Mi sembra che la grande possibilità che ha il teatro e l’arte in generale in questo momento sia quella di poter proporre un nuovo modo di concepire il cambiamento e la possibilità di utopia. Non più sognando e creando degli “altrove” che rappresentino l’ideale rispetto a un reale che si rifiuta in quanto tale, ma creando delle possibilità nuove di entrare in relazione con il reale, senza però dimenticare mai l’ideale, il sogno che mette in movimento. Per questo motivo, ad esempio, in questo momento della nostra ricerca siamo molto interessati al lavoro a partire da tracce reali piuttosto che da materiali letterari. La sfida è quella di riuscire ad attivare un’analisi, creativa, emotiva e narrativa del reale a partire dall’elaborazione e dalla trasformazione delle tracce che ci circondano dello stesso, siano queste ricordi personali, oggetti, interviste, resoconti di processi o scambi di mail.

Lo spettacolo dal vivo, rispetto alle altre arti (e includo tutto ciò che contiene un elemento di liveness, quindi la musica, i concerti, l’arte performativa etc.) credo oggi abbia una possibilità maggiore di attivare questo scarto nei confronti del reale, proprio per tutte le sue anacronistiche caratteristiche: è politico e utopistico il suo tentativo di sopravvivere ogni sera, l’orizzontalità degli elementi che lo costituiscono, il gesto di creare comunità di pensiero aperte e accoglienti, l’incontro che permette nell’esperienza spettatoriale dal vivo.

 

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Questo spettacolo nasce a partire da un contesto produttivo molto preciso. C’è un festival, Short Theatre, che non si limita a fornire ai progetti artistici e di ricerca delle finestre di visibilità al pubblico, ma si impegna direttamente a sostenerli, co-producendoli e inserendoli in circuiti internazionali virtuosi — come fanno sempre più spesso diversi festival italiani. Nel caso di Polices! l’altra coordinata è quella di “Fabulamundi. Playwriting Europe”, progetto europeo sulla drammaturgia europea, il cui main partner è PAV — realtà romana che dal 2000 collabora con teatri e compagnie nella realizzazione di progetti culturali. Che impressione avete dei meccanismi con cui funziona in questo momento il sistema del teatro e delle arti performative in Italia? Che ruolo svolgono i progetti europei, e quanto invece è importante la “scena” locale, in questo caso romana?

Oddio. Il domandone.

L’esperienza di questi ultimi anni mi ha fatto capire che non esistono solo i meccanismi, ma che esistono soprattutto le persone. Sono le persone che costruiscono il meccanismo, e che riescono anche, tra mille difficoltà, eventualmente a modificarlo, a migliorarlo. E il contrario. Si tratta di capire chi è che fa funzionare bene le cose e dargli spazio, di far incontrare strade e percorsi simili, ma anche di avere il coraggio di proporre nuove direzioni che possano incrinare le certezze su cui il potere ama posarsi. L’Europa, i progetti europei, mi sembra che stiano giocando un ruolo sempre più importante. Avere a che fare con l’Europa significa relativizzare in continuazione il proprio fare, metterlo in discussione  a un livello più alto, farlo dialogare con decisioni prese altrove. Si tratta di scelte, ovvio, ma è importante che ci sia qualcuno che scelga. Altrimenti è il caos della falsa democrazia populista dentro al quale rischiamo mai come oggi di cadere.

La forza di questi stati uniti europei è proprio nella possibilità che offre di far incontrare storie locali con la grande storia generale, di offrirci la possibilità di appassionarci alla vita di due contadini di Chernobyl o alle gesta della polizia francese così da poter vedere noi in queste storie. L’Europa, con tutti i suoi stati, le sue vite, i suoi ideali, la sua crisi, le sue paure, mi sembra il luogo perfetto, oggi, per costruire narrazioni.

Come diceva Stanislaw Lem, non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi.

E lo diceva mentre viaggiava verso Marte.

 

Le foto dello spettacolo sono di Claudia Pajewski.

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
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