Cinema, Tv e teatro: Nascere, crescere, opporsi: “Favolacce” e i figli degli adulti infelici
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Nascere, crescere, opporsi: “Favolacce” e i figli degli adulti infelici

Il film dei fratelli D’Innocenzo è uno schiaffo in faccia all’incapacità di amare, al benestare finto e grigio dei giardini curati e dei sedili comodi delle auto spaziose, all’infelicità percepita come normale.

Di adulti infelici ce ne sono tanti. La loro presenza il più delle volte non sorprende e, se si ha la malaugurata occasione di incrociarne il percorso, si tende a giustificarli: avranno le loro ragioni, i loro traumi, saranno stati figli di adulti infelici. Di cause dietro gli adulti infelici ce ne sono tante; di conseguenze, pure.

Essere ragazzini in un contesto infelice è una condanna, è una favolaccia, una fiaba senza magia e senza lieto fine. Ci vorrebbe qualcuno capace di spiegare ai “grandi” che i silenzi non sono carezze né tantomeno spiegazioni, che gli insulti non sono insegnamenti e che le urla non sono lezioni, ma quel qualcuno capita sempre che non c’è.

Quello che si vive non corrisponde mai a quello che dovrebbe essere vissuto, e toccare questa certezza con mano, giorno dopo giorno, dà un grado di consapevolezza di sé e degli altri che dovrebbe essere raggiunto solo molto più in là. Avere la sfortuna di essere circondati da adulti che sono «i primi a non divertirsi», intolleranti al dialogo, alla delicatezza, alla serenità e alla gentilezza, lascia un segno che non va via, brutto come una torta di compleanno tagliata male.

 

L’inesistenza dell’affetto

Per l’intera durata di Favolacce, le dimostrazioni di affetto dirette e indirette sono totalmente assenti, non pervenute in nessuna delle famiglie. Al loro posto troviamo distanze fisiche incolmabili e un bel cocktail di urla, strattoni e calci.

C’è una sola sbilenca eccezione, incarnata dal padre di Geremia. Il suo è un affetto immaturo e abbozzato, goffo, maldestro, che però veicola un messaggio: tu appartieni a me, io mi accorgo di te e, soprattutto, trovo che mi somigli. «Sei come me!» ripete urlando come un matto quando, gonfio d’orgoglio, lascia guidare il Fiorino rosso a suo figlio. Il padre più ragazzino di tutti alla fine dimostra di essere quello più comprensivo: si accorge che qualcosa non va e trova un modo per sradicare il figlio da quel contesto storto. Nonostante abbia costruito una bomba, Geremia non viene punito; al contrario dei suoi coetanei, guadagna un po’ di complicità, ha il lusso di ricevere qualche sguardo, qualche sorrisetto e una sorta di stabilità, anche se dall’anima nomade. E infatti sopravvive.

 

L’importanza degli alleati

Da ragazzini, la possibilità di contare su un alleato è cruciale. Avere qualcuno con cui passare il tempo, ridere, esplorare, intimidirsi, condividere la disperazione e pianificare la fuga (reale o immaginaria che sia) è indispensabile per reagire. Nel film, Dennis e Alessia sono fratelli e da sempre alleati, Viola e Geremia lo diventano, Ada tenta di legare a sé Dennis ma senza successo; tutti, però, hanno un alleato invisibile: il professore. La situazione precipita quando la preside decide di sostituirlo, per aver fornito agli allievi indicazioni su come costruire una bomba. La preside non si preoccupa di agire oltre il dovuto, non si cura affatto del disagio dei ragazzi e del loro stesso insegnante: rappresenta un’istituzione e si comporta da tale, prendendo provvedimenti senza la minima intenzione di sporcarsi le mani.

Il professore è un altro “grande” infelice e insoddisfatto: lo vediamo, sciatto e con lo sguardo allucinato, lamentarsi di problemi inconsistenti e dare una mano a quei ragazzini che, molto probabilmente, rispecchiano con dolore il suo stesso vuoto. Non li indirizza verso una strada migliore, non dà loro la forza per sperare di cambiare le cose: non ne è in possesso nemmeno lui, quindi si limita ad assecondarne le richieste, offrendo loro un modo pratico per mettere un punto senza andare a capo. 

La rassegnazione delle madri

Se i padri sono dei personaggi ingombranti, irrisolti, tristi, incazzati e sopraffatti dalle loro stesse vite, le madri di Favolacce sono insoddisfatte e rassegnate al loro destino. L’unica madre che non si rassegna è Vilma, la ragazza bionda del mercatino e della mensa, con la quale Dennis tenta (invano) di creare una sottospecie di legame. La maternità non le è mai andata giù: durante la gravidanza fuma, dopo il parto cerca pace in spiaggia, rinchiude la neonata in macchina, mentre canta prende atto dell’insostenibilità della sua condizione e si ritira dal futuro mediocre che l’aspetta, diventando insieme al partner una tragica notizia di telegiornale.

«Non tutto va sempre come vuoi… Anch’io da piccola volevo scappare». La breve conversazione tra Alessia e la madre durante la scampagnata a sorpresa incoraggia le teorie silenziose dei due fratelli e mette il sigillo finale alla loro decisione. Lei e Dennis non vogliono diventare quel tipo di adulto che spaccia un buco nero per normalità; non è la vita che desiderano e non permetteranno all’infelicità altrui di lasciargli addosso quel marchio brutto e indelebile. Allo stesso tempo, non possono correre il rischio di andare via ed essere riportati indietro, quindi scelgono una soluzione drastica, definitiva. E lo stesso faranno separatamente anche Ada e Viola, senza un compagno di viaggio.

Favolacce è la storia di una costellazione di ragazzini infelici che cerca e trova una via d’uscita alla propria inermità imposta. È uno schiaffo in faccia all’incapacità di amare, al benestare finto e grigio dei giardini curati e dei sedili comodi delle auto spaziose, all’infelicità percepita come normale.

Silvia Niro
Silvia Niro
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