Cinema, Tv e teatro: Netflix sta vincendo, senza avversari
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Netflix sta vincendo, senza avversari

Sulla mia pelle il film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi è stato sulla bocca di tutti, in parte anche per le modalità attraverso cui il film in questione è stato fruibile. Non dovrebbe esservi sfuggito nemmeno l’epilogo del Festival di Venezia, con il trionfo di Roma di Alfonso Cuarón, ennesimo assist per […]

5 Ott
2018
Cinema, Tv e teatro

Sulla mia pelle il film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi è stato sulla bocca di tutti, in parte anche per le modalità attraverso cui il film in questione è stato fruibile. Non dovrebbe esservi sfuggito nemmeno l’epilogo del Festival di Venezia, con il trionfo di Roma di Alfonso Cuarón, ennesimo assist per chi vede la settima arte sempre più succube dell’evoluzione digitale.

Il film di Alessio Cremonini e l’opera in bianco e nero di Cuarón hanno una cosa in comune: sono entrambi film Originali Netflix.

Negli ultimi mesi il rapporto tra cinema e nuove piattaforme streaming ha generato una polarizzazione (e ti pareva) da cui è difficile sfuggire; se da una parte siedono i cultori dell’arte cinematografica, ostili a ogni forma di contaminazione capitalistica del prodotto, dall’altra sogghignano coloro che grazie a queste nuove modalità di fruizione hanno fatto i big money, senza chiedere il permesso, ma soprattutto senza preoccuparsi di un passato che difficilmente tornerà a fare capolino.

Già, perché la verità è che da Netflix non si torna indietro. L’azienda statunitense  è indebitata per miliardi di dollari, fattura miliardi di dollari, spende miliardi di dollari in produzioni originali (non solo americane), ma soprattutto si ritrova con un più di 130 milioni di abbonati. Un’enormità.

Se Netflix assurge un po’ al ruolo di Cristoforo Colombo, numerosi altri esploratori del World Wide Web si sono tuffati per cucire tv e cinema sulle misure del cliente. Sky ha lanciato la sua piattaforma online NOW TV, Mediaset ha creato Infinity, Tim ha investito su TimVision, Amazon ha scommesso forte su Prime Video; e poi ci sono Hulu e Freeform, esclusivamente dedicate alle produzioni seriali ma che non necessariamente rimarranno confinate in quel campo in eterno. Persino Youtube ha recentemente creato una sua piattaforma a pagamento con film, serie tv, show, tutte produzioni originali. Salvo una tempesta elettromagnetica capace di spazzare via tutte le connessioni del mondo, sarà necessario spostarsi da posizioni estremiste e concentrarsi invece sul costruire un dibattito che aiuti un’industria patologicamente in crisi a risollevarsi.

Le accuse rivolte a Netflix e ai festival che ne alimentano la popolarità — si suppone a discapito dei film non “netflixiani”, anche se ad oggi il rapporto è ancora pesantemente a vantaggio delle sale — sono arrivate dalle principali associazioni di categoria e vertono principalmente su due tematiche: l’impossibilità per un film di Netflix di raggiungere il “grande pubblico” e creare quel pathos non replicabile sul laptop o sulla smart tv, e il danno economico alle sale cinematografiche e ai lavoratori del settore

Partiamo dal primo assunto che mi sembra di più facile eviscerazione. Per quanto io sia un millenial (qualsiasi cosa voglia dire), cresciuto con l’idea che nessun veicolo è più potente della rete, mi sembra alquanto difficile identificare il “grande pubblico” con le persone che vanno con una certa costanza nelle sale cinematografiche. Parlare oggi di “grande pubblico” vuol dire rivolgersi a quelle persone che guardano i film, tutti i film, belli o brutti che siano, e questo tipo di spettatore non andrà a spendere soldi al cinema. Molto più probabile che il film lo guardi sul divano, da solo o in compagnia, su Sky o su Netflix: l’abbonamento a Netflix più economico costa 7,99 euro al mese, senza vincoli contrattuali, praticamente quanto un biglietto del cinema in un multisala (forse anche meno). Il “grande pubblico”, si presume abbia un contratto con un fornitore di telecomunicazioni che gli consenta di navigare su internet (ma anche il piccolo pubblico, ma anche qualsiasi pubblico), di conseguenza rendere disponibile un film su Netflix è il modo più efficace per far sì che quel film sia guardato da più gente possibile.

Diventa più complesso il discorso intorno alla cultura del cinema, intesa come momento di aggregazione davanti a un maxischermo con decine di sconosciuti con cui condividere quella gravitas impossibile da replicare in un salotto o sdraiati sul letto.

È vero, lo streaming in alcuni casi può amputare una parte latente del film, con danni all’opera del regista e degli autori. A me per esempio è capitato con Blade Runner 2049. L’ho visto sul laptop, con le cuffiette, mi sono reso conto che tutta la potenza intrinseca di quel film scivolava via minuto dopo minuto senza riuscire a darmi una spiegazione razionale. Bisogna ammettere, molto serenamente, che ci sono alcune produzioni che necessitano della sala e del maxischermo, ma non è una motivazione universale. Di recente ho visto Sulla mia pelle, un film che ti riempie di rabbia e anche di paura. L’ho visto sul laptop, senza cuffiette e non credo potesse essere più potente di così. Non dico che in sala perda qualcosa, semplicemente anche sul piccolo schermo rimane un’opera necessaria, urgente, che ti arriva addosso. C’è chi parla di mancanza di comunicazione, di condivisione, ma io quella sensazione proprio non la volevo condividere, volevo sentire il male che faceva senza disperderlo. Se avessi voluto comunicare mi sarebbe bastata una telefonata, un messaggio; «eh ma in sala è diverso», sì, nel senso che una volta finito il film se ne parla per tre, quattro minuti, il tempo che si riattivi il 4G per tornare su Instagram, o vedere com’è finita la partita. I cineforum (specialmente sui film pop) sono sempre più rari e questa cosa della condivisione mi sembra più una scusa dietro la quale nascondersi, il dito per non vedere la luna. Qual è la luna quindi? Si torna alla seconda obiezione, quella del danno economico alle sale cinematografiche e ai lavoratori del settore.

Questa cosa è squisitamente italiana. Dare la colpa al “figlio di”, dare la colpa all’arbitro, lamentare non meglio precisate ingiustizie del sistema, tutte situazioni che rispondono a una casistica molto più limitata di quello che il senso comune trasmette. Il cinema italiano non è in crisi per colpa di Netflix, ma per colpa di Checco Zalone.

Intendiamoci, non ho nulla contro Checco Zalone, se confeziona film che incassano al botteghino bravo lui, però lamentarsi perché i prodotti di qualità li fanno altri mi sembra una follia. Sulla mia pelle è nato come un progetto indipendente, firmato Lucky Red e distribuito da Netflix per scelta aziendale, il che vuol dire che Lucky Red ha ritenuto quella di Netflix l’offerta più vantaggiosa a livello economico e di diffusione (il servizio è presente in 190 paesi). Avere il potere economico di Netflix aiuta, però evidentemente non c’è stato tutto questo interesse da parte di chi adesso protesta. Netflix è arrivato e ha portato via il bottino. E gli altri? Gli altri appunto si battono per l’arte ma aspettano il nuovo Natale daqualchepartebastachevenda che possa rimpolpare le casse di un’industria che probabilmente ancora non ha capito da dove viene la crisi.

Questa è la lista dei film con maggiori incassi in sala in Italia. Com’è normale ci sono tanti film stranieri, ma se escludiamo i due di Benigni (La vita è bella e Pinocchio) — un’altra epoca, verrebbe da dire — , gli altri sono commedie dalla battuta facile, pezzi non inestimabili della filmografia italiana ma necessari per la sua sopravvivenza.

Non c’è nulla di male nel produrre commedie frivole con il solo scopo di staccare biglietti, senza contare che questo potrebbe servire per finanziare progetti in grado di resuscitare l’idea di un cinema pop e allo stesso tempo di qualità. Titoli di un certo spessore non mancano nel panorama italiano, Dogman e Sulla mia pelle sono gli esempi più recenti, eppure le sale si riempiono soltanto per l’ultimo di Checco Zalone o per Natale vattelapesca. Netflix utilizza dei prodotti meramente commerciali, frivoli, senza particolari qualità, per attirare nuovi utenti, finanziare la sua piattaforma e reinvestire in prodotti su cui altri non hanno il coraggio o il margine economico per scommettere. Non è certo un discorso ascrivibile alla sola Italia. Un film come Roma, in bianco e nero, visione delle memorie del regista, non sarebbe mai potuto venire alla luce senza il contributo di Netflix. Così come sarebbe stato difficile vedere The Ballad of Buster Scruggs, l’ultimo film dei fratelli Coen, anche loro non a caso favorevoli alla crescita delle nuove piattaforme di streaming. Sarebbe stato praticamente impossibile senza Netflix vedere un film postumo di Orson Welles. È un gioco a perdere che solo un colosso come l’azienda di Los Gatos, California, può permettersi. Per farlo ha bisogno anche di serie come Insatiable (non guardatela), praticamente la cosa più lontana da un film di Cuarón o dei fratelli Coen.

La verità è che tra Zalone e Dogman c’è parecchio spazio d’improvvisazione. Creare, promuovere, incentivare un film che raccolga l’interesse in sala e che allo stesso tempo conservi una sua originalità, una sua qualità intrinseca, non è certo impossibile. Si chiama cultura pop, e Dio solo sa quanto manca nel nostro paese. Probabilmente bisognerebbe rimettere in discussione tante cose, a partire dal rapporto del pubblico con il cinema fino al modo stesso di fare cinema. Netflix lo sta facendo, forse invece che prodursi in un muro contro muro senza possibilità di uscirne vincitori, gli addetti ai lavori dovrebbero pensare a un modo per dialogare con il “nemico” e assimilare quanto più possibile da chi, ad oggi, sta vincendo e allo stesso tempo riesce a fare il bene del cinema.

Paolo Stradaioli
Paolo Stradaioli
Classe 1995 studia Scienze Politiche a Torino e nel tempo libero guarda tanto sport e tante serie tv. Un giorno vorrebbe scrivere per mestiere e finché non ci riesce continua ad intasare qualsiasi spazio abbia il coraggio di dargli un pubblico e una buona ragione per rimandare lo studio.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude