Cinema, Tv e teatro: Oggi l’America ha bisogno di film horror
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Oggi l’America ha bisogno di film horror

Di recente, nell’atrio di un multisala di periferia nel Maryland, ho notato la locandina di Patriots Day, il film di Peter Berg sull’attentato alla maratona di Boston. Erano passate poche settimane dalla vittoria di Donald Trump e io avevo i nervi a fior di pelle. Osservavo una gigantografia di Mark Wahlberg in divisa da poliziotto, […]

Di recente, nell’atrio di un multisala di periferia nel Maryland, ho notato la locandina di Patriots Day, il film di Peter Berg sull’attentato alla maratona di Boston. Erano passate poche settimane dalla vittoria di Donald Trump e io avevo i nervi a fior di pelle. Osservavo una gigantografia di Mark Wahlberg in divisa da poliziotto, sormontata da una citazione che annunciava: «Il film di cui l’America ha bisogno adesso». E chi lo dice?

Da una veloce ricerca su Google è venuto fuori che quelle parole probabilmente erano tratte da una recensione di Mashable del 18 novembre. Patriots Day, si legge nell’articolo, è uscito «subito dopo le controverse elezioni di quest’anno e numerosi episodi di violenza ingiustificata da parte della polizia» come «prova che, a dispetto del male che c’è nel mondo, i buoni saranno sempre più numerosi dei cattivi».

Questa è solo la punta dell’iceberg anodino. Elogi del genere, «Il film di cui l’America ha bisogno», sono stati sciorinati per quasi tutti i film in odore di premio del 2016. Virgina Postrel, giornalista di Bloomberg, celebra Il diritto di contare come un film che «regala un balsamo patriottico a un popolo spezzato». Secondo l’avvocato Ted Olson, che scrive per la CNN, Loving è «un antidoto al veleno sfibrante che abbiamo dovuto sorbire in questi ultimi mesi crudeli». La La Land è stato accolto come un «tonico» (The New Yorker) e un «musical magico che vi porterà lontano dal pianeta Trump» (The Guardian).

Mi piacciono i film toccanti, mi piace sfuggire all’incertezza della vita in un cinema buio osservando lo svolgersi ordinato di una trama. Rught Negga è straordinaria in Loving. Mi entusiasma che Il diritto di contare esplori una parte ingiustamente trascurata della storia degli Stati Uniti. Per farla breve: quello che sto per dire c’entra ben poco con la qualità di questi film. (Escluso La La Land. L’ingrediente segreto di quel tonico zuccherino è proprio la nostalgia bianca).

L’idea che l’America abbia solo bisogno di conforto fine a se stesso è problematica ‒ forse anche pericolosa. È pur vero che molta gente si ritrova in un cortocircuito emotivo. Un’indagine dell’American Psychological Association (APA), pubblicata qualche settimana fa, ha registrato un aumento dei livelli di stress statisticamente significativo per la prima volta in un decennio. Per il 49% degli intervistati l’esito delle elezioni rappresenta una fonte d’ansia. Un sondaggio condotto da ABC/Washington Post a gennaio ha rivelato che il 35% degli americani riportava un aumento dello stress come conseguenza della vittoria di Trump. Per il resto degli intervistati, tuttavia, la situazione era immutata (52%) o migliorata (12%). Quindi circa i due terzi degli americani hanno detto di non essere in preda al panico, almeno non più del solito.

Volete la mia? Come sottolineato dai sondaggisti di ABC/Washington Post. «A volte lo stress è utile. Ti aiuta a sviluppare capacità indispensabili per gestire situazioni potenzialmente minacciose». Come una Casa Bianca corrotta e intollerante, come i gruppi che ne hanno legittimato il potere, come le ingiustizie che è apertamente intenzionata a commettere.

Perciò, ecco una proposta semplice: magari, in fatto di film, l’America ha bisogno di horror.

Potrà sembrare una tesi stravagante, ma seguitemi. Sono una sostenitrice del genere horror, al punto che una volta ho costretto un professore universitario a leggere un saggio sul simbolismo religioso in 28 giorni dopo. L’horror, dal mio punto di vista nerd e sincero, è un sottovalutato medium culturale utile a fare i conti con le paure e gli istinti più profondi. Nel volume che ha curato, The Horror Film, il critico e teorico Stephen Prince lo spiega benissimo: «I musical rappresentano rituali di corteggiamento. I western e i film di guerra ci danno lezioni sull’impero americano… Ma solo l’horror punta dritto alla profonda inquietudine radicata nell’esistenza umana».

In primo luogo, l’horror mette alla prova i limiti della sensibilità fisica e sociale. Cos’è che sciocca o disgusta gli spettatori, e perché? Nel classico di George Romero, La notte dei morti viventi, il protagonista maschile nero picchia una donna bianca quando lei cerca di abbandonare la casa che li protegge dagli zombie. Quanto dovrà essere stato sconvolgente e, per alcuni spettatori, traumatico quel gesto all’uscita del film nel 1968, nonostante le orde di non-morti cannibali che barcollavano sullo schermo? Più di recente, nel film del 2016 The Witch, il regista Robert Eggers mostra la materia abietta delle forze soprannaturali fin dai primi minuti del suo thriller ambientato nel ‘600. Fanatismo religioso, paranoia collettiva e paure sessuali – tutte molto vere e molto attuali – assestano bei colpi per tutta la durata del film.

I film horror spingono gli spettatori a individuare ciò che li spaventa: un’invasione da un luogo remoto? Un terribile segreto sepolto nella casa accanto? O magari un aspetto della loro stessa esistenza? Poltergeist, Babadook, Lasciami entrare e La fabbrica delle mogli offrono ottimi esempi di questo pungolo psicologico  Poi ci sono film come Funny Games e It Follows, che sovvertono le convinzioni in materia di sicurezza personale e sociale. Per estensione, ti chiedono fin dove ti spingeresti per proteggere te stesso e quelli che ami – e se, in certi casi, faresti altrettanto per un estraneo. Le risposte possono essere inquietanti. 

I film horror di qualità riflettono ansie sociali immediate e la paura radicata che l’umanità, a livello privato e collettivo, sia in pericolo. I grandi horror vanno anche oltre: «Il punto è che non solo determinati traumi sono alla base di questi film», ha affermato lo storico del cinema Tom Gunning, «Ma che attraverso questi film noi siamo in grado di comprenderli, certi traumi». Quelli che preferisco cambiano ulteriormente prospettiva. Pongono la domanda provocatoria: «E se il mostro fossi tu?».

È quello che il regista esordiente, Jordan Peele (già famoso per la serie Key & Peele) chiede in Scappa – Get Out, thriller che uscirà in Italia a maggio. I film parla di un ragazzo nero che va a conoscere i genitori della sua ragazza, bianca, nei sobborghi. Le cose partono col piede sbagliato, un po’ come in  Indovina chi viene a cena. Ben presto, però, virano verso l’horror, e non perché i genitori della ragazza siano, per esempio, nazionalisti bianchi pronti a uccidere un nero. Sarebbe fin troppo scontato.

Nella sua critica entusiastica del film, Variety spiega «Get Out rappresenta una feroce dichiarazione politica che veste i panni di un genere più innocuo: il thriller “di sopravvivenza” in stile Un tranquillo weekend di paura o The Wicker Man, in cui personaggi positivi sono prigionieri di una setta pazzoide. Solo che, stavolta, i pazzi sono gli esponenti dell’élite liberale bianca che sopravvaluta pericolosamente il proprio livello d’illuminismo».

Get Out è un film sul momento sociopolitico – o meglio, sulla crisi epocale – in cui ci troviamo, che chiarisce perché l’America di Trump sia causa di agitazione per tanti spettatori, mentre ne smuove altri dalla propria noncuranza per rivelarne la complicità. O comunque, ci prova. «Andiamo al cinema per divertirci» ha detto Peele a Forbes. «Ma se uscissimo dalla visione del film con un punto di vista illuminante su certi problemi sociali, quella sarebbe un’opera d’arte di grande impatto».

Tanto per ribadire il concetto, Peele ha curato The Art of The Social Thriller per la Brooklyn Academy of Music dal 17 febbraio al primo marzo. Ha selezionato una dozzina di pellicole a cui Get Out si è ispirato: tutte ricollegabili all’era Trump e alle correnti storiche che l’hanno annunciata. Rosemary’s Baby parla della cultura dello stupro e di donne che perdono ogni arbitrio sul proprio corpo. Tema de La finestra sul cortile è il ritrovarsi preda delle circostanze e trarre conclusioni basate su informazioni parziali. La casa nera parla d’ingiustizia sociale, avidità e oppressione di classe.

Get Out e i classici che lo hanno ispirato sono, a mio modesto parere, i film di cui l’America ha bisogno adesso. Al paese non serve un analgesico intriso di patriottismo o scialbe rassicurazioni sull’integrità della nazione per dormire sonni più tranquilli. Non gli serve, come afferma la recensione de Il diritto di contare «una nuova storia nazionale… che riconosca le ingiustizie del passato senza lasciare che queste la definiscano». Parole che sembrano prestare il fianco a una narrazione opportunamente costruita su «fatti alternativi», dove si esaltano trionfi improbabili e si glissa su fallimenti sistemici.

Nel sondaggio ABC/Washington Post di gennaio, il 71% dei bianchi – più uomini che donne – sosteneva di non accusare uno stress maggiore all’indomani delle elezioni di Trump. Ma per più della metà degli ispanici e per circa il 40% dei neri le cose non stavano così. L’indagine APA ha registrato numeri diversi, ma non meno impressionanti: il 54% degli ispanici e il 69% dei neri hanno individuato nel risultato delle elezioni una fonte di stress. Solo il 42% dei bianchi ha detto lo stesso. 

C’è un buon motivo dietro questo divario. Le ingiustizie, perpetrate o annunciate, determinano inesorabilmente la realtà della gente che ne è afflitta o ne subisce la minaccia. Fingere che non sia così significa giocare col fuoco. Le ingiustizie però dovrebbero fare di più, turbando quanti non sono direttamente colpiti così che possano uscirne migliorati, non solo rassicurati. Esercitando il potere illimitato della cultura pop, l’horror può aiutare. E se credete che questo potere non esista vi rimando a Geoff Nelson del magazine Paste. Le parole «È solo un film» si legge nella sua recensione di La La Land, sono «l’apologia di chi non è mai stato vittima di una cultura».

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Traduzione a cura di Milena Sanfilippo.

Ringraziamo The Awl sul quale questo articolo è apparso la prima volta.

Copertina di Khánh Hmoong.

Seyward Darby
Seyward Darby
Scrittrice & editor. Amante dei longform.
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