«Il nostro ieri non sarà mai come il nostro domani, perché niente permane, se non un perenne mutare» (Percy Bysshe Shelley, “Mutability”)
Rieccoci di nuovo nei territori magmatici del cinema espanso. Quest’ipertrofia cinetica che ha reso il mondo un ologramma è frutto di una necessaria, fisiologica autoamputazione: il cinema ha dovuto isolare la sua geografia fondativa per sopravvivere agli anni zero. I film, nello specifico, vivono in un momento di graduale trasloco: stanno facendo le valige per cambiare casa, come già molti prima di loro, e passare dalla sala cinematografica a internet (da un focolare intimo e caldo a una rete fredda nel senso mcluhaniano del termine). Sono da sempre attratto dall’ibrido, specialmente da tutte quelle cose che devono lottare per mantenere la loro specificità mentre s’incrociano con un altro medium. Il cinema, nella sua storia, è stato ampliato e amputato, così come fortificato e distrutto, da altri media: letteratura, teatro, pittura, scultura, e oggi video-arte e performances di ogni tipo. Sempre citando Marshall McLuhan (che sarà punto di riferimento fisso e necessario di questa rubrica) non c’è medium che possa esistere senza altro medium. Anzi, ancora di più: il contenuto di un medium è un altro medium. Ed è così che, ad esempio, la pittura è stata invasa dal movimento amputando i suoi organi paralitici all’interno dei tableaux vivants.
Ma ora lasciamo da parte definizioni e cornici dal momento che non di soli film è fatto il cinema. Torniamo, semplicemente, alle immagini e alla loro costante, impervia mutevolezza. Il tema, questa volta, è “solo” quello della trasfigurazione e il suo mantra inscindibile è il lavoro sul corpo. Di qui, continuando a navigare lungo le superfici fluide di Internet, ancora una volta ci perdiamo. L’incontro con Olivier De Sagazan, performer, pittore, scultore, si pone come vertice teorico della défiguration in atto. Il suo compito è quello tutto cinetico di mostrare il flusso vitale nella sua dirompente, luciferina mutevolezza: segue in questo il destino del ritratto baconiano, un ritratto che non può più badare alla fievole crosta del mondo, delle superfici e dei volti, ma deve scoprire la forza primigenia del caos: non tanto volti in de-composizione quanto volti in composizione, alla ricerca di una nuova instabile forma. Quello che fa Olivier De Sagazan nelle sue incredibili performance (che diventano poi quadri, “istantanee” di una trasformazione in atto) è mostrare un’energia primordiale e dionisiaca, quella della natura in subbuglio e degli inferi ipodermici.
La pelle umana si trasforma così nella tela di un pittore, in un canovaccio spoglio, nel punto di partenza che riscopre le forze ataviche del caos. Di fronte a quest’alterazione costante passa in rassegna, nella mente dello spettatore, un’intera antologia di uomini e di dannati, di angeli e di orrori, di freak in cui specchiarsi con paura e meraviglia, nell’estasi di uno sguardo dimenticato. La pelle, come una superficie piana, è lo specchio deformante che ci ricorda chi siamo e che indaga le potenzialità del corpo. E in tutto questo la domanda rimane una sola: è possibile superare, oltrepassare il corpo, andare oltre l’epidermide e creare una nuova instabile forma?
Transfiguration è il titolo della più celebre e programmatica performance di De Sagazan: nel suo inno alla vita come energia sprigionata dalla forma, ci rendiamo conto di come la défiguration non abbia nulla di mortifero, ma sia il principio stesso dell’esistenza. Un’esistenza che si oppone a qualsiasi opzione statica di mimesi e si trasforma in impulso liberato, in istinto pulsionale che valica le barriere della ragione. In questo De Sagazan pare attuare la scrittura automatica della scuola surrealista trasfigurandola in campo visivo. Ne viene fuori quella che lui stesso ha definito “scultura automatica”, dal momento che mostra un corpo che si va costruendo. Quella di Transfiguration è la storia di una mutazione, di un massa elastica che si oppone a qualsiasi tipo di vampirismo sociale e culturale, che muta non perché abbia perso la sua identità ma (al contrario proprio come in Bacon) perché ne è alla ricerca disperata. Plasmare la materia è il tentativo incessante e potenzialmente infinito, di cercare l’essenza della vita in un mondo solo apparentemente statico. Ma quello che ne può venire fuori non è altro che una forma informe (il fine, diceva qualcuno, è nel movimento). Come a dire che al giorno d’oggi non si possa fare né politica, né filosofia, né arte, che non insceni il meccanismo del corpo e delle sue finzioni, o funzioni.
Ed è così che dalle viscere della pittura e della scultura De Sagazan pare dichiarare guerra alle forme preordinate inneggiando alla lunga vita dell’informe: solo in questa violenza sul corpo riecheggia una voce silenziosa che permette di parlar(ci) e di ascoltar(ci). L’uomo De Sagazan non poteva essere altro che un mutante oltreumano: lo testimonia l’azione animalesca e bestiale, il suo modo di umiliare la ragione, di sbattere la testa contro il muro e di lasciar uscire parole e versi incomprensibili dagli abissi della carne. Ecco allora nuove (a)simmetrie della materia fuoriuscire da embrioni di cera sfatta.
«Il mio lavoro» afferma «è essenzialmente un inno alla vita, in attesa di comprendere cosa significhi essere vivi». L’essenza della vita è rintracciabile nella lotta delle forme: e in questo moto scorgiamo una luce, bellissima e tremenda, e ricordiamo forse chi eravamo.
Mi perdo ancora una volta e, osservando i suoi quadri, vengo invaso da una paura incredibile. Non so da dove provenga, ma voglio darle ascolto. Continuo a navigare fino all’ultima immagine. Mentre assisto a Hybridation avec Marie Cardinal et Olivier de Sagazan vedo due volti d’argilla tenersi per mano e rimanere incastrati nel loro bacio: è allora che quelle due figure si trasformano in una singola, mostruosa ma bellissima neoidentità. Una creatura con due teste che ricorda quegli antichi spettri mitologici che ritornano nell’inconscio collettivo dell’umanità. Tutto ritorna all’unità e, alla fine, il pensiero vacilla e prende forma un’altra immagine. La mente non è poi così diversa dalle reti informatiche, si tratta d’altronde di una fabbrica d’immagini mnemoniche anziché virtuali. Mi ritrovo dunque, per qualche strano e amabile detour, in un altro mondo d’argilla: anche qui un uomo e una donna si dissolvono l’uno dentro l’altro. Il cortometraggio è Dimension of dialogue, l’autore Jan Svankmajer. Ed è da questa nuova, primigenia unità che partiremo la prossima volta.

