Prima di tutti i telefilm gialli e le crime series, prima di CSI, di Criminal Mind, di True Detective, c’era lei, l’investigatore ante litteram, il genio incompreso sulla scena del crimine (e di contro amato dal grande pubblico nel proprio salotto): La signora in giallo, Jessica Beatrice Fletcher per gli amici. Prodotto dalla CBS dal 1984 al 1996, La signora in giallo è stata una delle serie tv più longeve della storia dei telefilm a.L. (avanti Lost, per i babbani). Anche in Italia, dall’88 ad oggi, rimbalzando dalla Rai a Mediaset, la signora Fletcher – aka Angela Lansbury – non ha mai abbandonato la televisione, riempiendo di mistero e borghesia il palinsesto quotidiano. Ma andiamo con ordine.

Il titolo, traduzione facilotta del molto più accattivante Murder, She Wrote, nel terreno casalingo italiano è stato spesso trasformato in un colloquiale “La Fletcher”, perché Jessica è un’amica di famiglia. Il plot ha il giusto livello di suspense e rassicurazione: Jessica, vedova di mezza età, è una talentuosa scrittrice di gialli che vive a Cabot Cove, borgo fittizio sulle coste del Maine (questa la prima cornice narrativa). Caratterizzata da una notevole fortuna (o sfiga allucinante, dipende dal punto di vista), la nostra si trova, punta dopo puntata, al centro di misteriose morti a cui lei e solo lei sa trovare la giusta soluzione (questa è dunque la storia centrale). Di fatto, la struttura compositiva del telefilm si aggancia alle regole dettate da Conan Doyle e attraversa le generazioni del giallo senza che nulla venga mai scalfito, ripetendo alla perfezione un racconto piuttosto rigido. Così la storia, definita e verosimile, finisce per assumere tinte ironiche, al limite tra il volontario e l’involontario. Per esempio, è stato calcolato che se Cabot Cove esistesse realmente, il suo tasso di omicidi sarebbe paragonabile a quello della città di Detroit, metropoli riconosciuta come la più pericolosa del States. In pratica chi nasce postino/pescatore/insegnate a Cabot Cove ha la stessa speranza di vita di un trafficante di cocaina honduregno.
Sceriffi di contea ingenui, assassini affrettati, e qualche altro piccolo trucchetto di sceneggiatura rendono la trama de La signora in giallo perfetta a più livelli, tanto che per 264 episodi e quattro film tv non vi sono variazioni: la miscela vincente funziona ed inchioda lo spettatore davanti al televisore (colto probabilmente nell’atto di cucinare o fare le pulizie), complice passivo di un successo mondiale. Le puntate della Fletcher sono totalmente autoconclusive, escludendo i rari episodi in cui la trama si spalma nell’arco di due puntate, diventando in effetti parte I e parte II della medesima ‘puntatona’. Se non contiamo gli sporadici aggiornamenti sulla vita sentimentale del nipote di Jessica, Grady, e i viaggi tra Cabot Cove, Boston e NYC, in generale la storia di Jessica Fletcher non si evolve, non cambia, mantenendo lo stesso manipolo di personaggi fissi, contraltare di una schiera infinita di cagionevoli comparse. Ne La signora in giallo il tempo non progredisce, le mode non mutano, Jessica Fletcher non cambia pettinatura, trucco e look fino all’assurdo: la stessa Angela Lansbury non invecchia, ibernata dal primo episodio all’ultimo, miracolo della scienza e della fiction.
Se l’iterazione è parte fondamentale della struttura narrativa della Fletcher, è chiaro che la serialità e la ripetizione siano tutt’uno con il personaggio protagonista del telefilm. È Jessica infatti che tiene le corde dell’intera storia, trovandosi al centro degli omicidi ma osservando di fatto la scena da un punto di vista esterno e super partes. Ed è dunque a lei che l’ingiustamente accusato chiede aiuto per scagionarsi; è a lei che l’impacciato detective domanda consigli; è a lei che, al contrario, il più esperto poliziotto non vuole render conto; fino a quando, proprio lei, non risolve il caso con un’intuizione geniale, che umilia l’espertone, e finalmente riconduce lo spettatore al tanto agognato finale lineare. In sostanza, il successo della Fletcher è proprio la Fletcher.
I punti di forza del personaggio, che nasce come risposta americana all’inglesissima Miss Marple, sono in effetti moltissimi: Jessica è una signora non più giovanissima, borghese, dalle buone maniere, vestita di vintage, dall’aplomb perfetto. Jessica soprattutto non giudica mai. Va detto poi che la Fletcher è una femminista della differenza: non si vergogna della propria femminilità, non scimmiotta atteggiamenti maschili e, anche se si trova incasellata in un ruolo interpretato solitamente da un uomo, she doesn’t give a shit, rimanendo sempre una signora. Il personaggio risulta talmente ben riuscito che la buona Angela Lansbury non riuscirà mai più a scrollarselo di dosso. Notare che l’attrice venne scelta per tale ruolo proprio perché aveva interpretato Miss Marple in un film di qualche anno prima (Assassinio allo specchio, 1980).

Angela Lansbury per Terry Richardson per “The Gentlewoman”
Ma è inutile fare dietrologismi: La signora in giallo è un’icona pop indiscussa, come dimostrano gli innumerevoli tumblr e fanclub a lei dedicati. La carismatica attrice protagonista, che nel tempo è divenuta anche produttrice esecutiva del telefilm, ha saputo affrontare i dodici anni di messa in onda con straordinaria lungimiranza. Per esempio, quando la CBS decise di spostare l’appuntamento settimanale dalla domenica al giovedì sera, ponendo La signora in giallo in aperto contrasto con Friends della NBC – che in quel momento la faceva da padrone -, Lansbury/Fletcher studiò una puntata in cui l’omicidio avveniva sul set di una sitcom; e la sitcom (dal titolo fittizio Buds) raccontava proprio la storia di un gruppo di giovani amici che passavano il loro tempo libero nel caffè sotto casa. Ogni riferimento è puramente casuale? Come no. Un giornalista americano ha commentato l’episodio dicendo che questo gesto è per la nostra elegante eroina il corrispettivo di un dito medio. E ha ragione.

Jessica però ha saputo anche tendere la mano agli amici in difficoltà. Esemplare l’episodio cross over più chiacchierato della storia delle serie tv, quello tra Murder, She Wrote e il baffo USA per antonomasia, Magum P.I. In una improbabile ambientazione hawaiana, Magnum e Jessica si trovano ad investigare sullo stesso misteriosissimo caso, risolvendolo alla perfezione nel giro di due puntate. Ah cazzo, scusate: spoiler. Una roba così tamarra poteva succedere solo nell’86 e solo se una delle due serie tv era in drammatico calo di ascolti (quella coi baffi, per essere precisi). Ma tutta questa generosità non riuscì ad appianare le rivalità tra Fininvest e Rai: se il primo episodio – che di regola rientrava nel piano dell’opera di Magnum P.I. – fu mandato in onda sia su Canale5 che Italia1, la sua continuazione – e parte del piano dell’opera della Fletcher – dalla Rai non fu nemmeno doppiato e mai andò in onda. 25 anni dopo, con il passaggio di Jessica a Rete4, la tessera mancante del puzzle venne ripescata, ridoppiata e tirata a lucido, e solo allora il pubblico italiano poté finalmente godere di questa perla. 25 anni. Che schifo.

Se dunque sommiamo l’ottima riuscita del personaggio principale ad una narrazione solida, presto si spiega la longevità della serie. L’intuibilità dello svolgimento dell’intreccio ha un grado esauriente: insomma, non è né troppo facile né troppo difficile prevedere come si concluderà la storia di ogni singola puntata. Lo spettatore sarà coinvolto ma non eccessivamente: gli interesserà più il come del perché, dimostrandosi di fatto più teso a comprendere dove la sceneggiatura abbia nascosto le sue trappole, che le motivazioni dell’assassino. Sempre qui entra in gioco un altro fattore fondamentale, il bagaglio culturale richiesto per la fruizione di tali storie. Adesso, bagaglioculturale. Per La signora in giallo non si necessita di un bagaglio, tuttalpiù di una ventiquattrore, di uno zainetto, di un marsupio da portare elegantemente a tracolla. Ma in quel marsupio lì, piccolo&buono, vanno conservate delle informazioni preziose, tipo che il cianuro odora di mandorle amare, che la polvere da sparo lascia le sue tracce fino a molte ore dopo l’esplosione del colpo, che se vesti un cadavere dal sesso diverso dal tuo avrai grosse probabilità di sbagliare il verso della sua biancheria intima. E fine, questo serve.
Il grado di risolvibilità di Murder, She Wrote è spiegabile attraverso il grado del suo successo. Perché con quelle maniere educate, con quei salotti anni ’80-’90 stracarichi di mobili e colori, e con quei magnetici outfit fiorati, la Fletcher sostanzialmente ci ha sempre indicato due cose: che prima di tutto l’assassino è la persona più ovvia, e quindi il maggiordomo; secondo poi che, nonostante questo, avere un maggiordomo non è solo buono e giusto, ma anche incredibilmente fico.
Fonti
The Awl – Watching Every Episode of “Murder She Wrote”
Serial Minds – Magnum-Castelli-Fletcher: il triangolo che non ti aspetti!
Senza Audio – “Murder, She Wrote”, La Signora in Giallo e la sfiga