Occhio: contiene un mare di SPOILER su Girls.
Guardare Girls significa confrontarsi settimanalmente con le imperfezioni dei suoi personaggi e, di riflesso, con le proprie. Ciò che ha reso celebre la serie di Lena Dunham è proprio questo, la sua estrema onestà nello storytelling e la sua spietatezza nel raccontare le vicende dei suoi personaggi: nessuno si salva, e il lieto fine non è mai dietro l’angolo. La Dunham ragiona così, vuole trasformare in popolare ciò che solitamente non lo sarebbe, rendendo vincenti anche le storie peggiori, quelle con la L di loser tatuate in fronte. Basterebbe sfogliare qualche pagina di Not That King of Girl, il suo libro uscito lo scorsa anno, per capire come l’intera vita della sua autrice – nell’era pre-Girls – sia stata costellata di momenti imbarazzanti e fallimenti, dandole così un bagaglio di esperienze che Lena ha poi riversato nelle sue sceneggiature, rendendo queste imperfezioni la normalità. Già per questo meriterebbe un applauso.
La rivoluzione è però arrivata insieme a Mimi Rose Howard, il personaggio che ha spezzato il piccolo idillio di personaggi disfunzionali, introducendo la perfezione nel telefilm HBO. Nel presentarci il personaggio la Dunham gioca sul classico concetto di nemesi, presentandoci inizialmente Mimi Rose come il colpo finale per il personaggio di Hannah: una è magra e sicura di sé, mentre l’altra è drogata di cibo e continuamente bisognosa di approvazione. Il suo arrivo non è casuale, dato che viene introdotta proprio nel momento peggiore della parabola narrativa della protagonista, quando questa è costretta ad affrontare la realtà, mettendo da parte il suo sogno di diventare una scrittrice e tornando sui suoi passi, a NY.

Così si trova davanti “l’altra”, quella che non solo le ha rubato il ragazzo, ma che è tutto ciò che Hannah vorrebbe essere, tanto che anche questa non riesce ad odiarla, arrendendosi davanti alla perfezione del suo nome – «a woman’s name and a man’s name with a flower in the middle of it» – e ai suoi video con discorsi in stile TED trovati dopo un’intensa sessione di stalking online. Mimi Rose è una sorta di eroina, un classico stereotipo del personaggio positivo, la cui bontà d’animo e leggerezza, inserite nelle dinamiche di Girls, la rendono straordinaria come un personaggio Marvel ne I Malavoglia. Se da un lato è pronta a sminuire il suo eclettismo pur di non affossare il morale di una distrutta Hannah – si dichiara insoddisfatta della sua mostra e del suo romanzo descritto come «A psychosexual thriller told from the perspective of a dead woman who solves her own murder using “this hologram technology” she invented» – dall’altra è la paladina del femminismo, in grado di affrontare un tema come l’aborto in due battute, liquidando un Adam inferocito per la scelta legittima fatta dalla sua compagna.
Come detto da Guia Soncini su Repubblica, Mimi Rose è stata sempre scritta da sceneggiatori uomini e probabilmente la chiave del personaggio sta proprio qui: da un lato è la proiezione della donna ideale che ogni uomo vorrebbe, e dall’altra è la nemesi della vecchia Lena Dunham, quella fallimentare e sempre in lotta con se stessa, la donna α che l’autrice aspirava ad essere.
Io odio Mimi Rose Howard perché è perfetta, e la perfezione non esiste. Forse ha ragione il suo ex quando la definisce una farsa, una «bad girl who knows what works», e non penso sia un caso che a dirlo sia il personaggio più “finto”, quello che gira con uno spazzolino da denti per Manhattan, quello probabilmente più vuoto. Odiamo Mimi Rose Howard perché sappiamo che non saremo mai come lei, che la perfezione esiste solo nei film e, in questo caso, in quello dove regna la mediocrità.
