Phoenix: Ben, abbiamo fatto altre riunioni insieme e so come parli e come reciti… Questi ragazzi hanno visto il peggio di me, e il meglio… Hanno visto la parte onesta di me.
Stiller: Onestamente non sto cercando di recitare.
Phoenix: Stai facendo Ben Stiller.
Stiller: No, questo sono io.
Phoenix: Sei tu?
Stiller: Sì, cosa dovrei fare, mettermi a una sciarpa sulla testa e recitare in modo strano?
Attorno al minuto 20 Phoenix dice quello che volevo sentire. È come se l’avesse fatto per me, è la dichiarazione che stavo aspettando. Premo sulla barra spaziatrice e metto in pausa. Il download illegale mi sembra più tematico del solito: sto guardando I’m Still Here (coi sottotitoli obbligati in spagnolo per aumentare il senso di straniamento), il mockumentary del 2010 di Casey Affleck e Joaquin Phoenix, in cui il primo riprende il secondo mentre questo cerca di imparare a fare il cantante hip hop dopo aver annunciato al mondo il suo ritiro dalle scene. Ovviamente non c’è niente di vero (nemmeno Puff Daddy, che sa tutto, e nemmeno il tizio con cui Phoenix fa a botte durante un concerto) ma doveva sembrarlo, perché il mondo ci ha creduto per quasi due anni. I 65 minuti in questione sono quelli che contengono la famosa performance di Phoenix al David Letterman Show (al termine della quale il conduttore salutò Phoenix con un «Mi dispiace che tu non sia potuto essere qui stasera»), la barba improbabile che molti gli imitarono, droghette e secrezioni corporee varie, rantoli, qualche rima strascicata.
Non stupisce che Phoenix abbia dichiarato che quell’esperienza («one of the best things that I’ve done and that I’ll ever do») gli abbia reso più chiaro quale tipo di recitazione volesse sperimentare, se penso che già tre anni prima diceva: «Recitare è un’azione che non amo abbastanza da non volere anche fare esperienza di qualcosa che abbia un impatto reale sulle cose». Allo stesso modo non avrebbe dovuto stupirmi che sia proprio JP a dire a Ben Stiller: «Stai facendo Ben Stiller», lì c’è tutto il senso del film (e di questo pezzo).

L’intera vita per capirlo
Quando gira I’m Still Here, Gioacchino è già stato Jimmy Emmet in To die for (1995), Willie Gutierrez in The Yards (2000), il Commodo di The Gladiator (2000), il fratello malavitoso in We Own the Night (2007), Johnny Cash in Walk the Line (2005, per il quale ha vinto il Golden Globe) e l’aspirante suicida Leonard di Two Lovers (2008). Presto intrepreterà Freddie in The Master (2012, Coppa Volpi) e Theodore in Her (2013).
Sarebbe ingenuo, forse, cercare connessioni tra i dettagli sulla sua giovinezza un po’ randagia (in Sud America con la setta dei Bambini di Dio, al seguito di due genitori hippy e vegani, autobattezzatosi Leaf per non essere da meno rispetto ai nomi naturalistici del resto della famiglia; triste spettatore, a diciannove anni, della morte per overdose del fratello River) e molti dei ruoli maggiori che ha interpretato: Rory Carroll però, durante una recente intervista per l’uscita di Inherent Vice, ha fatto a JP la domanda che avrei voluto fargli io, ovvero se interpretare personaggi che si sentono persi sia un po’ la sua cifra. Phoenix ha risposto così: «Non la vedo in questo modo. Non facciamo tutti quel tipo di esperienza, in un certo senso? Ognuno di noi, intendo, non vive l’intera vita cercando di capirlo?».
Stai facendo Ben Stiller
Qui JP ci offre una specie di manifesto della sua idea di recitazione, che poi altro non è che una declinazione del Metodo di Stanislavski passato per l’Actor Studio, in particolare di Strasberg prima e di Adler poi. L’idea, per dirla male, è quella di recuperare la propria esperienza della vita per arrivare a una specie di empatia con il personaggio che si deve interpretare, anzi di più, per sentire come lui. Questo, per esempio, è Phoenix in un’intervista del 2000: «Non sono molto tecnico […] Non possiedo un interruttore che posso accendere quando mi serve. Sto seduto per ore nella mia roulotte, sperando di riuscire a entrare nella mente del ragazzo che dovrei essere. Non penso troppo. Cerco di lasciarmi andare e, di colpo, arriva il momento di sentire».
Come scrive James Franco, e molti altri prima di lui, Brando è il primo a a fare questa cosa davvero bene, tanto da diventare uno spartiacque nella storia della recitazione: «he didn’t seem to be ‘performing’ in the sense that he wasn’t putting something on as much as he was being».
Nel momento in cui non parliamo più di un ruolo da fare, ma di un personaggio da essere, il confine tra l’immagine pubblica dell’attore e il suo mestiere diventa più sfumato. E ‘sti cazzi? Ci interessa, perché da un attore non ci si aspetta che faccia delle fantastiche torte, bensì che sullo schermo ci faccia vedere il personaggio che interpreta e non lui che sta interpretando quel personaggio. Al termine di un confronto tra i maggiori attori contemporanei rispetto alla categoria del “brandoesque”, Laura Bogart chiude così: «La maggior parte degli attori che sono stati ritenuti dei novelli Brando possiede un po’ del suo talento e della sua intensità, ma veramente pochi di loro riescono anche solo a cercare di evocare la sua vulnerabilità. La capacità di Brando di aprire se stesso – non solo come un amante o un pugile, un ribelle o un bruto, ma: di più – come un oggetto di desiderio è ancora trasgressiva. Brando è nudo, anche con una maglietta addosso». Opinioni dell’autrice a parte, mi chiedo se possiamo considerare JP una specie di Brando postmoderno, che ha aggiunto un piano di realtà al gioco e la sua nudità, a quel punto, non sia diventata l’operazione consapevole che lui fa di messa in scena di se stesso.
I’m Still Here – con la consacrazione del JP un po’ sballatiello, un po’ fragile, un po’ cazzone – è la conferma e insieme la smentita (ehi ehi: stavamo scherzando, gente) di tutto questo.
Randall
Nella lunga intervista con Elvis Mitchell, Phoenix dice di non voler essere il tipo di attore che, in un’ipotetica aula di tribunale, vince la causa e inchioda il cattivo. Preferisce il ruolo di quello che là dentro sente che può perdere il caso.
Ed è ovvio che così mi conquisti, Gioacchino. Ho amato Johnny Cash e Freddie, perfino Leonard, per quanto il film mi sia sembrato scarso, mi faceva tenerezza. I piedi lerci di Doc Sportello, poi, e le lacrime di fronte a Bigfoot che si mangia il contenuto del posacenere: grazie.
C’è solo una cosa, piccola, che non mi torna: ho l’impressione che tu mi sfugga un poco. Mi aspetto di vederti improvvisamente (come fosse una variazione che ti è venuta lì per lì sul personaggio) guardare in camera e strizzarmi l’occhio: ah, no l’hai proprio fatto, al termine di Inherent Vice. Sei alla guida e stretta a te c’è Shasta e scherzate, ma in modo un po’ triste, e tra una battuta e l’altra ci scappa anche un accenno, geniale, al fatto che forse Sortilege sa molte più cose su voi due di quante ne sappiate voi stessi (sì, Sortilege è la voce narrante, una specie di Pynchon al femminile) e i piani si raddoppiano, storia e storia della storia, e allora arrivi tu, guardi in camera per un attimo brevissimo e fai un micro-sorriso ed è come se facendo così introducessi anche il piano JP, quello del tizio che per quasi due anni ha preso in giro tutti con la recitazione totale e però ci ha lasciato con il dubbio circa quanto stesse scherzando e quanto fosse davvero lui. Autofiction, certo. Ogni tanto ti immagino come il vecchio Randall di Black Sails: tutti a crederlo pazzo e rincoglionito, e guarda caso quest’idea che si sono fatti di lui non gli è così scomoda. E allora lui giù a confermarla con le pose catatoniche e gli occhi sballatelli, vero Randall?
Perdere la testa
Sembra che James Franco fosse stato quasi scritturato da PTA per la parte di Freddie in The Master. Franco individua in questa battuta che ha scambiato con il regista il motivo del suo mancato ingaggio: «[Anderson – ndr] mi disse: Voglio che questa cosa ti spaventi. Voglio che questo ruolo, andando avanti nel viaggio, ti faccia paura. E io ero tipo: “Paura? So benissimo che posso farcela”». Infatti, dopo aver visto il Freddie di Phoenix, e averlo apprezzato, scrive di aver realizzato che Anderson voleva esattamente un attore in grado di perdere la testa. «E così penso che il motivo [per cui non ho avuto la parte – ndr] sia proprio perché ho detto che di solito non ho paura dei ruoli», conclude.
Dal canto suo, Phoenix confessa che ogni giorno sul set di The Master temeva di essere licenziato e di aver detto a PTA (e a tutti i registi con cui ha lavorato) di non sapere dove quella sua interpretazione stesse andando.
Anche Johnny Depp, intervistato da Iggy Pop, dice qualcosa di simile: «[I produttori – ndr] avevano queste orrende fitte di paura rispetto a dove stavamo andando, “Cazzo, sta uccidendo il film” dicevano. E non potevo controbattere, perché avrebbe potuto essere proprio così. Ma sapevo che per il mio personaggio era la cosa giusta da fare. Mi sono sempre divertito a nascondermi dietro questi personaggi. È una cosa strana, ti senti più a tuo agio in un ruolo che nella vita vera».
Da quando fa Jack Sparrow, però, non si può dire che Depp si nasconda dietro il suo personaggio. Tanto che in The Lone Ranger tutti ci aspettavamo di vedere Johnny Depp/Jack Sparrow che interpretava una variante di Johnny Depp/Jack Sparrow. Il paragone con Phoenix è azzardato (stiamo parlando di ruoli diversi e pubblici diversi e bla bla) tuttavia anche per Depp si può almeno porre una domanda circa quanto la sua immagine pubblica – di certo non quella del ragazzo quadrato, ma famoso per eccessi, relazioni, stramberie – sia molto presente nei suoi personaggi, o quanto i suoi personaggi abbiano contribuito a definire il suo profilo pubblico? È un gioco di specchi che potrebbe non finire mai.
Quando Mitchell gli chiede se l’interpretare questi personaggi che «non sanno dove stanno andando» sia segno di un periodo o la sua cifra, Phoenix infatti risponde: «Non so se esiste una fine del gioco. È solo una cosa che faccio finché mi va di continuare a farla». Non c’è un disegno, come potrebbe il JP trasandato e imprevedibile averne uno. Di sicuro però quel JP è un personaggio si addice piuttosto bene a Phoenix, gli porta pure fortuna. Chi, se non lui, avrebbe potuto essere Doc Sportello?
Un vero scherzone
Questa la sparo. Mentre guardavo I’m Still Here, mi sono chiesta se scegliere di mettere in piedi uno scherzone simile, oltre che una prova di recitazione totale come hanno giustamente detto in tanti, non fosse legato anche ad altro. Tipo l’esigenza di fare una giullarata di dimensioni epiche, in cui il giullare è al tempo stesso colui che prende in giro e colui che è preso in giro. Colui del quale si dice la verità dicendo che non è la verità: che altro è il mockumentary se non questo. Un mockumentary autobiografico però è qualcosa di più, è un modo per dire «guardate gente io sono di più di quello che avete visto in scena fino ad ora, e anche di quello che avete visto fuori dalla scena. Sono di più, ma anche di meno (e quindi non rompetemi) e ve lo riesco a dire solo in questo recinto di specchi in cui tutto è il contrario di tutto». Così, fatto come l’ha fatto lui, questo esperimento diventa anche un modo per cambiare le aspettative, per tirarsi fuori dalla competizione mimetica della scena attoriale. Non a caso, in un’aula di tribunale, JP sceglie la parte del perdente. Non a caso sceglie per scherzo di diventare rapper, un campo in cui (da bianco e trentenne) è vergine e solo: «al punto in cui siamo oggi [l’hip-hop – ndr] è così corrotto, ma lui [JP sta parlando in terza persona – ndr] ne sta parlando come se fosse veramente paragonabile alla recitazione. Lui pensa proprio, non voglio supportare oltre questo meccanismo, perciò mi metto a fare quest’altra cosa che è pura e semplice. Perché quando ero bambino, l’hip-hop era puro e semplice». Meno confronti, più libertà. Potrei continuare a mettere in relazione quest’ipotesi con la sua biografia, con le sue dichiarazioni di fastidio per la fisiologia dei festival cinematografici per esempio – «Gli Oscar hanno cambiato la mia carriera in meglio, completamente» [… poi la sincerità sembra prevalere] «Però c’è anche il pericolo che questa cosa diventi tipo che tu stai sempre a cercare una certificazione, che cerchi di fare qualcosa per avere un particolare riconoscimento. Non mi piace questo tipo di recitazione» – ma entreremmo nel campo delle pure speculazioni. Salvo solo un paradosso: in questo scherzone del lasciarsi andare – sballatiello, fragile, cazzone – non ho avuto l’impressione che JP (maglia sì, maglia no) sia stato realmente nudo nemmeno un secondo. Come, recitazione totale a parte, non l’ho avuta guardando Inherent Vice.
Inherent Vice
L’esatto significato dell’espressione lo spiega bene Umberto Rossi: «Un termine del diritto navale (ma anche del lessico bibliotecario) col quale si definisce la situazione in cui qualche merce trasportata o custodita si deteriora non per colpa del trasportatore o conservatore, ma per un vizio inerente, qualcosa che all’imbarco o all’acquisto non era visibile ma si è manifestato più tardi».
Gli anni Sessanta, l’amore di quell’estate del 1967, gli hippy vs i poliziotti: se qui c’è un vizio inerente, non potrebbe essercene uno anche nel “phoenixesque” (la responsabilità per questo terribile neologisimo è tutta mia, scusatemi)? Può esserci una scadenza per il JP che emerge ogni tanto negli occhi di Doc Sportello e dei suoi antesignani? Ultimamente il format Johnny Depp non ha portato fortuna a Johnny Depp. Ma forse mi sbaglio, se una cosa funziona perché lasciarla.
Di recente Emmanuel Carrère ha fatto un giretto qui in Italia per presentare il suo nuovo libro (Il Regno) e si è fatto una lunga chiacchierata con Vincenzo Latronico. Quando ho letto le ultime righe ho capito per l’ennesima volta quale condanna ci sia nella storiella di Aristotele sulla potenza e l’atto (e sulla forma che fa passare la prima nel secondo) e perché c’entri con la conclusione di questa supercazzola su Gioacchino.
In quanto scrittore di autofiction, nei suoi romanzi Carrère usa la prima persona. Lo fa dal 2000, da quando ha scritto L’Avversario. Da allora non ha sbagliato un libro. Chi lo legge apprezza soprattutto la verità che trova nelle sue pagine. Prima del 2000 scriveva in terza persona e scriveva cose di finzione. Le storie di finzione gli piacciono, solo che non riesce a scriverne. La prima persona gli viene così naturale. Mentre terminava Il Regno, però, qualcosa è cambiato.
«Con la prima persona ho sentito di aver avuto accesso a una voce autentica, è stata una vittoria. Ma ora ho la sensazione che dovrei arrivare ad altro, una cosa più spersonalizzata. Non so bene come dirlo perché non so ancora cosa sia. Diciamo che questa prima persona così presente, così invadente, forse dovrebbe cancellarsi un po’. Non so come fare, per ora è solo un fioretto, ma vorrei tirarmi un po’ indietro. Questo “io” l’ho agitato abbastanza, ora dovrei farlo riposare. Il problema è che non ci sono abbastanza persone grammaticali».
Il corsivo è mio, che adesso mi pare di prendervi per scemi se mi metto a dire perché questo c’entra con JP. Meglio lo spot di Etrade con Kevin Spacey in una versione marketing di Frank Underwood. Oltre la barba hipster, che tutto è a scadenza.