Quando avevo quattordici anni una delle cose che odiavo maggiormente era studiare i cosiddetti classici. Libri infiniti su improbabili amori tormentati, viaggi in calesse conditi da peripezie troppo lontane dal mio tempo, duelli tra cavalieri per il solo raccogliere il fazzoletto di una donzella e via discorrendo.
Ancora oggi, quando penso ai classici, immagino volumi polverosi studiati durante la scuola o all’università e poi lasciati a marcire sugli scaffali. Profanati dai fuori corso come sotto bicchieri o rispolverati solo dagli amanti della letteratura che vogliono dare sfoggio della loro sapienza, il classico ha per molti un’accezione negativa: un libro formativo e fisicamente pesante, sicuramente non uno di quelli snelli che avete regalato a Natale.
Per una definizione certamente più autorevole della parola “classico”, dobbiamo interpellare Italo Calvino, che in Quattordici Motivi per leggere i classici scrive:
«I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.»
Alla luce di tutto questo, mi sono dovuto ricredere. Mi sono accorto che anch’io sono amante dei classici, di aver perfino anticipato i tempi leggendone uno che è certamente destinato a diventarlo: Fight Club.

Okay, la maggior parte delle persone lo conosce soprattutto per il celebre film girato da David Fincher, ma Fight Club è molto di più, o in ogni caso molto altro. Palahniuk stesso lo ha definito la rivisitazione di un classico, nello specifico Il grande Gatsby e non pare averla sparata così grossa.
Se vogliamo cercare le similitudini tra i due romanzi la strada è abbastanza facile. Ambedue gli autori sono affascinati da come le vite dei loro personaggi vengano influenzate dalla loro classe sociale, sia Nick che Tyler si sentono alienati dalle società in cui vivono e la capacità di auto determinazione e auto affermazione li rendono – agli occhi dei narratori – quasi delle divinità: incarnano quello che vorrebbero essere.
Il Grande Gatsby ha messo in luce il vuoto della società dopo la Prima Guerra Mondiale, le sofferenze delle classi sociali più deboli e il fallimento del sogno americano. Il cadavere di Gatsby che galleggia nella piscina vittima di una bastarda vendetta costituiscono il ritratto di un fallimento.
A fallire è il sogno, quello che Gatsby porta dentro di sé sin dalla gioventù: diventare ricco e importante.
Anche Chuck Palahniuk parla del fallimento totale di quel sogno. Il duro lavoro che nobilita o meglio che permette di scalare la società e la parità dei diritti, sono un’utopia anche nel moderno sogno americano. In Fight Club l’uomo cresce in un mondo coccolato, alla ricerca di un’illusoria perfezione. Cataloghi IKEA, corpi scolpiti in maniera quasi innaturale, rockstar e macchine veloci sono il sogno in vendita e a tutti viene detto che questo è quello in cui credere.
Possiamo parlare quasi di storpiatura del sogno americano, ma se ci pensate questa storpiatura coincide esattamente con il fallimento dei valori originari.
«I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di loro la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).»
E Fight Club trascina con sé da vent’anni una traccia che ha inciso e continua ad incidere le vite di tanti ragazzi. Molti hanno interpretato il romanzo come un’esplorazione della voglia dell’uomo moderno di essere mascolino e delle attese della società nei suoi confronti. Dell’imposizione di nuovi ideali puramente fittizi, basati sul puro consumismo e non più sui valori.
La scontentezza per lo status sociale, il ruolo inutile nella storia e il fatto che la vita sia profondamente diversa dalle aspettative sono le ragioni per cui l’uomo arriva al Fight Club, forse anche a Fight Club. Ma il libro è più di una semplice esplorazione del genere maschile.
È un romanzo che riguarda qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno: i rapporti umani. Nonostante strane forme d’amore e triangoli amorosi, gruppi di supporto e progetti di anarchia, i sogni delle persone nel libro riguardano il contatto umano e la ricerca di un senso di appartenenza. È una sotto trama, non è una parte così in superficie del libro, ma è sicuramente la cosa su cui si basa tutto il resto.
È una trama senza tempo, anche per questo Fight Club è ancora attuale, anche per quello è destinato a diventare un classico.
«Un classico è un’opera che provoca incessantemente
un pulviscolo di discorsi critici su di sé,
ma continuamente se li scrolla di dosso»
Nel ventesimo anno dalla sua pubblicazione, Palahniuk continua ad attirare l’attenzione su di sé e sul suo libro. Le vendite del romanzo sono tutt’ora solide e l’autore ha una larga fan base, ma la critica continua a sminuire il suo lavoro, probabilmente per la troppa risonanza che ha avuto il film di Fincher.

Non si può negare che la pellicola abbia elevato all’ennesima potenza il lavoro svolto dalla penna di Palahniuk, ma questo sarebbe avvenuto anche senza la produzione del film e molti sembrano dimenticarlo. L’appeal di Fight Club è tale per l’anelito esistenziale, il desiderio di amore, il consumismo di massa, tematiche oggi più rilevanti che mai, in particolare in questo momento di crisi economica e dissestamenti sociali.
Non è difficile immaginare quanto Fight Club continuerà nei prossimi decenni ad essere scoperto e reinterpretato, come i registi cercheranno di rivisitarlo e magari riadattarlo contravvenendo all’unica vera regola imposta dalla storia: quella di non parlarne con nessuno.
Non basta? Fight Club è un classico perché, sempre secondo Calvino
«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire.»