Entro nella sala stampa del festival con sguardo severo e presuntuoso. Ho uno scopo. Farmi odiare il più velocemente possibile da tutti. Mi sembra un buon modo per dare risalto alla mia presenza e fare pubblicità a DUDE. Non so perché mi sembri un buon modo. È una di quelle cose che fai e basta e che ti sembrano indiscutibilmente sensate. I giornalisti e i vari ufficio stampa non mi degnano di uno sguardo. La sala sembra un hangar di una qualche società cinese in cui decine e decine di persone lavorano selvaggiamente in silenzio. Teste chine, dita cigolanti e un odore di chiuso che tritura il naso e i neuroni. In un lampo di supposta follia incomincio a scattarmi delle foto. Provo varie pose, ma non sono soddisfatto. Ricorro allora al consolidato metodo di quello che fa finta di non essere fotografato. Girandomi incrocio lo sguardo del giornalista che mi è seduto affianco. Presumo che abbia assistito a tutta la tiritera. Si alza e se ne va. Due donne di fronte a me stanno lottando per scrivere qualcosa di accettabile su Il mio domani, film di Marina Spada presentato in concorso. Le due donne lottano nel senso che cercano di scaricare sull’altra l’incombenza di articolare una recensione su quello che un ragazzotto poco più in là ha bollato come «una delle cose più brutte che abbia mai visto in vita mia. E mi ero preparato al peggio». Io il film non l’ho visto, ma mi fido. Certe volte aiuta avere dei pregiudizi. L’immagine d’apertura è tratta da From the Sky Down. Esco di fretta dalla sala, dopo aver incrociato lo sguardo di una ragazza, averle sorriso e aver ottenuto in cambio il press di un film che non sapevo manco esistesse (gli uffici stampa sanno come accalappiarti).
Mi butto dentro alla sala Petrassi per guardare Nuit Blanche di Frédéric Jardin. Il tipo è un ex assistente di Godard e si confronta con il polar: un poliziesco-noir francese in cui ad un poliziotto che traffica di droga viene rapito il figlio. Il film è ambientato per i suoi ¾ dentro ad una discoteca. Il ritmo è forsennato, fatto di topos bislacchi e messi su con una certa fretta (il boss che tratta la donna come un oggetto, i vari testatori di cocaina che per provarla se la infilano tra le gengive che a me ricorda, non so perché, sempre Beverly Hills Cop, e mi fa ridere). Rimandano nei momenti migliori ai poliziotteschi firmati Di Leo, ma i riferimenti potrebbero essere infiniti. Tony Scott per tutto ciò che c’è di sbagliato, ma allo stesso tempo ti trascina a vederlo fino alla fine, e poi anche un omaggio sul finire a Rififi di Dassin. Ma potrebbero essere solo fantasmi. Il regista è un tipo simpatico alla mano. Forse cerca di essere anche più simpatico del dovuto quando intona come saluto alla platea «Se bastasse una sola canzone» dell’intramontabile Eros. Menzione speciale per due signore sedute dietro di me. Mentre il boss spara in faccia ad uno spacciatore, provocandogli un cratere sulla fronte, una delle due commenta puntigliosa «Ah secondo me l’ha ucciso, che ne dici?!». Mi ricordo che non ho nulla da magiare e che sta incominciando un altro film. È del documentarista premio oscar Davis Guggenheim, che l’altr’anno presentò un mezzo capolavoro come Waiting for Superman. Il film è sulla creazione dell’album Achtung Baby degli U2.
Il titolo è evangelico From the Sky Down. Mentre conto i passi che mi separano dalla macchina dove ho lasciato coscienziosamente l’unica forma di cibo che sono riuscito a prepararmi prima di arrivare al festival (del pane con della mozzarella, sì, fa paura anche a me) mi rendo conto che se racconti qualcosa sugli U2 non puoi fare altro che piegarti alla loro fascinazione. E funziona perfettamente, specie quando senti le primissime registrazioni del disco. E tra le urla, e le incomprensioni, The Edge sfodera quattro accordi a caso, Bono incomincia a mugugnare con la voce e ti rendi conto che sono i primi vagiti di One. Ma gli U2 scappano sempre, non si fanno raccontare, non lasciano trapelare nulla che non sia perfettamente in accordo con un’immagine studiata a tavolino. E questo alla lunga si avverte e in definitiva si ha la sensazione di guardare una premiazione a cui non sapevi neanche di dover assistere. Corro come Mennea che fa il record del mondo sui 200 metri a prendere i succulenti panini. Torno in sala per seguire l’ultimo film della giornata, ancora la sezione Extra, stavolta sala diversa: Teatro Studio. Le poltrone come in tutto l’auditorium sono più scomode che in una prigione del Vietnam. Quelle del Teatro studio seppur identiche a tutte le altre riescono ad incrementare il torcicollo, il mal di schiena e il conto del tuo fisioterapista in un modo del tutto incomprensibile. Parte Dragonslayer di Tristan Patterson, un piccolo documentario cult in America sulle gesta di Skreech Sandoval. Un ragazzetto scheletrico che ha un figlio, fuma crack e ha una ragazza di quelle che dici «ma perché stai con lui?!» e pochi secondi dopo ti rispondi che forse dovresti incominciare a fumare crack e avere almeno un piccolissimo talento o passione irrinunciabile. Skreech ce l’ha. Va sullo skater, ovunque, ed è l’unica cosa che gli dà da mangiare e lo fa sentire libero. Patterson lo segue con benevolenza, intrecciando momenti lisergici a colorati quadri degni di un Van Sant e i suoi ragazzi terribili. Un signore con un paio di baffi e la nuca quadrata ripete ossessivamente «Bello, bello». Il documentario è bello davvero, ma non completamente. Gira a vuoto, perché di uno che va sullo skater dalla sera alla mattina, passata la prima parte, si fa fatica a non lanciargli qualche sbadiglio. Manca un po’ il personaggio, che è giovane e ribelle, ma non abbastanza. La mia colonna vertebrale ormai decrepita condiziona il giudizio. L’uomo coi baffi continua a dire «Bello, bello». Nella colonna sonora la bellissima Panda dei Dungen. 

