l giorno inizia con la fila per assistere all’incontro con Michael Mann. È una fila senza fine, fatta di uomini e donne in solenne processione. C’è qualcosa di profondamente religioso in quello che sto facendo. Un po’ come andare alla Mecca o verso il muro del pianto. Un uomo sbucato da un film di David Lynch mi guarda e mi dice «Non entrerai mai». Non lo conosco e lui non conosce me. Senza aspettare una mia reazione prende e se ne va. La ragazza al mio fianco evidentemente turbata cerca di esorcizzare la scena toccandosi il seno. Chiamo un mio amico all’interno della sala che mi risponde ridendo. Attacco, resisto, bevo dell’acqua. La ragazza al mio fianco continua a toccarsi il seno. Forse è malata o forse si sta eccitando. Un altro uomo arriva e dice «Non potete più entrare i posti sono finiti». Lascio la ragazza in uno stato catatonico con la sua mammella e ripiego verso l’area stampa. Senza farmi notare rubo tutte le bottigliette d’acqua che riesco ad infilare nella sacca e fuggo a vedere Like Crazy di Drake Doremus. Il film è stato girato in 20 giorni e ha vinto il Sundance. Ricevo una chiamata da mia madre. Non rispondo. Ricevo una telefonata da un numero sconosciuto. Non rispondo. Arriva un messaggio «Perché non rispondi? Mamma». Arriva il regista che sorride e si siede. Il film non ha trama o ha la trama di tutti i film del mondo: un ragazzo e una ragazza si innamorano e il loro amore avrà vita dura. Piango in vari punti della pellicola, penso che bastano due bravi attori e un regista che sappia dove piazzare la macchina e puoi fare dell’ottimo cinema. Mi ritrovo a ripetere i dialoghi tra i due e il mio cuore si allarga improvvisamente. Scrivo a mia madre che le voglio bene, ma che non deve rompermi le palle quando sono a vedere un film. Lei mi risponde «Capisco» e «Sei un figlio indegno». Sopra Like Crazy di Drake Doremus
Sotto Il paese delle spose infelici di Pippo Mezzapesa.
Durante le proiezioni dei film italiani assisti a quel genere di spettacolo che può definirsi salotto. Gente che conosce altra gente, che parla con altra gente, che ha portato altra gente che potrebbe conoscere della gente. Sorrisi da immortalare, baci, carezze, un grande amore. Vedo il film di Pippo Mezzapesa Il paese delle spose infelici in questo clima. Poiché sono un rompicazzi e considero sempre vero l’assioma di Sarte «L’inferno sono gli altri» non mi sorprendo nel trovare mille difetti nel film. In definitiva è solo un modo per dare sfogo al mio rancore da perfetto sconosciuto. Anche io vorrei fare parte del salotto. Anch’io vorrei conoscere della gente, che mi presenta altra gente e avere un sorriso da immortalare. Ma mentre sono a casa rinfrancandomi con Un compleanno da ricordare di John Hughes, penso che il film dimostri il più grande problema del cinema italiano. Che non sono i salotti, né la mie immancabili idiosincrasie, ma la mancanza di sceneggiatori. Quelli che sanno scrivere dei dialoghi ficcanti, che costruiscono personaggi a tutto tondo. Che sanno cosa è necessario e cosa non lo è. Molly Ringwald è bella in un modo del tutto particolare.