Reportage di una schiena dolorante #5
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Reportage di una schiena dolorante #5

«Quando una donna dice che devi crescere è il segnale di dio che è il caso di trovartene un’altra»

Invento un nuovo gioco, o forse antico, però qui in sala stampa non l’ho mai provato. È il quinto giorno e ancora la gente non si è accorta di me. Decido che è il momento di cominciare a manipolarli. La psicologia è davvero facile delle volte. Sostanzialmente faccio questo: mi siedo vicino a quelli che individuo come più condizionabili e incomincio a scrivere. Sbadiglio. Se non lo sapete sbadigliare è uno di quei meccanismi ancor oggi misteriosi che portano due persone ad interagire. Se sbadigli la persona accanto a te sbadiglierà di riflesso. Credo c’entrino i neuroni specchio o quelle robe là. Lo sbadiglio non funziona. Decido di passare all’attacco con il contatto visivo. Lo guardo con gli occhi, abbasso la testa, la rialzo. Lui mi ha notato. L’ho agganciato. Adesso è il momento di fargli fare ciò che voglio. Incomincio a guardare l’ingresso della porta sempre più spesso. Il volto corrucciato, nervoso. Anche lui si insospettisce. Lo vedo che gira la testa. È fatta. Ritorno con gli occhi al monitor, lui continua a girare la testa. Sta aspettando chissà cosa e solo perché il mio condizionamento ha funzionato. Sono fiero di me. Arriva una donna che lo redarguisce. Lui si fa piccolo piccolo e io esco dalla sala. Mi ritrovo a guardare Comic-con A Episode IV: a Fan’s Hope di Morgan Spurlock. Lui è il regista di Super Size Me, in cui dimostrava gli effetti collaterali del mangiare un mese di seguito solo ed esclusivamente al McDonald’s. Qui racconta il Comic Con la più grossa fiera per amanti di fumetti, videogiochi, collezionismo del pianeta occidentale.

Un po’ ritrovarsi tra i geek e i nerd di tutto il mondo nel loro habitat naturale. Spurlock realizza la sua opera migliore: la bravura sta nel raccontare questa esagerazione festivaliera ponendosi ad altezza uomo. E allora c’è tutto il corollario umano: il padre di famiglia che cerca di emergere realizzando il proprio sogno, il collezionista ossessionato, il vecchio aziendalista pronto a vendere la copia più preziosa del suo impero. Alla battuta «Quando una donna dice che devi crescere è il segnale di dio che è il caso di trovartene un’altra» la coppia seduta accanto a me incomincia una risata prolungata e senza sosta. Due signori si battono il cinque quando la cassa del bar posizionata dietro di loro apre e loro da ultimi della fila si ritrovano ad essere i primi. È una di quelle cose che ti fa sentire un predestinato. Accompagnano l’ordine di un caffè e di un succo di frutta con un loro personalissimo balletto. Li guardo mentre ingurgito una torta farcita di pere e cioccolata prima di entusiasmi con How to Die in Oregon (nella foto) di Peter D. Richardson. In Oregon dal 1994, l’eutanasia è legalizzata. La gente si asciuga le lacrime, applaude, stringe i propri cari; una donna dice al suo compagno «Sei bellissimo, ti amo». Io provo un enorme risentimento nei confronti del regista. Ma non tanto perché come diceva quel teorico francese «ci sono solo due cose che non si possono filmare: una è la morte e l’altra e l’atto sessuale» ma perché alla fine mi sembra di aver assistito alla messa in scena di un melodramma sfruttando il corpo di una donna morente. Melodramma che inizia come un’inchiesta sull’eutanasia e piano piano si focalizza solo su questa donna e il suo dolore. L’obiettivo è attratto dalla morte come qualcosa di pericoloso, affascinante ed endemico. Benissimo. Manca però l’unica e vera domanda per realizzare un film del genere: perché riprendere questo dolore? Per raccontare cosa? Per mostrare cosa? Senza questa domanda si fa solo della pornografia. O nel migliore dei casi diventa la scusa per due spettatori di dirsi ti amo. Una donna dice ad un uomo «Ricordati che devi morire». L’uomo le dà un bacio mentre le sventola un paio di corna in faccia. Un altro uomo dice «ci vediamo dopo e/o domani» e un’altra donna risponde «ti chiamo più tardi e/o domani». La comunicazione come i profili del viso accomuna persone simili. Saluto lo steward conosciuto da tutti come Piton e lui mi lancia un anatema mentre mi vede tirare fuori un panino con uova prosciutto, sottilette, salsiccia tritata e un chinotto corretto con un po’ di rum. Quando mi raggiunge ho già eliminato tutto dentro il mio stomaco. Mi dice di non farlo più. Io gli dico «Ok Piton». Lui mi guarda sospettoso, poi sorride e mi dice «Ti ringrazio».

People in White di Tellervo e Oliver Kalleinen è un vero dannato lavoro da amare. Dieci persone sottoposte a sedute psichiatriche vengono invitati a reinterpretare la loro vita in analisi. Alcuni accettano, alcuni si fanno interpretare da degli attori. Si assiste ad un documentario che è pieno di finzione, che è pieno di teatro che è una catarsi imprevista e improvvisa. E comprendi il segreto di tutto, al di là di Freud, Lacan, e tutte quello che avete mai potuto leggere ed imparare. L’unico modo per combattere ogni forma di quella che sotto sotto riconosciamo come la nostra pazzia è avere un contatto con le nostre paure profonde. Se volete salvare qualcuno stringetegli la mano non parlategli del complesso di Edipo. Io cerco Piton per dirgli che alla fine di questo festival mi mancherà.

Marco Fagnocchi
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