Reportage di una schiena dolorante #7
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Reportage di una schiena dolorante #7

Fine. Si va a casa. Si smonta tutto. Io rimango un po’ sotto la pioggia a vedere gli addobbi che calano, gli stand che vengono giù come la casetta dei tre porcellini.

Premi Dude

Miglior film Like Crazy di Drake Doremus

Miglior opera prima Ostende di Laura Citarella

Miglior attrice Michelle Williams per My week with Marilyn

Miglior attore Tomer Sisley per Nuit Blanche

Miglior documentario People in White di Tallervo e Oliver Kellein

Menzione speciale 11 metri di Francesco Del Grosso.

Premi ufficiali

Girl Model di David Redmon e Ashley Sabin, vincitore del Premio Marc’Aurelio al miglior documentario per la sezione L’Altro Cinema | Extra.

Un cuento chino di Sebastián Borensztein, vincitore del Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film. 

Babycall di Pål Sletaune, Premio Marc’Aurelio della Giuria alla miglior attrice a Noomi Rapace.

Une vie milleure di Cédric Kahn, Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore a Guillaume Canet.

Fine. Si va a casa. Si smonta tutto. Io rimango un po’ sotto la pioggia a vedere gli addobbi che calano, gli stand che vengono giù come la casetta dei tre porcellini, lo steward Piton che ringrazia i suoi collaboratori È stata dura con quegli stronzi. Le hostess che si fanno le foto sugli scalini della sala S. Cecilia. Per ricordare. Aspetto Richard Gere. Anche a me piace ricordare. Pensare che invece che ricordi ho fotogrammi di film. Nella mia mente non c’è molta differenza tra mia madre che mi inseguiva perché non volevo farmi il bidè e la prima volta che vidi Ufficiale e gentiluomo. Sono cose che possiedono la stessa realtà. Sono la mia memoria. Per questo provo per mr. Gere quel senso di tenerezza famigliare che si prova per uno zio che non si vede da un po’. Non è una star è zio Riccardo emigrato in America. È qui per presentare I cancelli del cielo di Terrence Malick. Film del 1978, forse l’opera meno conosciuta del regista più misterioso del mondo. Purtroppo, manco a farlo apposta, batte tutti i film in gara e quelli fuori concorso. La musica di Morricone, la fotografia di Almendros (anche la morte sarebbe invitante fotografata da quest’uomo), i movimenti di macchina in cui si è dentro lo schermo, in mezzo a tutto l’universo. E Gere che dice «No Malick non è per nulla capace a dirigere gli attori. Tutto al più ti dice di rifare la scena, bè certe volte dice anche si o no. Il miglior consiglio che mi ha dato è stato “Vedi quelle tende Richard? Tu sei il vento che le muove”». Sorrido, penso a Terrence nel suo cappotto così lontano e così umano. Penso che non serva avere tutte le parole giuste per dire o fare qualcosa di geniale e luminoso. Un ragazzetto per nulla compiaciuto si alza in piedi e chiede a zio Riccardo «Secondo lei perché un attore bravo e preparato come me non riesce a lavorare in Italia?» A me, per una volta, viene una gran voglia di ringraziare le lobby, i giochi di potere, il clientelismo e tutte le magagne su cui si basa il nostro dolce Bel paese.

Anche i baristi smettono di guardarti con odio e tornano al loro classico modo di lavorare: cialtrone e lento. Ti servono l’ordinazione e accompagnano il servizio con un commento, una battuta, una considerazione da fine del mondo. Di solito l’ordine è: donne, soldi, La Roma. In generale annuisco e cerco di dileguarmi il prima possibile. Ma siamo alla fine è ho voglia di lasciare un buon ricordo. Così all’ennesima considerazione sul turnover da fare tra campionato e coppa, mentre faccio finta di avere una gran fretta per entrare in sala, esplodo un forza Roma che lascia il barista con gli occhi luccicanti. Guardandomi amorevolmente, incomincia a muovere le labbra e come posseduto, sussurrando tra le labbra, ricambia forza Roma. In questo clima di entusiasmo arrivo a vedere La kriptonite nella borsa esordio di Ivan Cotroneo. È un film che funziona a momenti. Alcune battute, alcune pennellate, alcune sfumature. È fatto di singulti insomma. Cotroneo nasce come sceneggiatore e si vede. Il racconto corale ce l’ha nella penna (Io sono l’amore bellissimo, Mine vaganti non così bello) però quando deve raccontare il senso di inadeguatezza del piccolo Peppino si perde un po’. Non riesco ad innamorarmi dei personaggi, a sentirli vicini. Sono film in cui ci si dovrebbe scambiare i vestiti. Ma non succede. Penso che in parte sia colpa di Malick: non puoi vedere un altro film dopo tanta bellezza.

Visto che è tempo di premi, per stilare la mia personalissima classifica mi affido alla memoria. Scruto tra quel po’ di materia grigia e vedo quali sono i film che per primi mi vengono alla mente. Penso all’esordio audace e sperimentale di Laura Citarella con Ostende, all’incredibile somma di melodramma e commedia di Like Crazy, il volto di Agostino di Bartolomei in 11 metri e al documentario People in White dei coniugi Kalleinen; pazzo e bello quanto tutta la miglior cinematografia nordica. Michelle Williams e Tomer Sisley, senza ulteriori commenti. A sormontare tutto il viso di David Niven in Scala al Paradiso di Mike Powell. È un film del 1946, non ve ne ho mai parlato. Faceva parte della retrospettiva sul cinema inglese. Me lo sono tenuto per me, come un’altra cosa bella che mi è successa al festival, ma che terrò nascosta. Quindi almeno del film di Powell vi dico qualcosa. È un capolavoro. Come vedere una commedia di Wilder o Lubitsch attraverso l’occhio di Kubrick.

Vince Un cuento chino di Sebastian Borensztein. Storia dell’incontro tra Jun che si vede sottrarre la donna che ama per una perfida casualità e Roberto, distinto e silenzioso ferramenta che vede negli altri solo un’infinita scocciatura. Ho la pressione bassa, fa freddo e me ne voglio andare a casa. Il film però funziona alla grande. Provoca tutte le espressioni del riso: guancie allargate, bocca aperta (con denti chiusi), sorriso a bocca spalancata, fino all’emissione di suoni e strepiti (una donna davanti a me si contorce, un po’ esageratamente a dire il vero). C’è anche il tempo per una lacrimuccia e le considerazioni sul caso e l’assurdo. Non un capolavoro, ma qua a Roma si vince con poco. Butto un’ultima occhiata alla sala stampa: è vuota. Rimane solo il tanfo. Un tanfo inebriante, fatto di tante persone e tanti diversi odori. Riconoscere la costanza e la caparbietà di Uomini e donne che mattina dopo mattina, proiezione dopo proiezione, pensavano bene di non lavarsi né usare deodoranti, dando vita a quello spettro invisibile che però li racchiudeva tutti in un unico grandissimo abbraccio mi commuove. La pioggia cade, le immagini si asciugano. Dissolvenza in nero.

Marco Fagnocchi
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