Cinema, Tv e teatro: Roma è il fantasma di se stessa — Intervista a Dante Antonelli
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Roma è il fantasma di se stessa — Intervista a Dante Antonelli

Il suo “Atto di adorazione” debutterà a Romaeuropa Festival. Racconta le vicende di quattro ventenni che vivono in un parco pubblico, eletto a foresta e residenza selvaggia. Come Roma per chi la vive ogni giorno, solo un po’ meno opprimente.

16 Ott
2019
Cinema, Tv e teatro

Quattro persone si aggirano completamente nude nell’erba alta, corrono, mangiano rami, accarezzano la corteccia degli alberi, sembrano felici. Chi sono e che cosa vogliono? Per il momento questo non è ancora dato a sapersi. Vediamo solo questo nel trailer di Atto di adorazione, lo spettacolo di Dante Antonelli che debutterà in anteprima assoluta al Romaeuropa Festival.

La descrizione dell’opera non risponde del tutto alle nostre domande: «Il parco nell’azione diventa per loro foresta selvaggia e primitiva dove affrontare i propri traumi e legarsi agli altri in un patto d’amore e fratellanza». Per questo abbiamo deciso di fare qualche domanda direttamente a Dante Antonelli, giovane attore e regista romano che vanta già un curriculum di tutto rispetto nel quale tra gli altri figurano il cortometraggio In buono stato presentato al Festival di Venezia e la TRILOGIA WERNER SCHWAB che ha debuttato durante l’edizione del 2017 del Romaeuropa Festival.

Venerdì ci sarà la prima assoluta di “Atto di adorazione”, ti va di introdurci un po’ allo spettacolo?

Questa performance è una scrittura inedita per la scena, dove i linguaggi del corpo e della parola, insieme alla musica e all’ambiente scenico, s’intrecciano in un racconto unico, ideato e scritto per quattro giovani interpreti, che si sviluppa lungo un arco narrativo unico, in una sola giornata di vita là dove hanno scelto di ritrovarsi da chissà quanto tempo, per chissà quanto tempo ancora: un parco pubblico, che si fa foreste in fiore grazie al loro agire e al loro dire. Coraggiosi senza dubbio, incoscienti e ambiziosi, pieni di contraddizioni e incompresi, incompiuti loro stessi in certo senso, sono i figli diretti dei giovani che ci ha voluto raccontare Yukio Mishima: lacerati e fragili, pieni di ferite inspiegabilmente profonde, sono disposti a tutto pur di vincere il dolore e vivere le loro vite, con lo slancio spirituale di chi può davvero cambiare forma al mondo come lo ha ereditato, morire per un’idea e per essa combattere con tutte le forze.

Come è nato il progetto e insieme a chi lo hai realizzato?

Tutto nasce sempre da un incontro, mi capita di pensare, in questo caso il mio con il pensiero e le opere di Mishima risale a molti anni fa. Ricordo che già leggevo voracemente i suoi romanzi mentre finivo di realizzare la Trilogia Werner Schwab che ha debuttato nella sua forma integrale al Romaeuropa Festival del 2017.  Come fosse avvenuto nella realtà, casuale, improvviso, prima un libro, poi un altro, poi ancora, per molti giorni e mesi e ancora non è finito. Ho letto tutto quel che ho potuto reperire della sconfinata produzione letteraria, teatrale, diaristica di Mishima, ne ho fatto tesoro personale mentre scrivevo questo Atto di Adorazione e ho coinvolto gli altri artisti nella lettura e nel dialogo sulle opere più vicine all’idea di performance che avevo in mente all’inizio del processo.  Un incontro appunto, come quello con i performer che sono in scena in questo Atto, incontro che è diventato dialogo, confronto, un modo di leggere la realtà insieme e una scrittura scenica e drammaturgica frutto di questi incontri; non tanto un racconto sul tema della gioventù quanto il racconto di questi giovani.

Nella descrizione di Atto di adorazione si legge «uno spaccato di gioventù contemporanea, che rivendica il proprio diritto di esistere oggi e domani». Volevo chiederti se c’è una tematica ambientalista e come viene affrontata.

Partendo dal presupposto che gli spettacoli a tema o che sviluppano temi sono orrendi, tutti, quando ho iniziato a immaginare e scrivere questo lavoro, due anni fa ho scelto anzitutto che i quattro ragazzi fossero in un parco pubblico, in esilio nel verde, lontani da una città che in questa drammaturgia è completamente assente se non come riferimento a momenti delle loro vite che i quattro si raccontano tra di loro e a pubblico, in un polilogo che supera le convenzioni di scrittura drammatica della scena. Dunque più che un tema i nostri quattro protagonisti sono esempi di una scelta di vita e credo che questo sia il punto fondamentale che lega questo lavoro agli eventi storico-politici che negli ultimi due anni hanno portato all’esplosione, finalmente, della tematica ambientalista e del cambiamento climatico attraverso — ma questo non potevo saperlo quando ho iniziato — l’azione comune di tantissimi giovani. 

Visto che i protagonisti dello spettacolo sono quattro ventenni e io e te siamo due trentenni, volevo chiederti: che rapporto hai con la generazione nata un decennio dopo di noi? Da quando, appunto, sono passato dalla parte dei trentenni, inizio a pensarci un po’ di più, mi guardo attorno, cerco di vedere quanti ventenni ci sono nei posti che frequento, se abbiamo gli stessi interessi. Non so se è solo una mia impressione, ma soprattutto in ambito di proposta culturale — underground e istituzionale — mi sembra che ci sia una bella distanza, insomma vedo pochi ventenni negli spazi in cui invece vorrei che fosse pieno. Ma forse sto solo invecchiando… A te come ti sembra? Scusa la domanda lunghissima.

No, io i problemi ce li ho tutti con le generazioni più grandi della mia, dai 50 in su faccio davvero fatica a comprendere cosa stiano facendo, come ragionino, cosa diavolo li spinga ad essere così ciechi e sordi di fronte alla realtà. Il discrimine non è generazionale, la separazione fra le generazioni è anzi un limite enorme che non si sa perché abbiamo scelto di radicalizzare. Ma è vero, tuttavia, che rapidi mutamenti sociali ed economici generino blocchi generazionali afflitti dagli stessi mali tra di loro e isolati rispetto ad altri gruppi generazionali differenti. Non è una questione di uccidere i padri o di andarli ancora a cercare come Telemaco per tutti noi, perché la generazione dei nostri padri e madri non ha nulla di Ulisse: vagano, sbandano, si chiudono nelle loro piccole fortezze col tesoretto sotto il letto della banca, non leggono, non studiano, non riconoscono alla scienza il valore che merita, consumano arte come patatine fritte, sono ancora cattolici, catecumeni, gesuiti, hanno riportato questa penisola ricchissima al nazionalismo oscurantista: un disastro. Sui ventenni non ho nulla da dire, se non quel che dico, con loro, sulla scena.

A proposito di fruizione culturale e spazi di condivisione. Tu sei nato a Roma, ci vivi anche stabilmente? Che opinione hai della proposta culturale della città, come attore e regista? Immagino che ti capiti di spostarti spesso in giro, c’è qualche modello che trovi particolarmente funzionale e efficace?

A proposito di disastro. Sì, sono romano e Roma è un disastro conclamato. I nostri genitori hanno reso Roma una megalopoli del secondo mondo. Non si riesce a dire senza morirne dentro, lo sfacelo di questa città che non ha quasi più nulla a che vedere con una capitale europea degna di questo nome. Eppur si muove, naturalmente. Eppure ci muoviamo, continuiamo ad andare e tornare, a dialogare col mondo senza barriere mentali o geografiche, e come il parco pubblico dei protagonisti di Atto di Adorazione, anche noi qui a Roma viviamo di esili, di zone franche, di territori salvi, tracciando nuovi percorsi di vivibilità e di comunità, e non mi sento solo in questo. A proposito di modelli, solo una cosa mi piace dire con chiarezza: il modello degli “amici miei”, per cui ottengono un lavoro gli amici di chi ha il potere di darglielo, è l’unico modello che va ferocemente combattuto. Dobbiamo urgentemente ridare valore alla stima reciproca, al dialogo costruttivo tra soggetti diversi, al riconoscimento dei meriti ma soprattutto avere coscienza e memoria dei demeriti e non perseverare, là dove è rimasto solo il fantasma di quella che chiamavamo Roma. 

Queste domande nelle interviste non vanno più di moda non so perché, ma secondo me sono quelle più utili e divertenti: ci consigli un libro, un film e un disco che hanno influenzato e ispirato il tuo lavoro di recente?

Con mucho gusto. Un compagno di viaggio di questo mio periodo di lavoro è Jules Michelet. Lo so, è strano, è uno storico, ma ha anche scritto dei saggi di incredibile valore sia antropologico che letterario, sono i due che sento di consigliare a tutti di leggere: La strega e, di recente pubblicato per la prima volta in italiano Il mare da Elliot. A breve uscirà nelle sale Parasite, che ho avuto modo di vedere, è il vincitore della palma d’oro, ed è un gran bel film, senza dubbio. La musica la mettiamo da Youtube e c’è questo gruppo che ha fatto dei pezzi magnifici, secondo me: The Blaze, partiamo con Territory e proseguiamo con Queens, Virile, Heaven. Ma mi piace citare anche Ariwo degli Ariwo, primo disco, 4 tracce, di questo gruppo di strumentisti, compositori, performer fotonici. Caldera, traccia 2. Ci salutiamo con lei. 

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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