Fumi?
Sigarette no. Tra l’altro non fumo ormai neanche più il resto, perché ho una certa età [36 anni – ndr]. Avendo due figli è difficile fumare anche il resto. Però non sono proibizionista.
«Due fratelli alla conquista dell’Italia contro i colossi del tabacco». Questa è la frase che campeggia sul sito di smoKings, il documentario di Michele Fornasero che racconta la storia di Carlo e Gianpaolo Messina: prima con un sito di vendita online, poi con Yesmoke, la fabbrica di Settimo Torinese, i due fratelli hanno fatto arrabbiare i pezzi grossi di Philip Morris.
Non staremo qui a raccontarvi la trama anche perché, se non l’avete ancora visto, smoKings è andato in onda su Sky Arte l’8 gennaio ed è ancora disponibile on demand; quello che ci interessava era capire perché Michele Fornasero non avesse realizzato un documentario d’inchiesta, ma un film sui confini dell’ambizione, non tanto di denaro, bensì della volontà di cambiare un ordine costituito. In effetti i Messina se la sono vista brutta: arrestati il 27 novembre 2014 con l’accusa di contrabbando di tabacchi lavorati ed evasione fiscale, il 27 gennaio 2016 (ovvero oggi) entrano in aula con la speranza di uscirne innocenti e poter continuare a riscrivere le regole. O, almeno, a provarci.
Come hai incrociato la storia dei fratelli Messina e come ti è venuta voglia di raccontarla?
Li ho incontrati per puro caso, mentre giravamo un altro documentario: Uno scampolo di paradiso, di Gabriele Vacis. Si trattava di un film su Settimo Torinese, dove abitiamo sia io che Gabriele. Cercavamo di raccontare perché Settimo non fosse come una banlieu di Bruxelles o di Parigi. Negli anni ’70 c’erano buone prospettive perché lo diventasse: era la capitale dell’eroina. Poi, mentre giravamo, abbiamo scoperto che proprio qui c’era una fabbrica di sigarette, come negli anni ’50. E quindi siamo andati a filmarla. Ci aspettavamo la classica fabbrica: linea produttiva, polvere e cose del genere. Invece dentro c’erano graffiti contro il fumo e i fabbricanti di fumo. Ci sembrava un paradosso che una fabbrica di sigarette inneggiasse contro i produttori di sigarette. L’atmosfera era quella di un’associazione contro il fumo, un clima da lotta dura.

Poi sono arrivati Giampaolo e Carlo. Ci hanno raccontato la loro storia in modo molto semplice: «questa fabbrica l’abbiamo costruita vendendo sigarette illegalmente, finché l’Fbi non ci ha arrestato e ha bloccato tutto. Ci hanno fatto una causa da milioni di dollari ma noi non abbiamo pagato niente e con i soldi che abbiamo guadagnato abbiamo costruito questa fabbrica».
A un certo punto, ci siamo accorti che questa storia era troppo grande per un documentario su Settimo. Abbiamo provato a montarla in due o tre modi diversi, ma niente. La storia era troppo forte: arrivato lì volevi sapere tutto di quella fabbrica. Quindi l’abbiamo tagliata.
Che anno era?
Il 2008. Avevamo deciso di tenerla in archivio, non sapevamo bene che farcene. D’altronde la loro lotta contro le multinazionali era a un punto morto: la legge sul prezzo minimo non gli permetteva di essere competitivi e le Yesmoke non le trovavi proprio in ogni tabaccheria. Finché nel 2010 mi decido: racconto la storia fino al punto in cui è arrivata. Aver messo in piedi il più grande sito per la vendita di tabacco online, fare arrabbiare la Philip Morris, valutare l’acquisto dell’ultima manifattura tabacchi ancora attiva in Italia, che allora era in mano alla Bat [British American Tobacco – ndr] erano già un sacco di materiale. Perciò iniziamo a seguirli, anche se va detto che all’inizio erano un po’ restii. Non volevano comparire, volevano che parlassimo solo del marciume delle lobby del tabacco. Ma di film d’inchiesta così ce n’erano già troppi. Quello che mi interessava era raccontare loro due. E, per farlo, ho dovuto costruirmi un rapporto di fiducia. È stato un percorso di avvicinamento non facile, tant’è che la scena con la madre mi è quasi costata l’intero film.
Cos’è successo?
Avevo scoperto che tutte le sere Giampaolo e Carlo guardavano Striscia la notizia, andavano a correre un’ora e poi a mangiare a casa della mamma, che abita di fianco a uno dei due. Ho proposto loro di filmarli durante la cena e loro mi hanno detto che ci avrebbero pensato. Tempo un giorno mi chiamano e mi dicono «questa cosa di filmare nostra madre non ci piace, anzi, forse non siamo più sicuri di fare il film». Ci ho messo sei mesi a convincerli a cambiare idea.

A proposito di Giampaolo e Carlo: sembrano usciti da un film, tanto sono perfetti, complementari uno all’altro e con dei caratteri molto definiti. Uno è “il creativo” e l’altro “il pragmatico”, come leggiamo sul sito. Quanto c’è di scrittura e quanto loro sono effettivamente così?
Sono veramente così. Io non ho aggiunto né tolto nulla. Quello che ho fatto è stato giocare con loro e con l’immaginario dei gangster in stile Le Iene. Questo è il modo in cui li vedo io: due piccoli gangster contro dei gangster giganti. Per il resto del documentario sono come appaiono sullo schermo. Non c’è stato un lavoro di scrittura su di loro, semplicemente, mentre giravamo, abbiamo scoperto su quali aspetti del loro carattere potevamo puntare: uno è più razionale e “numerico”, l’altro è più lottatore e pirata. Per esempio, dopo alcune interviste, ho capito che bastava fargli una domanda e avrebbero continuato a parlare tra loro anche per mezz’ora, come se io non fossi lì. A quel punto, tutte le interviste le abbiamo girate con due camere: una su Giampaolo e una su Carlo. I tempi comici sono parte della loro relazione.
Il tuo occhio non è mai invasivo.
Molti documentaristi preferiscono osservare e basta. Io invece ritengo che l’intervista sia fondamentale e potentissima. Ogni tanto loro parlano in camera ed è ovvio che stiano parlando con me, anche se non mi si vede mai. Non basta osservare una persona per capire com’è, perché nella vita di tutti i giorni hai sempre qualcosa da fare e difficilmente raggiungi la profondità di pensiero cui puoi arrivare stimolato dalla domanda di chi è lì proprio per ascoltarti. L’intervista permette a te, ma soprattutto al personaggio, di capire cose che fino a un momento prima non avevate capito.
A quali modelli ti sei ispirato?
L’ispirazione principale viene da Le Iene. Diciamolo: se guardi quel film tifi per i gangster. Pur essendo un documentario (con tutte le incertezze intrinseche al genere) volevamo mantenere uno stile il più filmico possibile, anche se non sapevamo che forma avrebbe avuto alla fine. Nel documentario d’altronde è così ed è giusto: non puoi prevedere nulla, scopri tutto mentre giri.
C’è poi un mix di riferimenti, non posso certo dire di aver fatto un film alla Tarantino, ma la citazione è evidente [si riferisce alla scena in cui i fratelli Messina e i dipendenti della Yesmoke sono vestiti come Harvey Keitel & co – ndr].

Hai resistito alla tentazione di fare un documentario dietrologico e sensazionalistico, piuttosto si sente l’eco molto forte della tragedia greca. In fondo le sigarette sono un pretesto per parlare di due piccoli Prometeo che sfidano gli dei, con la speranza di rompere un ordine costituito o, di più, quella di riscrivere le regole. Quand’è che hai capito che il tema poteva essere questo?
Colpito. Quando ho capito che loro due non erano solo persone, ma dei veri e propri personaggi, le sigarette sono diventate un pretesto, a quel punto se avessero fatto bulloni sarebbe stato identico. Lo scopo era capire cosa li muovesse. Questi guadagnano milioni di euro e, anziché andare a sorseggiare un mojito alle Bahamas, reinvestono tutto in una fabbrica di sigarette. Allora mi sono chiesto: perché l’hanno fatto? Ammesso che qualcuno di noi farebbe la stessa scelta – io per esempio non so se avrei fatto esattamente quello che hanno fatto loro, ma non sarei di certo andato alle Bahamas – credo che tutti noi daremmo una risposta diversa a quel perché. Cosa ti spinge a rimetterti a faticare per entrare in un business impossibile da penetrare perché in mano a dei colossi che influenzano gli Stati (l’industria del tabacco vale quanto una finanziaria) rischiando perfino di essere arrestato? Le sigarette servono per tracciare un arco narrativo, chiamiamolo anche viaggio dell’eroe, per arrivare a capire da cosa scappano o cosa inseguono questi personaggi. Perché sembrano sempre insoddisfatti? Questi qui arrivano a sessant’anni con l’idea che la routine della fabbrica di sigarette potrebbe annoiarli e, se riuscissero a venderla, proverebbero addirittura a entrare nel settore farmaceutico [verso la fine di smoKings è proprio Giampaolo a ventilare questa possibiltà – ndr]. Io ho una mia teoria sul perché di questa irrequietezza: il rapporto irrisolto con il padre [morto di cancro quando i fratelli erano piccoli – ndr], l’essere cresciuti da soli, la sensazione di dover dimostrare qualcosa, l’affrontare la vita riscrivendo le regole a modo proprio perché non per forza quello che è legge è giusto. La cosa più interessante dei film è proprio capire le spinte che agiscono sui personaggi. Pensate a Breaking Bad: la cosa pazzesca è il dissidio interiore di Walter White. Quello che piace a me, e quello che ho cercato di fare in questo film, è indagare proprio le zone grigie. D’altronde la vita stessa è così, non è mai tutto bianco o tutto nero.
Visto che parli del business del tabacco, che difficoltà hai avuto in fase di realizzazione?
Iniziamo un’altra intervista? (Ride) Abbiamo avuto moltissimi problemi perché le multinazionali del tabacco non volevano concederci interviste. È un mondo chiuso, che vuole vivere in incognito e non ha interesse a parlare di sé. Pur avendo vinto la causa in America [per la vendita online di sigarette – ndr] Philip Morris si è sempre rifiutata di commentare. Per evitare di essere attaccati legalmente abbiamo lavorato con un gruppo di avvocati che ci ha seguito in ogni fase, teneva i contatti con PM, ha perfino vagliato il montaggio perché fossimo sicuri che le affermazioni dei fratelli Messina sui processi fossero tutte vere, precise. Nonostante tutto ciò è incredibile come evocare anche solo il nome di quei colossi terrorizzi tutti.
Un ex direttore dei monopoli si era dimostrato entusiasta all’ipotesi di un’intervista – volevamo approfondire il tema della privatizzazione delle fabbriche di sigarette – e poi, cinque giorni prima dell’appuntamento ci chiama e ci dice che ha un impegno. Io provo a proporre un’altra data e questo mi dice chiaramente che posso scordarmi l’intervista. Tutti sapevano cosa stavamo facendo – i monopoli di Stato, le multinazionali, la Guardia di Finanza – e dopo un po’ si è creata una rete di omertà. Da un lato per il film è stato un vantaggio non avere un nemico che si palesa: ci ha obbligato a ragionare senza mostrare mai il nemico. Lo avverti, è dappertutto e non è da nessuna parte.
Un po’ come il padre.
Sì. Sia il nemico che il padre sono senza volto.
In fase di distribuzione è andata meglio?
No. Solo poche televisioni hanno comprato il documentario. Il rischio per loro è altissimo: puoi anche vincere un causa contro una multinazionale come PM, ma per tot anni sei bloccato. Perdi tempo e denaro. Se sei la persona che ha comprato questo documentario, perdi anche il posto. Per esempio, la ZDF aveva promesso di finanziare il film ma, dopo un anno di trattative, si è tirata indietro. Comunque ci sono state delle eccezioni. La Rete Svizzera Italiana è entrata in co-produzione con noi, Sky Arte è stata coraggiosissima a comprarlo.
L’altro grosso problema è che mostrare le sigarette in tv è vietato. Anche se ne parli in modo critico, la sigaretta non può comparire. Non funziona come nei film e nelle serie. La stessa Rai non l’ha comprato perché il fatto che i fratelli Messina siano sotto processo è troppo rischioso.
Abbiamo partecipato a parecchi festival e a marzo siamo usciti al cinema. Calcolando che in Italia la gente non entra in sala per vedere un documentario, a meno che non sia Michael Moore, è andata bene: siamo arrivati in quasi tutte le città italiane. Certo non contemporaneamente, a tappe. D’altronde non siamo Checco Zalone (che poi a me fa ridere tantissimo: se tu riesci a farlo, io sono ben contento di pagare il biglietto).
Tenendo a mente la distanza che c’è tra The Jinx e smoKings, cosa ne pensi del rapporto realtà/finzione e della possibilità che ha un prodotto di fiction (tout court o in parte) di incidere sul piano della realtà?
È sempre difficile. A volte, come in The Jinx, l’effetto sulla realtà è dirompente. In altre occasioni, proprio quando sarebbe più scontato, prendi per esempio i programmi d’inchiesta, non succede. Dopo una puntata di Report ti aspetteresti che il giorno successivo la gente andasse in piazza a protestare, e invece niente. Nel caso di smoKings non è successo niente di rilevante: abbiamo fatto luce su questioni di cui si parla poco, ma, in effetti, le alte sfere non sono state toccate. Per esempio, dopo essere stato abolito dalla Corte di giustizia europea nel 2010, il prezzo minimo sulle sigarette è stato reinserito dal governo lo scorso anno. È molto utopistico pensare che un documentario possa cambiare la realtà, ma può fare una cosa diversa: più spesso capita che il personaggio del tuo documentario cambi e si arricchisca. Questa è una possibilità che la sceneggiatura (e la fiction in generale) non può avere. Prendete The Act of Killing: quando il regista chiede al killer di rimettere in scena gli omicidi, dentro di lui succede qualcosa. Effettivamente forse lui ha sempre saputo che quella roba lì non era tanto giusta. Al di là di come la raccontassero in Indonesia – i killer erano i buoni, gli eroi nazionali – quella storia era sfalsata. Il primo cambiamento questo documentario l’ha causato nel protagonista, che durante le riprese ha iniziato a capire perché non riuscisse a dormire da molto tempo: essere intervistato e rimettere in scena quello che aveva vissuto ha rotto il guscio protettivo che si era creato per sopravvivere e ha fatto sì che alla fine del film il killer non fosse più la persona che era prima. Il secondo cambiamento è avvenuto proprio in Indonesia, dove hanno ricominciato a parlare di questi fatti vedendoli per quello che sono: un genocidio. Il film ha contribuito, non solo a riaprire una ferita, ma anche a cicatrizzarla. Se The Jinx ha riaperto un caso, The Act of Killing ha riaperto una nazione.
Com’è nata la locandina?
La locandina è di Daniele Catalli, che è anche l’autore di tutti i film prodotti da Indyca [di cui Michele Fornasero è co-fondatore – ndr]. Il lavoro su smoKings è stato abbastanza lungo: volevamo giocare con l’immaginario gangster [il payoff del film è Small bad guys vs big bad guys – ndr] tanto che una delle reference è stata The Blues Brothers. Per me era fondamentale che in locandina ci fossero i due fratelli ma, poiché non sono dei volti noti, il rischio era quello di usare due facce pressoché sconosciute. Alla fine Daniele ci ha proposto questa versione che si ispira a una delle primissime pubblicità di sigarette (stiamo parlando di inizio ’900) in cui si vede la silhouette di un uomo con il cilindro in testa e la sigaretta tra le labbra. Quello che mi piaceva di questa pubblicità era che il centro dell’attenzione fosse catturato dalla figura dell’uomo. La sigaretta è solo intravista, non è al centro della scena.
E la promozione online com’è andata?
Anche con i giornali ci sono state difficoltà, anche se alla fine siamo riusciti ad uscire su quasi tutti i quotidiani; comunque, tolta qualche comparsata in televisione, il 90% della comunicazione è stato online. Non avendo molto budget per la campagna pubblicitaria, il passaparola è stato fondamentale. Certo che passare su Sky ci ha dato una bella spinta. Raggiungere con un post 40mila persone è stata una grande soddisfazione per la nostra piccola realtà. Una grossa mano nella promozione ce l’hanno data i ragazzi di I wonder pictures, gli stessi che hanno distribuito Sugar man, The Act of Killing e Dio esiste e vive a Bruxelles, che è proprio un bel film. Guardatelo.
Quanta libertà creativa c’è in Italia, in ambito cinematografico?
Potrei rispondervi che nel nostro caso è stata totale, perché siamo una realtà indipendente e non avevamo grossi vincoli di mandato. Ma abbiamo pagato le conseguenze di questo status: puoi avere tutta la libertà creativa per realizzare quello che vuoi, ma se poi la Rai non compra e non manda in onda il tuo documentario, la libertà ha un certo limite. Stesso ragionamento per i finanziamenti: li abbiamo avuti dalla Regione, ma non dallo Stato. Li abbiamo chiesti due volte e due volte ce li hanno negati. Ci sono dei tabù in Italia, questo è innegabile. Se facessi un film che spara a zero sulla Chiesa, non credo che lo Stato lo finanzierebbe o che la Rai lo comprerebbe. Noi siamo stati liberi, ma è vero che gli avvocati ci hanno fatto togliere un paio di affermazioni pesanti contro i monopoli di Stato perché potevano essere considerate illazioni (e, in fondo, non spostavano di una virgola il senso del film). Bisognerebbe rendere più indipendenti i finanziamenti dalla politica. La nuova riforma sta cercando di farlo, bisognerebbe andare nella direzione dell’esperienza francese. Va detto anche che sarebbe necessario rendere più indipendente la televisione dalla politica. Oltre al fatto che la RAI dovrebbe passare molti più documentari di quelli che trasmette e avrebbe l’obbligo di reinvestire una parte dell’utile in produzioni indipendenti. In fondo la censura c’è, non è evidente ma c’è.