Cinema, Tv e teatro: Sorrentino fra l’onirico e il banale
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Sorrentino fra l’onirico e il banale

Youth è un pessimo film diretto da un ottimo regista, che da qualche anno si prende troppe licenze, gira a vuoto, cita se stesso. Ma cerchiamo di capire quando tutto questo è cominciato.

25 Giu
2015
Cinema, Tv e teatro

Youth è un pessimo film diretto da un ottimo regista, che da qualche anno si prende troppe licenze, gira a vuoto, cita se stesso. Ma cerchiamo di capire quando tutto questo è cominciato

Fare un’analisi approfondita sull’impegno artistico di un autore, in corrispondenza con l’uscita del suo ultimo lavoro, non significa che quell’ultimo lavoro non possa essere giudicato nella sua singolarità, senza conoscere il retroterra culturale e storico dell’artista in questione. E infatti conviene fare una premessa: Youth è un film molto brutto, peggiore di quanto ci si possa aspettare, un trionfo di frecciatine umoristico-esistenziali che non vanno da nessuna parte, ammiccano perdendo di vista pure la direzione in cui farlo, quell’occhiolino. E dopo il primo scivolone internazionale di This must be the place e i fenicotteri rosa de La grande bellezza, l’ultima pellicola del regista napoletano diventa solo la conferma – dolorosa, sotto molti aspetti – di una deriva personalistica, simboleggiante, citazionista, l’insistenza su elementi che non hanno alcuna intenzione di dire, piuttosto di suggerire. E mentre nel primo Sorrentino i personaggi costruivano gradualmente un significato che li conduceva, molto spesso, a degli aforismi che finivano per caratterizzarli (da «La vita è ‘na strunzata» di Tony Pisapia passando per «I timidi notano tutto ma sono molto bravi a non farsene accorgere» di Titta di Girolamo, fino ad arrivare a «Il mio ultimo pensiero sarà per voi» di Geremia De Geremei), ora la pretesa del cineasta del Vomero sembra diventata quella di caratterizzare i personaggi con il solo ausilio di sentenze sempre più ricorrenti, apocalittiche, definitive, unico elemento su cui insiste con una caparbietà che perde di vista ogni nesso logico e narrativo, per lasciare spazio ad un compiacimento infantile, unito alla pretesa che con un sofisticato uso del dolly si possano colmare anche i più gravi buchi di sceneggiatura.

Eppure solo 14 anni fa un Sorrentino poco più che trentenne riusciva a muoversi con maestria rara su un territorio cinematograficamente rischioso come quello calcistico, alternandolo all’ambiente musicale e sfruttando il paragone Di Bartolomei – Califano in una pellicola, L’uomo in più, che segnava un esordio sapientemente sotto le righe, un racconto che schivava gli innumerevoli rischi di sfociare nel patetismo. Sia chiaro: c’erano difetti anche lì; Sorrentino pare indirizzato da sempre verso il desiderio della scena perfetta, la summa ponderata di tutti i sentimenti umanamente percepibili, e più d’una esagerazione nel suo primo film si poteva notare: dall’epico sfogo dell’ormai televisivamente dimenticato Tony Pisapia fino ai finali – almeno tre – che pare quasi stia allo spettatore selezionare. Ma si trattava di un esordio potente, consapevole, per molti versi maturo, e la critica non mancò di notarlo. Passavano solo tre anni e arrivava Le conseguenze dell’amore, un film di silenzi, di vuoti, di relazioni grottesche e atmosfere stagnanti, di ambienti che forse hanno poco a che fare con il racconto cinematografico e che tuttavia si incastrano perfettamente tra loro, costruendo una pellicola innovativa nella sua capacità di assemblare elementi agli antipodi; «Ogni uomo ha il suo segreto inconfessabile» sentenziava Titta Di Girolamo, quasi con lo stesso disincanto di Geremia De Geremei, l’usuraio de L’amico di famiglia, che presentava una delle migliori fotografie del cinema italiano di quegli anni (Luca Bigazzi), costruiva l’intelaiatura di una storia interessante ma poi – sempre in bilico fra le maglie del grottesco ma mai deciso a cedergli del tutto – non sceglieva un’unica strada, perdendosi in una colpevole mancanza di senso.

Eppure quei protagonisti sono costruiti talmente bene che sembra basti un’inquadratura fissa di un’ora e mezza su di loro a costruire la pellicola. Sorrentino se ne rende conto e arriva Il divo, nel 2008, sulla vita di un Giulio Andreotti interpretato da Toni Servillo. Molti si affrettano a parlare di un film sul potere, sulla mafia, sull’Italia, sulla trattativa, sulla politica, su Tangentopoli. Ma il regista napoletano conosce perfettamente il suo campo d’azione, e costruisce il film su un uomo che caratterizza in maniera dettagliata, furba, sardonica, maniacale. Secondo alcuni quell’uomo non è Andreotti, ma la questione è del tutto effimera; quell’uomo – chiunque esso sia – funziona, è cinematograficamente perfetto, si presta ai ritmi forsennati di un film che palesa il pregio di non annoiare mai, con un montaggio che risulta il più riuscito di tutta la filmografia sorrentiniana. Il divo è la consacrazione per Sorrentino, che porta a casa il premio della giuria a Cannes e si internazionalizza con This must be the place. Le parole chiave sono rockstar in declino, disincanto, nazismo, sentimenti e martellante colonna sonora. I legami fra loro? Pochi, praticamente nessuno. Sorrentino si appoggia sulla spalla dello spettatore come mai aveva fatto prima di allora, lo sgomita invitandolo alla facile emozione, lo ricatta con qualche piantarello forzato, e l’impressione – più che di un’inversione di rotta – pare quella di una pigrizia narrativa notevole: «Non c’è alcun nesso fra scena 6 e scena 7? Buttaci Spiegel im Spiegel di Arvo Part e vedi che quadra tutto. Si ride poco in questo frangente? Incastriamoci a forza la scena di uno che porta la demo al protagonista e dice che il suo gruppo si chiama “I pezzi di merda”. Vogliamo dare senso a questo insensato viaggio di un’ora e 40 minuti alla ricerca dell’aguzzino nazista del padre? Facciamo che lui, l’aguzzino, una volta raggiunto etichetta tutto quello che dice in capitoli, che iniziano per “Della..”, come nei saggi letterari

La grande bellezza (Oscar al miglior film straniero) e Youth fanno parte della medesima riflessione. Ci sono dei protagonisti – soli, disillusi, acuti, imperturbabili, riflessivi – che si trascinano in un’abbondanza di scenari con chiari intenti risolutivi, in cui si alternano magnificenza e squallore, vecchiaia e giovinezza, realismo e sequenze grottesche. In questi allenamenti dove Sorrentino gioca a fare Fellini sfruttando tutto quello che gli viene in mente e assemblandolo in una confezione che presenti la facciata più gradevole possibile, non c’è niente. Mettiamo il caso che vi venga l’idea per l’incipit di un romanzo; la scrivete, magari è anche bella, ma non andate avanti. Però non vi fermate lì, perché dopo qualche giorno vi viene l’idea per un altro incipit di un altro romanzo, e la scrivete. Poi ve ne viene un’altra, e un’altra ancora. Quando ve ne ritrovate dieci, le mettete insieme e pubblicate un libro.

E non a caso gli ultimi film di Paolo Sorrentino sono un bignami di citazioni, massime esistenziali, riferimenti, richiami ad altre pellicole e sentenze definitive sulla vita in generale. E più l’intento è profondo, più l’effetto risulta mediocre, dozzinale, forzato, esattamente come notava Mariarosa Mancuso sul Foglio qualche giorno dopo l’uscita di Youth. Le citazioni, nei film del regista napoletano, sono spesso talmente al di fuori di quello che è il filo conduttore della narrazione che non vivono di vita propria, ognuno può interpretarle come vuole. E francamente non mi stupirei se decine di ragazzini dalla pelle d’oca facile si alzassero nel bel mezzo dell’esame orale di maturità asserendo che «Se c’è una consistente scoperta che hanno fatto compiuti i 18 anni è che non possono più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare», magari pronunciandolo con quella marcatissima inflessione campana che dà più peso alle parole. Qualcuno dirà che la vita è uno «sforzo immane per risultati modesti», qualcun altro che «le emozioni sono sopravvalutate», sentendosi puntualmente replicare che no, quando mai: «Sono tutto quello che abbiamo!». Chi le aveva pronunciate quelle frasi? In quale contesto? Funzionali a che? Sembra proprio che un ragionamento del genere non importi a Sorrentino, ma il risultato – speriamo involontario – fa tanto pubblicità del cono Cinque Stelle Sammontana: «L’estate è dove accadono le cose», e non fai nessuna fatica a ripensare quel Jep Gambardella 18enne che nuota sotto sotto agli scogli, e sembra uscito da una pubblicità della Dolce e Gabbana.

Allora viene da chiedersi perché cercare di richiamare delle sensazioni forti, dei contrasti e delle significative reminiscenze appellandosi ad uno stile che complica e al contempo banalizza tutto. A me – ad esempio – viene sempre in mente quel flashback tanto semplice eppure tanto bello che c’è in Palombella rossa, di Nanni Moretti. Quella frizione prolungata sui capelli dei bambini che hanno appena finito di nuotare, fatta da un’orda di amorevoli madri indistinte negli stessi indistinti pomeriggi di maggio, ormai inarrivabili per il protagonista, Michele Apicella. Perché quella scena – ironica, tenera, priva di ogni ostentazione – vale, sul piano del significato, più di un intero film di Paolo Sorrentino.

Marco Ciotola
Marco Ciotola
Nato a Napoli nel 1987, si laurea in Editoria e giornalismo nel 2013, presso la Sapienza di Roma. Ha scritto e scrive su Repubblica, L’Indro, Roma Italia Lab, calciomercato.it, il sito satirico Lercio e su qualche muro di Tor Lupara. Nel tempo libero ama accarezzare le code ai castori, che, infastiditi, non hanno mancato di denunciare la cosa alla Protezione Animali.
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