Cinema, Tv e teatro: Stranger Things 3 — Addio al passato
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Stranger Things 3 — Addio al passato

Uno spettro si aggira per Hawkins, nell’Indiana; lo spettro del comunismo? Probabilmente. Uno dei temi che serpeggiano all’interno delle otto nuove puntate riguarda proprio la politica, la società americana e i suoi membri, senza assumere una posizione forte contro il sistema (sarebbe stato assurdo) ma lasciando venire fuori un lato oscuro e inquietante. 

8 Lug
2019
Cinema, Tv e teatro

Avvertenza: tasso di spoiler piuttosto alto — Uno spettro si aggira per Hawkins, nell’Indiana; lo spettro del comunismo? Probabilmente, visto che in questa terza stagione di Stranger Things siamo avvisati fin da subito che la minaccia, oltre a provenire dalle solite forze soprannaturali, viene anche dall’Unione Sovietica. Non solo lo spettro del comunismo però, o comunque non tanto lo spettro del comunismo quanto lo spettro del «good old fashioned American capitalism» (come dice il sindaco Larry Kline parlando del nuovo centro commerciale che ha messo in ginocchio i negozianti locali) che può nascondere pericoli di ogni tipo, un po’ come l’America tutta.

Questa premessa politica può sembrare strana, vista la serie di cui stiamo parlando, tuttavia uno dei temi che serpeggiano all’interno delle otto nuove puntate riguarda proprio la politica, la società americana e i suoi membri, senza assumere una posizione forte contro il sistema (sarebbe stato assurdo) ma lasciando venire fuori un lato oscuro e inquietante. 

«Hopper’s Hawaiian shirt and acid wash jeans is a… really hot dad look»

Intanto, facciamo il punto della situazione. Siamo nell’estate del 1985, vicino al quattro luglio: Mike ed Eleven stanno insieme e non smettono mai di baciarsi, chief Hopper è infastidito da questa appiccicosa relazione e deve fare i conti con i suoi sentimenti verso Joyce, Lucas e Max come li avete lasciati, Dustin pare abbia una relazione a distanza, Will è ancora legato ai suoi feticci infantili, Jonathan e Nancy lavorano per la maschilista redazione del giornale locale, Steve — che una volta era il ragazzo più popolare della scuola — fa temporaneamente il gelataio insieme alla nuova entrata Robin, Billy infiamma le fantasie delle mamme di Hawkins nel ruolo di bagnino della piscina e i russi lavorano per progredire negli studi sull’altra dimensione (quindi, quel portale che El ha aperto nella prima stagione e richiuso nella seconda non è stato l’unico contatto umano con l’Upside Down). La prima puntata è una lunga e lenta introduzione che ci fa capire cosa è cambiato e cosa si è inserito in continuità con il passato. I guai cominciano quando, improvvisamente, un’entità misteriosa controllata dal Mind Flayer si rimette in moto, probabilmente a causa dell’operato sovietico che ha aperto nuovamente una fessura tra i due mondi. A farne le spese è il povero Billy che diventerà il primo soldato di un imponente esercito di uomini manovrati dal mostro.

Dopo le eccessive critiche piovute sulla seconda stagione, i fratelli Duffer si sono presi un bel po’ di tempo prima di licenziare definitivamente questi nuovi episodi, puntando da un lato su un confronto durissimo col passato, col tempo che scorre inesorabilmente, con l’abbandono a una vita che non tornerà più e con i ragazzi che diventano grandi (promemoria soprattutto per quella fetta di pubblico irrazionalmente desiderosa di non vedere mai crescere quei ragazzini conosciuti nel 2016), dall’altro sulla conferma degli elementi strutturali che hanno contribuito al clamoroso successo della serie (un costante bombardamento citazionistico esplicito ed implicito, l’esaltazione della contagiosa cultura nerd e una straordinaria gestione del ritmo fondata sull’alternanza degli archi narrativi dei diversi gruppi — Joyce e Hopper; la comitiva di Mike ed Eleven; Dustin e Steve con le nuove entrate Robin ed Erica, la sorella di Lucas) a cui si aggiunge la novità non secondaria di un notevole aumento della violenza. E per quanto il risultato non possa essere deludente, per quanto ci siano degli spunti notevolissimi da mettere a fuoco (a partire dal malinconico pessimismo e dalla cupezza della stagione), c’è qualcosa che stona nel complesso, elementi poco sviluppati o gestiti in maniera non del tutto convincente. Proviamo a dividere per punti l’intera questione, dalle cose belle alle meno belle, senza dimenticare che non si tratta di compartimenti stagni ma di fattori che entrano in risonanza e si riallacciano tra di loro.

 I Losers 

Sono sempre loro il centro della storia e non può non essere così. I parenti stretti dei Goonies, li abbiamo conosciuti che erano inizialmente un gruppo di giovanissimi nerd appassionati di D&D, videogiochi, Ghostbusters ecc.: losers emarginati e presi in giro a cui inizialmente si aggiunge un’altra emarginata (Eleven) e poi quello che probabilmente è il personaggio più inutile della terza stagione: Maxine. Ovviamente, ogni discorso sul tempo che passa, sull’impossibilità di bloccare un dato momento storico, sui talvolta tristi rivolgimenti cui gli esseri umani sono costretti, sull’addio ai compagni e agli affetti con cui si è cresciuti, riguarda essenzialmente loro e le persone più strette che gli ruotano intorno. Jim fatica ad accettare la crescita di Eleven e l’ossessiva presenza di Mike, e ciò che non riesce a dire a quei due ad alta voce preferisce trascriverlo in una lettera: non si può impedire alle persone di crescere e andare avanti, ma forse è ancora possibile concedere uno spiraglio a quanto di bello si sta per perdere.

Nella stessa maniera, all’interno delle dinamiche di un gruppo una volta solido ma che ora rischia di spezzarsi pericolosamente, l’unico a rimpiangere i bei tempi è Will, che vorrebbe ancora giocare a D&D, vorrebbe ancora rivivere i momenti felici, e invece è costretto a osservare Lucas e Mike alle prese con i loro problemi amorosi, con quest’ultimo che, ferendo i sentimenti dell’amico, gli ricorda che sono grandi, che non  si può giocare di ruolo per tutta la vita, che prima o poi sarebbero arrivate le ragazze e le relative preoccupazioni, che i tempi cambiano. Anche Dustin si allontana, offeso da una presunta indifferenza mostrata dagli amici nella prima puntata: una reazione eccessiva che sembra solo un (debole) pretesto per spostare il suo raggio d’azione all’interno di un altro gruppo.

Di tutte le situazioni che quasi frantumano una comitiva che troverà solo nell’imminente pericolo dei soldati del Mind Flayer un motivo per ricompattarsi (e per vivere un’altra campagna da gioco di ruolo, ma sul serio, guardando in faccia la morte), solo quella relativa all’isolamento di Will è di un certo spessore, perché tocca la personalità più sensibile e restia al cambiamento, che più di altri soffre per l’abbandono all’infanzia (e in cui è più facile si rispecchino gli spettatori).

Il rapporto tra Mike ed Eleven è invece gestito con una certa debolezza. Si incrina per motivi banali e superficiali, portando a quella che potrebbe essere candidata come la sequenza peggiore dell’intera serie: Max, senza alcun motivo, spinge Eleven a lasciare Mike dopo averla trascinata al centro commerciale in un tour di sano consumismo tra shopping, riviste per teenager e Materia girl di Madonna come colonna sonora. Ok, Eleven non può negarsi al mondo e alla sua stupidità, ok qualcosa doveva accadere, ok non può restare isolata per l’eternità, ma perché la storia tra Mike ed Eleven passa dalla struggente tenerezza della prima stagione (lui nerd isolato, lei praticamente ai margini dell’umanità), alla malinconia della seconda (lui devastato dall’assenza di lei, lei smaniosa di rivederlo e gelosa di Max) fino alle sciocchezze conformiste della terza? E puntata dopo puntata le cose non migliorano, lasciando l’aspetto sentimentale più bello della serie in balia di una certa paralisi emotiva che piano piano si scioglie senza però essere sconfitta del tutto, fin nel finale, quando Mike, stupidamente, non riesce a rivelare del tutto ciò che prova (segnale, questo, che a dispetto del discorso fatto a Will dimostra la sua immaturità, ma che pure contrasta con l’intensità che lo ha sempre legato alla ragazza).

I nuovi nerd 

Come detto, Dustin preferisce trasferirsi in un altro gruppo insieme al “mentore” Steve (ma il gioco tra maestro e allievo si ribalta, con il nerd che insegna al cool quanto sia inutile una preoccupazione come la popolarità, trascinandolo nelle sue avventure). Anche qui c’è qualcosa che non torna, non tanto nella formazione della squadra, quanto nelle loro possibilità. Con la radio che ha inventato (già, proprio così), Dustin capta un messaggio in codice dei russi e insieme a Steve e Robin (che dichiarando di parlare spagnolo, francese e italiano è convinta di poter capire qualcosa di russo: già, proprio così) riesce prima a tradurlo e poi a decifrarlo con relativa facilità (piccoli Alan Turing crescono). Certo, le voci più scettiche e ciniche potrebbero muovere un’obiezione di questo tipo: in una serie in cui si parla di bambine con poteri telecinetici, demogorgoni, Upside Down e varchi dimensionali è davvero un problema che un gruppo di adolescenti intercetti e decripti un messaggio del Kgb? Sì, lo è. È esagerato, pretestuoso, fuori luogo e inverosimile. Più o meno come inverosimile è Jonathan che si improvvisa chirurgo per togliere dalla gamba di Eleven un pezzo del mostro comandato dal Mind Flayer che sta dando la caccia al gruppo. I poteri di Eleven rientrano perfettamente nel gioco imposto dal sistema di regole che Stranger Things si è dato, il resto no, e l’ideale, quando ci si muove nel terreno del weird (forse la parola da sempre più presente nei dialoghi), è di rispettare i criteri di verosimiglianza che ogni opera costruisce.

L’omaggio alla cultura pop e nerd anni Ottanta, grazie a Dustin, si fa decisamente più forte. Che gli piaccia o meno, Steve è ormai parte di quel campo di forze fatto di avventure e scoperte e fantasia, ed Erica, che prende in giro il fratello e gli amici chiamandoli “nerd” con atteggiamento dispregiativo, è costretta, durante una conversazione con Dustin, ad ammettere che anche lei è nerd: è un genio della matematica ed è appassionata di My little pony, ovvero di una narrazione fatta di scontri, magie, cattivi e tanti altri elementi del genere (per non dire di quando si troverà a guardare con grande attenzione Ritorno al futuro al cinema).

 

Mostri, Capitalismo, Stati Uniti

Cultura nerd appunto. Come sappiamo tutti fin dall’inizio, Stranger Things è fondamentalmente uno strepitoso omaggio a un certo tipo di immaginario fantastico-pop, ben familiare a chi è stato bambino tra gli anni Ottanta e Novanta. Il citazionismo, nella terza stagione, va dalle presenze esplicite (Ritorno al futuro, ma anche Cocoon e, di sfuggita, si intravede il manifesto del colpevolmente dimenticato Return to Oz; per non dire poi della ricchissima colonna sonora) a quelle appena alluse (scene che ricordano Christine — La macchina infernale o addirittura il “fuori quota” Jurassic Park), penetrando infine nell’organizzazione stessa del materiale. Le situazioni che vediamo non sono niente di veramente nuovo; è la qualità del miscuglio dei tanti topoi legati alla narrativa cinematografica-letteraria-fumettistica-ludica di quel periodo a rendere lo spettacolo così affascinante.

A partire dalla prima stagione i numi tutelari sono Spielberg da una parte (E.T. e I Goonies di cui è stato produttore) e Stephen King dall’altra (IT e The mist); con la seconda, si affaccia l’ombra di Lovecraft, specie nell’ideazione di un’entità misteriosa come il Mind Flayer; in questa terza, dove la violenza aumenta, le immagini si fanno più crude e cresce il livello horror, è George Romero la nuova presenza. Il richiamo a questo regista è evidente: nella prima puntata i ragazzi vanno al cinema a vedere Il giorno degli zombi (con Will che ha la prima avvisaglia che qualcosa sta per accadere), dando subito un’impronta agli episodi successivi. Zombi veri e propri sono, infatti, tutti i cittadini, a partire da Billy, che vengono in contatto col mostro creato dal Mind Flayer: completamente soggiogati e privi di volontà.

Non si tratta di un dettaglio secondario; al contrario, è una delle trovate più interessanti. Se a prima vista è facile avvertire il nemico come proveniente da un ambiente esterno (l’Upside Down), nelle nuove puntate si fa più forte l’impressione che il problema si nasconda all’interno. Il tutto, come già accennato, assume anche connotati politici. Non è un caso che la vicenda sia ambientata nei giorni intorno a una festa come il 4 luglio; non è un caso la presenza sovietica (siamo nel 1985, la Guerra Fredda finirà a breve ma non mancano momenti di tensione); non è un caso che venga messa a fuoco la presenza di una nuova realtà economica (il centro commerciale) che crea enormi disagi ai negozi locali (una condizione a cui siamo da molto abituati anche noi); né tanto meno è un caso che proprio dietro questa nuova espressione del capitalismo anni Ottanta (il decennio Reagan) si nascondano i nemici russi (il libero mercato sembra quindi un’arma a doppio taglio che può ferire il Paese da dentro).

Riferimenti sociali che rivelano un lato ancor più pessimistico se pensiamo che la popolazione stessa partecipa alla forza maligna del mostro, arrivando a fondersi letteralmente con lui (un esempio della maggiore crudezza delle immagini rispetto al passato). Fondamentale, in tal senso, il sesto episodio, in italiano volgarmente reso con L’arma, annullando completamente l’ambiguità del bellissimo titolo originale: E pluribus unum. Questa frase latina, «dai molti l’uno», è il motto degli Stati Uniti, quello che nello stemma di Stato si legge in un nastro tenuto dal becco dell’aquila. Naturalmente, non si tratta di un eccesso di patriottismo. I molti che formano l’uno non sono i cittadini che costituiscono la Nazione (o le tredici colonie unite nel 1776, come vuole la storia), ma i tanti individui soggiogati dal potere del Mind Flyer che finiranno a unirsi nel corpo del mostro verso la battaglia finale. L’apparenza di una società integrata all’insegna della libertà del capitalismo ecco che si rovescia in una dimensione di perturbante cupezza, dove la mostruosità e la morte provengono direttamente dalle pieghe interiori e dove, per sopravvivere, si è costretti a uccidere quelli che una volta erano i propri simili.

Ma il carattere interno del nemico va ancora più a fondo. Sempre in quella puntata, El utilizza i suoi poteri per trovare Billy e capire dov’è stato catturato dal mostro. Qui entra direttamente nei ricordi di lui, segnati dal dolore per l’allontanamento della madre, dalla cattiveria del padre e dalla conseguente aggressività che segna il suo carattere. In questo turbine di struggenti memorie riesce a scoprire il luogo del primo contagio, la sorgente, ma ecco arrivare anche il Mind Flayer (o comunque la sua propagazione nel mondo umano), come se proprio quel malessere emotivo avesse fornito il terreno ideale affinché riuscisse a penetrare nell’animo di Billy. Nel non-luogo dove Eleven cammina grazie ai suoi poteri si concretizza un breve ma fondamentale dialogo con l’antagonista (nei panni di Billy), il quale ricorda ad El che «You let us in — con tanto di rapidissimo flashback in cui si rivede il contatto tra lei e il demogorgone che ha aperto il varco nella prima stagione — and now you are going to have to let us stay» per poi promettere la distruzione completa di lei, dei suoi amici e di tutti quanti. In effetti, anche durante la battaglia finale, il mostro costruito dalla fusione dei tanti corpi di umani-zombi sembra concentrarsi soprattutto su di lei, forse perché la più pericolosa, forse per qualche altro motivo. Facciamo un passo indietro e torniamo alla prima stagione, sempre, casualmente, alla sesta puntata, quando El rivive il momento che ha spalancato le porte del mondo umano al Upside Down: qui, piangendo, dichiara di essere lei il mostro, per poi venire consolata dal solito Mike (è questo il genere di delicatezza che ora sembra solo un lontano ricordo). Di per sé può sembrare solo la frase di una bambina che si sente in colpa, ma tra le righe si accenna a un non ben specificato legame sotterraneo tra lei e le creature dell’altra dimensione. Un richiamo che torna nel dialogo di cui sopra, senza assumere connotati chiari o dare spiegazioni. Rimane, tuttavia, il sospetto che ci sia qualcosa che unisca Eleven all’Upside Down, il che rende ancor più angosciante il ruolo delle creature soprannaturali. Non si tratta, semplicemente, di forze esterne, “altre”, che sconfinando il campo cercano di prendere il sopravvento nella terra degli umani; più di un motivo porta a considerare che queste forze non debbano essere localizzate altrove, ma all’interno. L’Upside Down, allora, prima di essere descritto come un’altra, pericolosissima realtà, andrebbe ripensato come uno spaventoso lato di tenebra dell’umano.

 

La fine

L’addio al passato trova una struggente realizzazione nel finale, dove i protagonisti sono costretti a una pesantissima serie di addii, lasciando l’amaro in bocca per quello che potrebbe essere il seguito dei loro rapporti. Sarebbe bello, in linea con l’andamento malinconico e pessimista della stagione, se l’intera storia si concludesse così; sarebbe bello se quella porta, che Joyce chiude alla maniera di un sipario prima dei titoli di coda, significasse non solo l’addio da un teatro di orrori indicibili ma anche la fine dell’intero spettacolo; sarebbe bello salutare per sempre Mike, Eleven, Will e gli altri, anche a dispetto dell’affetto incredibile con cui il pubblico ha accolto Stranger Things e che rende talvolta difficile parlarne in maniera compiuta (un po’ come quando si cerca di spiegare un sentimento); sarebbe bello, se non ci fosse quel filmato post scriptum che tiene aperto il corridoio verso la quarta stagione e che sembra smentire in buona parte il tragico evento visto nei minuti precedenti («No. Non l’americano», dice il soldato russo in quella specie di gulag nel Kamchatka). Certo, da un lato si può solo che essere felici: non è piacevole dover abbandonare qualcosa che ci ha appassionato e ci appartiene (anche se i Duffer Brothers, per tutta la terza stagione, non hanno fatto altro che ripeterci che questo fa parte della vita); ma per tutto quello che si è visto, per come sono terminate le cose, per quel finale che ragiona sul suo essere un finale e sulla potenza della parola “fine”, per tutto quello che si è detto insomma, forse una quarta stagione — in attesa che arrivino conferme o smentite su una sua possibile realizzazione — non è la migliore delle idee (anche se, lo sappiamo, saremo tutti lì, davanti ai televisori, pronti a vederla senza esitazione).

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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