Sulle mie labbra, Festival di Venezia 2011 #3
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Sulle mie labbra, Festival di Venezia 2011 #3

Non faccio in tempo a decidere di andare a vedere Dangerous Method in sala Darsena che sento tonare in tipico accento veneziano «Oggi solo daily!». È il tizio della sicurezza all’ingresso.

Non faccio in tempo a decidere di andare a vedere Dangerous Method in sala Darsena che sento tonare in tipico accento veneziano «Oggi solo daily!». È il tizio della sicurezza all’ingresso e questa volta mi risparmiano pure la fatica di fare la fila sotto il sole cocente.
Tempo di controllare il programma per progettare il piano B e mi ritrovo all’info point della biglietteria. La ragazza allo sportello mi indica con il dito il pannello a led al lato della biglietteria e con mio grande sgomento trovo che è già tutto prenotato.
Di cose interessanti ce ne sono, ma tutte al pomeriggio e più o meno tutte nella stessa fascia oraria.
La sala Perla, mi piace, perché ha sempre le programmazioni della sezione orizzonti ad orari comodi, dunque decido per Whore’s Glory. Visto il tempo che ho perso voglio andare sul sicuro e so molto bene che questo documentario è di Michael Glawogger, lo stesso di Workingman’s Death, segnalato dalla rivista del British Film Institute Sight & Sound come uno tra i trenta film più rappresentativi dell’ultima decade. Whore’s Glory è un trittico cinematografico che tratta l’argomento della prostituzione. Gli episodi sono ambientati in Thailandia, Bangladesh e Messico.
Glawogger racconta realtà molto differenti tra loro. Ci sono le ragazze tailandesi che dentro ad un bordello lavorano per la loro indipendenza dalla famiglia. In Bangladesh sono delle bambine, che aggrediscono qualsiasi uomo o ragazzino passi dal quartiere a luci rosse.
Una di loro singhiozzando si chiede se esista un’altra vita oltre a quella che sta conducendo da sei anni (sei anni!) e nel buio della sala qua e la si sente tirare su con il naso. Infine il capitolo forse più (formalmente) affascinante dei tre. Le carismatiche puttane messicane, che aspettano di veder passare in quel pezzo di deserto, uomini provenienti da tutto il mondo. A molte sembra piacere questa vita, con i soldi che guadagnano si comprano il crack. Stupenda la colonna sonora: Pj Harvey, Emiliana Torrini, Antony and the Johnsons, altri che non conosco, ed è un peccato.
Nel tardo pomeriggio mi avvio a piedi verso casa di Ana. Ormai è facile districarmi tra le viuzze della zona residenziale del lido e così mi concentro sulle prossime mosse. Davide, uno dei miei conterranei incontrati in treno, mi informa sulla proiezione di mezzanotte, «stanno tutti li a vedere il film cinese!».
A mezzanotte ci incontriamo tutti in coda per la sala Grande, c’è la proiezione di Baishe chuanshuo diretto da Tony Ching Siu-tung. Nel palchetto della sala grande, dove siamo seduti c’è anche il cast e quando entra Jet Li si sente uno scroscio di applausi ed urletti.
Queste pellicole mi mettono sempre in crisi, vuoi perché non sono una cultrice dei film orientali, vuoi perché non la sono nemmeno dei fantasy. Dunque, per non risultare faziosa, cerco semplicemente di raccogliere i dati oggettivi.
Computer grafica a iosa non sempre di grande qualità, narrazione lacunosa, siparietti umoristici che difficilmente riescono a divertire il pubblico occidentale al di sotto dei 10 anni di vita.
Stoica, ho retto fino all’ultimo ma credo che sia stato solo per una mia personalissima perversione. E in fin dei conti è un bel modo per capire cosa sia per me il cinema e andarmene a dormire.

Jenny Japanapart
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